Rhiannon Giddens

di Ilaria D’Ambrosio

Forte dell’esperienza con i Carolina Chocolate Drops, di cui è co-fondatrice, Rhiannon Giddens ha debuttato a febbraio 2015 con il suo primo album solista Tomorrow Is My Turn. Non è una cantautrice di liriche intimiste, come spesso siamo abituati a vedere. La Giddens porta avanti una missione che sente sia nei confronti della musica che di quelli di molte artiste come lei che non hanno avuto la possibilità di raggiungere le sue stesse mete. L’ispirazione maggiore per questo album deriva dal brano Ruby, Are You Mad At Your Man?, che la Giddens stessa definisce “una canzone di una donna davvero stupenda e forte”. La coreografa Twyla Tharp, durante una loro collaborazione, le disse, “Chi è Ruby? Voglio sapere chi è Ruby. Penso che sia ciò che devi fare: trovare Ruby”. E l’idea non l’ha mai abbandonata. Forse femminista, sicuramente animata da spirito umanitario, tanto da incidere un album non per mettere sé stessa al centro bensì per dare spazio e voce a chi non ne ha più, alzando il vessillo di coloro che forse non ne avranno mai. Il tutto in nome di una sorellanza che non conosce confini spazio-temporali.

Vorrei iniziare chiedendoti del tuo debutto: cosa si prova ad avere finalmente un album solista?

Oh, è grandioso! Sono ormai 8 anni circa che faccio parte di una band e sapevo che prima o poi avrei fatto un disco solista. Non sapevo, però, come e quando e, onestamente, non ho spinto più di tanto perché questa cosa avvenisse. Ora è arrivata e ritengo nel migliore dei modi con T-Bone Burnett alla produzione. È un album di cui sono molto contenta.

Si dice che tu stia ereditando il ruolo di queste grandi donne che interpreti nel disco. Ti riconosci? Senti davvero la loro eredità?

Sì, lo penso: sto ereditando una buona sorte per tutto quello che sto vivendo. Tutte queste persone che sono venute prima di me, io, siamo tutti connessi in una catena che continuerà anche con chi arriverà dopo di noi. Penso che sia importante percepire il peso della storia e sapere che nessuno di noi esiste nel vuoto, perciò sento la responsabilità di portare avanti l’operato di chi c’è stato prima di me e questo mi rende orgogliosa.

I pezzi che hai inciso sono canzoni molto vecchie, se non addirittura dei pezzi tradizionali americani. Quale pensi sia il senso di riproporre questo tipo di musica al giorno d’oggi?

Penso che non abbia davvero grande importanza da dove provenga la canzone se senti di poter esprimere qualcosa con essa. Non importa chi l’ha scritta oppure se non è stata più incisa dal 1930. Ho ritenuto che ognuna di queste canzoni meritasse di essere ascoltate nuovamente in questo periodo, nei nostri giorni e per la nostra generazione. Una bella canzone è sempre una bella canzone e ripresentare ognuna di queste è stata anche una buona occasione per far conoscere personaggi non noti a tutti.

Dicevi che con la musica bisogna avere qualcosa da dire. Perciò pensi che queste canzoni possano rivestire un significato per chi le ascolta?

Oh sì! Credo che non si possa controllare il significato che le persone riescono a trarre dalle canzoni. Credo che, come artista, tu debba avere qualcosa da dire, ma alla fine la gente sente quel che sente. Tante volte devi lasciare andare. Io sono sicura di aver affermato qualcosa di importante con questo disco e spero che chi ascolta ne capti almeno una parte e capisca che c’è qualcosa che deve essere detto.

Cosa significano, invece, questi brani per te?

Essere stata in grado di registrare dei brani delle mie eroine significa molto per me. Mi interessa molto di più capire dove mi trovo all’interno del continuum, piuttosto che affermarmi egoisticamente con un album di inediti. Riproporle per dire alla gente “guardate queste canzoni, queste persone che le hanno scritte” è quello che ho sempre desiderato fare.

La scelta, infatti, è caduta principalmente sulle donne, sia che abbiano scritto oppure solo interpretato i brani del disco. C’è qualcosa che ha a che fare anche con le donne in musica in questo album?

Beh, diciamo che non è stato qualcosa di programmatico, dove T-Bone e io abbiamo deciso a tavolino che dovesse essere un disco di sole donne. Diciamo che, come donna, sono molto interessata a quello che è la storia delle donne, alla sua realtà nei diversi periodi e nelle diverse aree del mondo. Tutto questo mi dà la coscienza di quanto sono fortunata, perciò sento la responsabilità di portare avanti anche la voce di quelle donne che hanno avuto, probabilmente, vite poco facili, ma che hanno saputo scrivere o cantare pezzi bellissimi.

Sono donne che rappresentano anche parte del tuo background musicale, giusto?

Certo. In più, come artista, sono sempre stata interessata alla mescolanza di generi che ha prodotto la musica americana, come ad esempio Dolly Parton possa affiancarsi a Rosetta Tharpe e le due cose portino a una unità. Non si tratta solamente del punto di vista delle donne, ma si parla di tutta la musica americana e queste canzoni possono funzionare insieme, perché derivano da un bacino comune.

