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calexico

Di Giacomo Baroni

Non c’è luogo migliore di un paese posto su un confine per assaporare l’incontro di due mondi, le loro continue reciproche influenze. La cittadina di Calexico questa fusione culturale l’ha già nel nome, situata com’è in bilico tra California e Messico. Un simbolo ideale per il progetto che Joey Burns e John Convertino, ex sezione ritmica dei Giant Sand di Howe Gelb, hanno deciso di iniziare insieme a metà degli anni Novanta. Le sonorità del duo di Tucson tendono infatti naturalmente verso questo amalgama: affondano saldamente i piedi nella musica americana, lasciando che le influenze chicane si riversino liberamente al suo interno, unendo country & western, folk, rock, psichedelia, tex-mex, per aprirsi poi agli influssi più disparati provenienti da tutte la parti del mondo. Un suono che ha iniziato timidamente a delinearsi dal primo esperimento di Spoke, diventando molto più definito già dal secondo lavoro The Black Light e nel successivo Hot Rail. Probabilmente il punto più alto viene raggiunto dalla band con la grande varietà sonora di Feast Of Wire del 2003 e, dopo In The Reins, bell’esperimento in compagnia degli Iron & Wine, è stata la volta di un progressivo accostamento a uno stile più popular, cominciato in Garden Ruin e via via affinato con Carried To Dust e Algiers.

A due anni di distanza dall’ultimo album, il duo arizoniano torna ora con Edge Of The Sun, album per il quale i Calexico hanno deciso di trasferirsi per un periodo a Città del Messico, in cerca d’ispirazione. Ne è risultato un disco ancora più intriso della cultura musicale dello stato centroamericano, e ricco di ospiti come Sam Beam degli Iron & Wine, Ben Bridwell dei Band Of Horses, Pieta Brown, Greg Leisz, Neko Case, Amparo Sanchez, Gaby Moreno, Carla Morrison, i greci Takim e Nick Urata dei DeVotchKa.

Aspettando il loro concerto nel capoluogo lombardo, il 23 aprile al Fabrique, abbiamo incontrato Burns e Convertino al Best Western Hotel di via Casati a Milano.

Qual è il filo conduttore che collega i brani di Edge Of The Sun?

Burns: Il bordo del sole è la linea che demarca oscurità e luce. Molte canzoni dell’album riguardano persone che insistono, lottano e affrontano sfide sia verso il mondo esterno che dentro se stesse, e il sole, l’illuminazione, la vita hanno a loro volta una correlazione sia con l’esteriorità che con la dimensione interiore.

L’artwork del disco mi piace moltissimo, è stato realizzato da Ryan Trayte, il designer che ha realizzato anche quello di Algiers. Con il suo stile minimale, ricorda le serigrafie anni ’50. C’è una persona di fronte a un paesaggio spoglio, e sopra di lui quello che sembra un sole, ma è blu, in realtà è una luna. L’uomo è caduto in ginocchio o si è fermato per riposare, la luce sembra splendere al suo interno e quindi la figura risulta illuminata.
La luna ha avuto un grosso significato in molti testi sia del passato sia di questo disco. Rappresenta anche una bella connessione, unisce le anime. Che esse si trovino sotto un cielo di New York o sotto uno di Milano.

Questa volta avete deciso di cercare nuove idee per il vostro disco in Messico. Com’è stata la vostra esperienza? C’è qualcosa che vi ha sorpreso, rispetto all’idea che avevate di questo paese?

Convertino: In Messico abbiamo trovato un ambiente molto diverso. Abbiamo camminato per le strade, siamo stati a contatto con la gente. Non è stata semplicemente un’esperienza della vita al confine, eravamo al centro di una nazione. Anche il clima è stato una sorpresa: mi sarei aspettato di trovare molto caldo, invece è una zona temperata, come Los Angeles. Il Messico mi ha stupito, è un luogo del quale avevo un’idea totalmente differente.

Il pezzo che probabilmente reca le tracce più evidenti del Messico è Coyacán. In cosa si differenzia dagli altri?

