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editoriale_maggio2015_

Tutto è cominciato con Ellie Goulding. La seguo da anni, sulla base del fatto che è bionda e mi piacciono i suoi dischi. Sì, lo so bene che poi è arrivato tutto il polpettone e le 50 sfumature e la canzone e il video con la protagonista bendata che fa molto giovane donna indipendente occidentale a caccia di sensazioni forti ora che finalmente di Sex & the City si parla di meno. Ma, torniamo a lei, dicevo: una delle prime cose musicali (e ben poco rumorose) che da tempo seguo sul web attraverso i suoi account social.

Seguendo lei come altri ci si può formare un’idea di come sia e cosa sia la vita di queste persone divenuti personaggi. Da tempo il web ha smesso di essere virtuale e funziona semmai come un’appendice (o un generatore?) di quotidianità. Ci sono persone a cui questo aspetto non interessa. Vado a memoria: mi pare che circa cinque mesi fa Mark Kozelek abbia dichiarato al mensile “Uncut” che il suo scopo non deve essere quello di fotografare i piatti che sta per ingerire per poi condividerli in rete. Il suo compito – quello che i suoi follower si aspettano da lui – è semmai quello di fare canzoni sempre migliori. 

Com‘è quindi il mondo dalla scatoletta social di Ellie? Supermegabellissimo+++. Addominali scolpiti, nike running sempre in vista, folle sterminate sotto il palco, abiti succinti, tacchi alti, biondume e poi biondume, smalto, celebs, feste, cuffie, djset, carpet, ancora concerti, dirette, gatti, stanze d’albergo, e poi di nuovo pubblico immenso. Una vita al massimo. A getto costante, enne volte al giorno, ogni giorno. Del resto Ellie è una star, bona, bionda, giovane, lineamenti imperfetti, non sbaglia un singolo dai tempi di Burn e racchiude tutto ciò che una star deve avere. Quindi? Quindi niente, se mi annoia è colpa mia che ho cominciato a seguirla, e basterebbe non farlo più, cliccare off. Ma la domanda è piuttosto: qual è il senso riposto nel postare questo rullo continuo di storie e post tutti uguali? L’accumulazione, il senso generato dall’accumulazione. Tutta uguale sì, ma la nostra vita è questa, guardaci, siamo sempre al top, siamo invidiabili, tu ci devi invidiare, fa parte del meccanismo alla base dello star system. Ti è venuto a noia? Hai solo da non seguirci più, noi siamo questo.

È possibile un’altra via comunicativa ai social? Il mondo indie sembra perlopiù promuovere se stesso, vittima del meccanismo industriale della discografia. Quello per così dire mainstream gioca con maggiore facilità con l’(auto)ironia. Celebre in questo senso il caso di Katy Perry, la più grande tweetstar del mondo. Che però, arrivata a Pisa, non è riuscita a trattenersi e ha dovuto mimare un rapporto orale con la torre (!?) A scanso di facili moralismi (e della lamentela diffusa sul mancato rispetto all’Italia, ma per favore), mi domando cosa ci sia di iconoclasticamente irresistibile in uno scatto del genere. Almeno Lana Del Rey gioca a fare la chic trasandata e stop.

C’è anche chi però usa i social media come una terapia. Ed è il caso di David Pajo. Ricorderete la sua recente vicenda. L’ex chitarrista degli Slint e di mille altri progetti (Aerial M, Papa M e così via) è stato salvato da un tentativo di suicidio. A spingerlo a estreme conseguenze era stato il rapporto ormai logorato con la sua compagna, colpevole di averlo tradito e perciò condotto sul pianerottolo della disperazione, incapace di immaginarsi un futuro, nonostante due figli e la pienezza di una carriera artistica così consolidata. Dal momento del ricovero in poi Pajo si è ripreso a forza di scattare foto e postarle su Instagram, il social media più in ascesa al mondo, specie fra i giovanissimi. Seguendo Pajo ritrovo la mia timeline Instagram invasa dai suoi scatti. Niente di che, pura quotidianità: aerei che atterrano, i figli che giocano in salotto, foto live, ancora i figli, pomeriggi, vetrate di casa e calzettoni. In un paio di momenti di pura colonizzazione social da parte sua ho pensato: forse era meglio quando il povero Pajo stava male, ché non ci ammorbava con immagini dal divano coi due bambini che lottano a colpi di cuscini. David si era di colpo trasformato nella versione meno pop e fitness ma più domestica e indie di Ellie Goulding, aiuto.

Ma poi, la verità, la verità è un’altra. La sua verità, quella di Pajo, è che grazie a questa condivisione su base mondiale di tutti i suoi giorni David è riuscito a riannodarsi al concetto stesso di vita. A capire che – come gli ha scritto la grande firma di Stefano Pistolini, commentando un suo post – c’è un mondo fuori da quella finestra (d’ospedale). E quello gli serviva. Possiamo, posso sopportare questo racconto sociale di una pseudo tranquillità ritrovata. Anche nel suo parossismo. Possiamo sopportare l’ennesimo outfit tette strizzate e gambe ricurve di Ellie, Katy e Lana. O Rachel Goswell (Slowdive) che dopo anni d’anonimato shoegaze manifesta in pubblico la sua ritrovata femminilità. Quando e se non ci piace, basta spegnere. Facile a dirsi, difficile chiudere lo spioncino. Anche per Mark Kozelek, ricorderete: a cui non piace condividere la sua catena alimentare, ma che quando c’è stato da fare polemica a costo zero sui social – vedi la celeberrima e volgare polemica coi War On Drugs – il tempo e il modo d’intervenire l’ha trovato. Tutti umani, troppo umani.


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