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“My Own Private Primavera Sound” di Alessandro Besselva Averame

Per raccontare il Primavera Sound di Barcellona ci vorrebbe uno sguardo cubista, che riuscirebbe ad includere tutte le prospettive in un unico colpo d’occhio. Ma vista l’ampiezza della proposta la cosa migliore da fare resta raccontare il proprio personale percorso all’interno delle delle musiche e delle scene rappresentate sui palchi del festival catalano. Prima è forse il caso di fornire qualche dato, catturato durante la breve conferenza del venerdì, rivolta alla stampa italiana. Prima di tutto il pubblico italiano, finora il terzo extra-iberico per presenze, si appresta a diventare il secondo, subito dopo il contingente britannico. Le presenze sono arrivate a 190mila sparse su 350 concerti, inclusi gli eventi di contorno che la direzione del festival intende ulteriormente allargare in futuro, trasformando l’appuntamento in una settimana dedicata da Barcellona alla musica. L’invito ad essere curiosi abbiamo cercato di seguirlo il più possibile, e questi sono i nostri highlights.

primavera palco

– Foto dall’account Instagram del Prmavera

JULIAN COPE. il nostro Arcidruido preferito si presenta sul palco armato di chitarra acustica, barba alla Roky Erickson e inevitabile cappello della Luftwaffe. Il carisma è intatto, l’impatto è quello di un Billy Bragg no global e in misterioso contatto con antiche civiltà, a tratti però i brani risentono un po’ dell’assenza di sfumature data dalla formula minimale. I brani dei Teardrop Explodes continuano in ogni caso a brillare di luce propria.

THE EX. Gli olandesi sono una macchina da guerra, e il loro post punk scabro e scorticato scivola su un impressionante motore ritmico dalle influenze globali senza mai interrompere il flusso di energia, con chitarre grattugiate e lancinanti che scuotono l’aria per un’ora buona. Sono in giro da trent’anni ma non si sono mai fermati, e il brano tratto dal loro nuovo 7” è un anthem punk di grande efficacia.

REAL ESTATE. Il tepore del tardo pomeriggio è perfetto per il jingle jangle aggiornato al nuovo millennio degli americani, ma la loro presenza sul palco non è esattamente memorabile.

NEUTRAL MILK HOTEL. Attesissimo dopo i due sold out consecutivi di Jeff Mangum all’Auditori nel 2012, il gruppo di culto per antonomasia dell’indie fine anni ’90 non delude le aspettative. Con un look a metà tra una collezione di moda per taglialegna e il pianeta Gong, la ciurma suona In The Aeroplane Over The Sea con il dovuto trasporto, di fronte ad una folla in estasi.

ST VINCENT. Bellissima, coreografica e musicalmente affilata come un classico dei Talking Heads, Annie Clark è ormai una popstar art rock per le masse.

ARCADE FIRE. La presenza di quindici musicisti sul palco non agevola affatto il lavoro del fonico, ma la grandeur e il carisma dei canadesi sono indiscutibili. Il loro problema è la ormai totale assenza di senso della misura, e non solo nella foggia delle giacche. Però i classici di Funeral arrivano dritti in faccia e il sound di Reflektor viene efficacemente tradotto sul palco.

CHARLES BRADLEY. Personaggio incredibile, soulman ultrasessantenne apparentemente fuori tempo massimo, intrattenitore di grandissimo livello. Accompagnato da una band superlativa, con uno dei peggiori guardaroba di sempre (gli Arcade Fire sembravano gli Ex in confronto), interpreta alla perfezione gli stilemi soul come comunione universale dei sentimenti e chiude il concerto scendendo dal palco e abbracciando chiunque. Meraviglioso.

JULIA HOLTER. I concerti pomeridiani all’Auditori sono un toccasana per recuperare le energie consumate sotto i palchi la notte precedente, e il set della Holter, con tanto di accompagnamento minimale (batteria, basso violino e poco altro), è perfetto per cullare un onirico dormiveglia. E non è un modo elegante per dire che è stato un concerto noioso.