B: In un certo modo Coyacán è un pezzo folkloristico, suona come un Son Jarocho, un genere tipico di Veracruz. In diversi nostri album abbiamo incluso composizioni strumentali con una grandissima varietà di stili. Questo brano parte da un’idea che abbiamo sviluppato con Sergio Mendoza. Ha un’origine messicana ed è davvero diverso da ciò che facciamo di solito sotto vari aspetti, non abbiamo mai usato la Jalisco harp prima, per esempio. Le strumentali sono bellissime, ma l’assenza del testo le rende aperte, lasciano spazio all’immaginazione.

Una delle tematiche che tornano frequentemente nei vostri dischi, ed Edge Of The Sun non fa eccezione, è quella dell’acqua, qui rievocata in Miles From The Sea e Follow The River. Ora vivete nel bel mezzo del deserto, ma siete cresciuti entrambi sulle rive di due oceani, Atlantico e Pacifico. Un po’ di nostalgia?

C: Gli opposti si attraggono, e probabilmente è così anche in questo caso. L’oceano e il deserto sono ambienti simili però, per certi versi. Gran parte del deserto era sotto l’oceano, la California, Sonora, l’area del Joshua Tree. A volte quando ti siedi da solo nel deserto ti senti davvero come se fossi sul fondo del mare, e sai che ti arriverà un’onda in faccia, ma non è acqua, è aria calda. L’oceano, la luna, sono temi che riguardano la forza della natura, un ottimo modo per trattare le cose.

Come d’abitudine, anche per Edge Of The Sun avete chiamato numerosi ospiti. Come coordinate il lavoro, quando decidete di coinvolgere altri musicisti?

B: Penso che sia una cosa naturale cercare di suonare con più persone possibile. Credo che i musicisti di tutto il mondo tendano a trovarsi tra loro, passare del tempo insieme e condividere idee.

Con alcuni degli artisti avevamo già lavorato, altri sono new entry, contatti di Sergio che non avevamo mai incontrato o che non conoscevamo. Il primo è stato Sam Beam degli Iron & Wine, perfetto per cantare su Bullets And Rocks. Ha accettato la proposta e ha fatto un ottimo lavoro. Quando diamo delle tracce a qualcuno, capita che ci siano dei suggerimenti che ho scritto, ma poi ogni artista ha la libertà di fare ciò che preferisce, a casa sua e con i suoi tempi. Molte collaborazioni infatti sono avvenute via internet. Sono sempre curioso di sentire cosa ci manderanno indietro. Alla fine del brano, Sam continua a ripetere la frase “a future is promised to you”, una scelta davvero bella e che ha portato la canzone in una direzione inaspettata; la cosa che mi piace di più, quando facciamo queste cose.

Nei mesi scorsi è apparsa su diverse testate italiane la notizia che in Edge Of The Sun sarebbe stato presente anche il nostro Vinicio Capossela, a causa di una foto comparsa sui vari social network che lo ritraeva in vostra compagnia al Wavelab Studio di Tucson. Il nome del cantautore però non compare nell’elenco degli ospiti del nuovo album. State preparando qualcos’altro insieme?

B: Vinicio era negli Stati Uniti per lavorare al suo disco, ma non possiamo assolutamente rivelare di più. Nel suo prossimo album ci sarà una nostra partecipazione, questo si può dire. Ha delle ottime canzoni in arrivo e ha registrato alcuni brani a San Antonio in Texas, a Tucson in Arizona e a Los Angeles in California. Ha portato anche il suo chitarrista, Alessandro Stefana dei Guano Padano.

La prima scelta per le sessioni di Algiers era stata l’Europa, ma poi avete preferito recarvi a New Orleans. Verrete prima o poi a cercare ispirazione nel Vecchio continente?

B: Chi non vorrebbe venire a registrare in Europa? In futuro sicuramente faremo qualcosa in questo senso. Mentre eravamo in tour nel vostro continente abbiamo portato qualche traccia con noi, e per quest’album siamo riusciti a registrare un paio di canzoni ad Atene in Grecia, invitando il gruppo Takim. Una è World Undone, che rientra nelle dodici canzoni del disco, l’altra Roll Tango, che fa parte delle altre otto presto disponibili.


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