Tornando al concetto di avere qualcosa da dire con la musica, la mia sensazione è che tu stia raccontando qualcosa con questo album. Ti ci rivedi? Quale storia cerchi di raccontare?

Come musicista credo che il più delle volte non concettualizzi troppo ciò che produci. Ti interessa che il risultato abbia senso dal punto di vista musicale ed emozionale, trovando la propria dimensione. In questo modo il disco può raccontare la sua storia e se lasci che lo faccia, allora lo farà.

Sondavo il tuo punto di vista, perché ritengo che ci sia molto di te in questo disco, anche se non hai scritto personalmente tutti i pezzi.

Non volevo fare un semplice cover album. Anzi, odio sentire una cover che ricalca totalmente l’originale, è tipo: “ok, qual è il punto?”. Io sono una tradizionalista e sono un’interprete, ma già a partire dal percorso fatto con i Carolina Chocolate Drops, tante volte riadattavamo il testo se trovavamo frasi offensive o incomprensibili ai giorni nostri. E questa era una pratica molto comune prima che la musica venisse incisa, perciò mi sono sentita tranquilla nel farlo anch’io con Black Is The Color. Ho guardato il testo e non mi ci sono ritrovata, perciò l’ho semplicemente riscritto.

Ti definisci un’interprete e ho letto che ti consideri più una cantante che una cantautrice. È questo il motivo principale per cui hai deciso di incidere un album di brani non originali?

Principalmente quello che faccio è riportare alla luce dei brani che sono stati o rischiano di essere oscurati. Recupero le canzoni e dono loro nuova vita. D’altro canto sto sviluppando le mie abilità di songwriter, ma sto ancora compiendo il mio percorso. Perciò, al punto in cui sono, per un album solista ero sicura di dare il mio meglio interpretando.

Però poi hai scritto Angel City [l’ ultimo brano del disco]. Credo che mostri un altro lato di te, un lato più moderno e romantico, una composizione che non ricalca i generi che sei abituata a riproporre, ma qualcosa di davvero personale.

È un lato di me che sto ancora esplorando. Ho scritto il brano durante la registrazione di un altro progetto di T-Bone, The New Basement Tapes, ed è stato un periodo di grande creatività per me. Come cantautrice è stata la prima volta in cui raccontavo qualcosa successa a me personalmente e non a qualcun altro molti anni fa. Un punto di svolta nella mia carriera e sono felice che T-Bone abbia deciso di mettere il brano nel disco: è una bella chiusura, perché racconto dell’esperienza di tutte queste donne e, alla fine, c’è la mia.

Ritorna il concetto del continuum. Magari qualcun altro, in futuro, sarà connesso con te e canterà le tue canzoni.

Sarebbe incredibile, davvero incredibile! Ne sarei felice, perché starei portando avanti la catena di cui facciamo parte.

Mi ha colpito il titolo dell’album Tomorrow Is My Turn. Di chi era il turno ieri?

[ride] Come ti dicevo non ha davvero a che fare con me, non sono io la protagonista del disco.

Pensavo semplicemente che questo è il tuo debutto solista e lo intitoli affermando che domani sarebbe stato il tuo turno. Aveva senso!

Sì, è divertente perché in effetti si può tranquillamente leggere in quel modo, ma io speravo che non si interpretasse così. È il titolo di un brano di Nina Simone. Guardando un suo video su YouTube a ripetizione, ancora e ancora ossessivamente, mi chiedevo “Cosa sta pensando?”. Così ho realizzato la sua vita e le sue difficoltà e la difficoltà di essere una donna, tanto più musicista, ai suoi tempi. Una difficoltà condivisa da molte altre donne, che non hanno avuto la fortuna che ho io di poter andare in tour, avendo due figli e con il supporto di un marito che appoggia le mie scelte. Perciò è più che altro una riflessione. Non si tratta di me, piuttosto di ciò che ho voluto veicolare con questi brani.

Quindi, alla fine, hai trovato Ruby.

Sì! Credo proprio che questo sia l’album con cui ho trovato Ruby, il disco con cui ho risposto a quella domanda, per quanto si possa rispondere a quella domanda. In realtà credo che continuerò a rispondere a quella domanda per il resto della mia vita, ma ritengo che questa sia una prima, grande risposta.

Per te Ruby è la metafora del coraggio che si trova in una donna. Trovi di essere stata coraggiosa a incidere questo album?

Credo di sì. In questa industria, davvero molto difficile, non è così scontato riuscire a farcela. Ed io non sono così focalizzata sul singolo, ma su una sorta di sorellanza, sull’idea di essere parte di un intero. Ho capito quanto dovevo prendere questa cosa sul serio nel momento in cui mi sono trovata in studio da sola con una delle mie coriste e il mio tecnico del suono, donna anche lei. La corista, una voce stupenda, ha tentato di avere una carriera solista, ma per qualche ragione non è andata. Alla fine della registrazione mi ha guardata e mi ha detto “Ragazza, questa è la tua occasione. Non fartela scappare”. Lì ho davvero sentito la responsabilità, un supporto generazionale: così come sono diventata una cantante migliore grazie a tutte le donne che sono venute prima di me, così io prendo l’opportunità anche per le altre e la porto avanti.