ColdSpecks_CreditSteveGullick

di Luca Minutolo (foto di Steve Gullick)

Attraverso una domanda piuttosto banale ed imbarazzante si apre la nostra chiacchierata con Cold Specks, cantautrice canadese che ha distrutto la propria chitarra acustica in stile Bluto di Animal House mostrando un’inedita e oscura anima soul. Proprio dal titolo del suo secondo disco, Neuroplasticity, si comprende la natura mutevole della sua seconda prova, imperniata da atmosfere riflessive e muscolose. Proprio come la capacità del nostro encefalo di modificare la propria struttura in base all’attività dei neuroni che lo compongono, la nostra Al ha saputo modellare uno stile del tutto personale dettato dalla straniante sensazione che si prova appena scesi dalle vertiginose montagne russe di un successo inaspettato e, alla luce di questa seconda prova, meritatissimo.

Leggendo la tua biografia manca un dettaglio fondamentale. Qual è il tuo vero nome?

Al Spex, questo è il mio nome ufficiale. (seguono grasse risate, ndr)

Perfetto, ora possiamo passare alle domande serie. Tra I Predict a Graceful Explosion e il tuo secondo disco Neuroplasticity c’è una grande differenza nel sound e nei testi. Quale percorso ti ha portato a questa miscela più potente e intima?

Innanzitutto ero annoiata e frustrata da quel tipo dal sound del mio esordio. Mi sembrava tutto piuttosto piatto e ripetitivo, così ho deciso di dare una sterzata netta a ciò che avevo realizzato e suonato in precedenza. Avevo bisogno di nuovi stimoli, e il folk non è la strada che voglio continuare a percorrere in questo periodo. Non mi sento più a mio agio con quella veste.

Il tuo esordio è stato, come sempre, realizzato e pensato in maniera del tutto indipendente, ma hai subito fatto presa su un pubblico sempre più vasto. Come ti sei approcciata alla realizzazione di Neuroplasticity e quali sono le tue aspettative per un album così crudo e riflessivo rispetto a ciò a cui il tuo pubblico era avvezzo?

A dir la verità non nutro grandi aspettative su questo disco. Ho semplicemente cercato di realizzare il miglior lavoro possibile, in linea con le sensazioni e i sentimenti che provo in questo periodo della mia vita. Certo, questo disco è differente e magari alcuni lo cestineranno subito, ma certamente ci saranno altri che lo apprezzeranno, e questo mi eccita molto. Si tratta di stare da una parte o dall’altra della barricata, e la mia volontà è quella di essere sempre imprevedibile. Non avevo in mente di realizzare un disco semplice, tutt’altro. Il mio intento era quello di provocare una reazione nei confronti del pubblico. Che sia di disgusto o di apprezzamento, nel bene e nel male, mi sento di aver fatto la scelta giusta.

Sempre rimanendo su Neuroplasticity, ciò che ne esce fuori suona quasi come un paradosso. Sei andata nel Somerset in totale solitudine per registrarlo, ma il risultato non è affatto rilassato e tranquillo. Cosa è finito dentro queste dieci tracce?

Sono sempre stata attratta da una grande varietà di generi musicali. Anche se il mio primo disco affondava a piene mani nel folk, la mia scrittura è sempre stata influenzata da molteplici grandi artisti. Da Scott Walker agli Swans, specialmente in questo periodo tendo sempre ad ascoltare musica più pesante e rumorosa, e tutto questo è indubbiamente finito dentro questo disco, assieme ad un periodo di confusione dovuto al tour estenuante a supporto di I Predict a Graceful Explosion. Dopotutto avevo solo bisogno di stare da sola, per riflettere su luci ed ombre del tour e recuperare le forze. Ho approfittato del cottage di Rob Ellis (produttore del suo disco d’esordio, ndr) nel Somerset perché era l’unico posto isolato in cui potevo rifugiarmi per un po’. Ne è uscito fuori un disco riflessivo, ma per nulla delicato. Posso dire con orgoglio che questo disco è talmente influenzato dagli Swans da aver voluto la voce di Michael Gira in due miei pezzi!

Appunto, così come l’apporto vocale di Michael Gira in due pezzi, il tuo disco è ricco di importanti collaborazioni. Come hai incontrato il leader degli Swans e come ti ha coinvolto a sua volta nel suo ultimo disco To Be Kind?

Spesso dal vivo eseguivo la cover di Reeling The Liars In e piacque molto a Michael. Da quel momento abbiamo semplicemente iniziato a parlare. Così gli dissi che desideravo molto averlo in due brani del disco, e lui accettò senza pensarci su. A sua volta mi coinvolse in To Be Kind in maniera del tutto spontanea e naturale.

Per quanto riguarda la dimensione live, indubbiamente non è un affare facile riprodurre le molteplici sfaccettature di Neuroplasticity. Cosa dobbiamo aspettarci nel tuo prossimo tour?

Girerò con una parte della band che mi ha supportato nelle registrazioni. Sicuramente sarà più energico e asciutto rispetto al disco, e stiamo rimettendo mano ad alcuni pezzi per riportarli all’osso. Una formula più diretta e spontanea, ma non per questo meno efficace.