MICK HARVEY. In fuga dall’acquazzone che si rovescia sull’esibizione dello sfortunato John Grant, ci si tuffa in un Auditori inevitabilmente affollato e si assiste al concerto di un Mick Harvey tra il sardonico e il divertito – con tanto di Je T’aime.. che parte come base registrata – il quale, accompagnato da un ottetto d’archi catalano e dalla sua collaudatissima band, rilegge il canzoniere gainsbourghiano dosando al meglio omaggio e tradimento/traduzione. Impeccabile.

DR JOHN. Inevitabile assistere all’apparizione di una leggenda vivente, anche se la resurrezione vodoo dei suoni di Gris Gris ad opera di Dan Auerbach nel recente Locked Down sul palco si traduce in una dignitosissima e a tratti emozionante ma piuttosto istituzionale – da festival jazz per pubblico generico – parata di classici suoi e non solo. La classe è, ovviamente, quella di un gigante.

SLOWDIVE. Come risvegliarsi vent’anni dopo con la stessa voglia di dimostrare al mondo di avere espresso solo una piccola parte di quello che si aveva da dire. Gli Slowdive salgono sul palco a raccogliere gli applausi negati in gioventù, sono emozionati e perfetti grazie anche allo straordinario lavoro del fonico, bravissimo a far risaltare la gassosa luminescenza dei brani. Peccato che non abbiano suonato Alison, ma il loro è stato uno dei concerti più coinvolgenti dell’intero festival.

SLINT. Una musica costantemente sul filo della tensione, sempre sospesa tra implosione ed esplosione: chi si era perso la reunion del 2007 non è rimasto deluso, e i restauri nella line-up non hanno scalfito la tagliente scontrosità dei padri di quello che è stato e resta un suono epocale, anche se per pochi. La chiusura con Good Morning Captain lascia quel senso di epica incompiutezza che la band del Kentucky coltiva da sempre.

DARKSIDE. Pubblico numeroso, colori cupi veicolati da una cassa che parla una lingua trasversale e universale. Granitici e melodici al tempo stesso.

JONATHAN WILSON. Suona davanti al pubblico sparuto del tardo pomeriggio, la sua rievocazione di Laurel Canyon è perfetta ma a tratti un po’ fredda. Rimane un sottovalutato autore di canzoni ancora troppo spesso scambiato per manierista, e i 40 minuti del set non gli rendono giustizia.

TELEVISION. L’inevitabile reunion storica che divide il pubblico (abbondante, ma non oceanico). Da un lato i delusi, quelli che Tom Verlaine non ha voce (ma l’ha mai avuta? Forse no, e va benissimo così), che è tutto un po’ freddo e sembra un compitino. Dall’altra quelli che i Television valeva la pena di vederli ad ogni costo, che un pezzo di storia è un pezzo di storia. Per chi scrive i tre quarti originali sono stati all’altezza dell’impresa pur senza brillare, e l’innesto Jimmy Rip, al posto di Richard Lloyd, ha fatto esattamente il suo dovere, senza sbavature o inutili bisogni di protagonismo. La title track spostata in fondo alla scaletta, che uno vorrebbe non finisse mai, ci dice che valeva la pena essere della partita.

GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR. Ci vuole un quarto d’ora prima che il minaccioso bordone iniziale prenda la forma di brano compiuto, ma il tempo – due ore complessive – più che trascorrere va in slow motion. In formazione ridotta (si fa per dire) a sette, i canadesi restano uno dei live act più coinvolgenti, con un senso di inquietudine che ne sostiene le architetture dilatate e un interplay che ha pochi uguali, al limite della telepatia.

CLOUD NOTHINGS. È sufficiente assistere al devastante assalto sonoro degli ultimi dieci minuti di set, con i tre americani aggrappati agli strumenti come se ne andasse della loro vita, per convincersi che diventeranno qualcosa di molto, molto grande.

MOGWAI. I volumi sono adeguatamente alti, lo spettacolo è collaudato da almeno quindici anni, in fondo gli scozzesi fanno sempre la solita cosa, con minimi aggiustamenti (l’inserto di un violinista sul palco, ad esempio). Ma la fanno benissimo, e Mogwai Fear Satan è sempre un pezzo da isola deserta.

TY SEGALL. Un trascinatore che lancia ai fan (tra i più numerosi pubblici avvicendatisi al palco Pitchfork), oltre che sé stesso in uno stage diving finale, un garage rock sporco e diretto, una scossa finale che ben si adatta alla chiusura del festival.