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di Elia Alovisi

C’è questa associazione (o agenzia di booking, non so bene, ma non importa) che si chiama St John Sessions. Organizzano concerti in una chiesa, St. John at Hackney, che sta nel nordest (ma non troppo nord e non troppo est) di Londra. Li ho scoperti la prima volta andando lì a vedere qualche mese fa Ben Frost, in tour per promuovere quella bestia del suo ultimo album, A U R O R A. In un’intervista, Frost ci aveva spiegato così il titolo del disco e la filosofia dietro al suo suono:

“Ci sono poche persone che si chiedono che cosa stia dietro a un fenomeno come l’aurora. Il modo in cui viene percepita come una benigna, silenziosa danza di luce. Penso che per la maggior parte della gente sembri un’espressione di bellezza paradisiaca. Ha una qualità tranquillizzante che smentisce la sua vera forma – cioè quella di una cazzo di colossale, decimante, inconcepibile forza composta da sette diversi tipi di radiazioni emesse da una stella come se fosse vulcano, a esplodere sopra di noi come un inferno per poi venire risucchiata verso i poli dal nucleo magnetico della cazzo di roccia su cui viviamo”.

Quindi violenza attraverso una pace apparente, caos dietro alla calma, un gioco di opposti. E in quella chiesa il concetto era venuto fuori decisamente bene – da un lato l’austerità della chiesa, praticamente spoglia da affreschi, vetrate colorate e baroccate varie, e dall’altro Thor Harris degli Swans che pestava come un cane mentre Frost gestiva rumorismi e tastiere varie a volumi illegali, illuminati da luci intermittenti. Potete quindi immaginare con che aspettative partivo quando ieri sera sono andato a vedere nello stesso luogo Grouper, cioè Liz Harris, cioè un’altra manipolatrice di suoni che sviscera l’esperienza-concerto e la rende qualcosa che proprio puoi provarci a spiegarlo quando poi ti dicono, “Oh ma com’era?” però tu non riesci a dire niente che renda l’idea. Ecco.

In un certo senso, la Harris prende l’idea di Frost e la ribalta. Crea violenza dalla pace, piuttosto che il contrario. Costruisce muri di suono ma li mantiene sottili, vibranti, come se potessero spezzarsi da un momento all’altro. Le luci si spengono e lei entra, vestita di nero e neri i capelli, si siede per terra, su un tappeto. Incrocia le gambe, accende la pedaliera, prende la chitarra e si mette a pizzicarne le corde. Pian piano inizia a sussurrare nel microfono, e qualcosa si capisce (ma solo qualcosa) – qualche parola di disagio, di catarsi, di dolore. Inizialmente era Dragging a Dead Deer Up a Hill – la fatica e la morte. Poi The Man Who Died in His Boat – l’attaccamento a ciò che è proprio fino alla fine. E ora siamo a Ruins – tutto è pace, ma solo perché tutto è caduto.

Tra tutti i brani che la Harris esegue, il più potente è Clearing – la melodia portante, che su disco è suonata su un pianoforte, eseguita su una chitarra dal vivo perde i contorni ed è a malapena riconoscibile. È più debole e fragile, precaria e disperata. Nel frattempo le immagini proiettate sullo spoglio muro della chiesa dietro alla Harris accompagnano il suono con immagini sfocate in cui sembra di riconoscere alberi, strutture geometriche, lampi di luce. Intanto lei pizzica le corde, parla piano come per cullarci e dirci che andrà tutto bene e la notte passerà anche ora che è più buia che mai, e tocca i pedali, e inserisce jack, e tiene gli occhi bassi, sempre gli occhi bassi.

Dopo quasi un’ora, la Harris se ne va senza dire una parola al microfono. Parte del pubblico, però, è seduta a gambe incrociate di fronte a lei, come lei, oltre il resto degli spettatori. Sono lì anch’io. E una cosa la dice eccome, in realtà – un “Thank you” quasi imbarazzato. Ma la dice mentre si gira e se ne va, mentre partono gli applausi, sicura che si perda nell’aria della chiesa piuttosto che farla uscire dagli altoparlanti. E durante tutti gli applausi lei resta lì, a lato dell’altare, ad aspettare che il suono scrosciante muoia per poter riprendere le sue scarpe, la sua chitarra e andar via. Perché non ci saranno bis, nonostante gli applausi continueranno per un po’, e la Harris farà un sorrisino come a dire “No, stavolta no”. Ma è ok che sia così, che una cosa distrutta puoi anche ripararla, ma i segni della riparazione si vedranno sempre. E quindi lasciamo le rovine dove stanno, e cantiamole col groppo in gola e gli occhi chiusi.


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