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handmade

di Antonella Garro

Ogni volta che vedo un ragazzo con i pantaloni immotivatamente troppo stretti, una farfalla nel mio stomaco muore. Alla settima edizione dell’Handmade sono di sicuro la persona più grassa.

Come e forse più che ad ogni altro concerto, anche oggi mi chiedo se tutta questa gente è qui per scoprire qualche gruppo nuovo ed ascoltare musica, o se sta semplicemente appagando il mero desiderio di presenziare ad un evento che è diventato già “tendenza” per una fetta di giovani aderente alla medio borghesia padana vestita di pois. Il bello di questo festival è anche l’ampia partecipazione, che di fatto rende impossibile qualsiasi sorta di generalizzazione. Ci sono famiglie con bambini che ciondolano divertiti nel parco, ragazzi di ogni età assorti sui loro plaid nell’ascolto delle 19 band in programma ( 6 delle quali d’oltre confine)  e spettatori che ballano senza degnare di uno sguardo il palco.

La location scelta da Jonathan Clancy (qui la nostra intervista), che cura il festival insieme ai componenti dei Welcome Back Sailors, è un piccolo parco sede della polisportiva di Tagliata di Guastalla (RE), tipico villaggio di pianura sulla rive droite del fiume Po. Il luogo mi ricorda un po’ la balera di “Berlinguer ti voglio bene”, quella in cui Benigni tenta invano di conquistare delle signore un po’ attempate per sfogare i propri istinti sessuali. Le centinaia di persone presenti, prevalentemente animali urbani, si trovano davvero bene qui, tra banchetti di abiti vintage e non, manufatti DIY, dischi e ottimo cibo, e sono felici di poter passare finalmente una calda domenica fuori dalle loro esiziali cittadine. Completano l’atmosfera bucolica un vecchio divano in pelle piazzato in mezzo al campo, alcune balle di fieno perfette per sdraiarcisi sopra ed un trattore parcheggiato sul bordo della statale, elementi che sembrano posizionati appositamente per fare da sfondo alle immancabili foto da condividere con gli amici delle nostre seconde vite online.

Si parte alle 14 con l’esibizione dei padroni di casa His Clancyness, ma ci vuole ancora qualche mezz’ora prima che il pubblico trovi le forze per avvicinarsi in massa agli assolati tre palchi sui quali si alternano le band della giornata. I più preferiscono rimanere ancora a distanza, al riparo dei pochi  rettangoli d’ombra disponibili, per smaltire gli ottimi tortelli  “homemade” e il lambrusco.

Ci voleva  Tara Jane O’Neil e prima di lei gli Own Boo per convincerci a venir fuori allo scoperto.

Tra i My Bloody Valentine e i The Violators, i cinque bresciani, propongono uno shoegaze acido e armonico dove la voce della bellissima cantante, che ricorda quella di Karen O degli Yeah Yeah Yeahs, la fa da padrona: ed è un eccidio di cuori infranti.

Subito dopo Bob Corn ci regala una delle sue magnifiche performance con l’immancabile “chitarra a tre quarti” e protesta perchè lo fanno suonare troppo poco; ma la logica dell’Handmade è proprio questa e si ispira a quella dei maggiori festival europei: gli organizzatori sono rigorosi e fanno suonare i tanti gruppi nei tempi prestabiliti (al massimo mezz’ora).

Nel tardo pomeriggio arrivano i Did che hanno cambiato pelle rispetto alla prima volta che li  ho visti suonare  nel 2010 all’ Off di Modena.

All’epoca il gruppo era alle prese con il lancio del disco Kumar Solarium ed i componenti della band si mettevano in mostra a colpi di assoletti “stonati” e ripetitivi di chiara matrice punk ma con venature alla The Traditional Fools, dimostrando di essere una delle migliori band dello scenario italiano di genere, anche senza indossare maschere inquietanti e costumi eccentrici tipici del ruolo.

A quattro anni di distanza le influenze elettroniche prevalgono sul funk, e il cantato “con quel trucco che ti cambia la voce” si impone sulle melodie carucce fatte di chitarrine indie e sulle basi tra i Phoenix e i Daft Punk: praticamente incorniciano alla perfezione l’ora dell’aperitivo.

Non a caso i Did sono oggi, come si legge nella loro bio “Fondatori, direttori artistici e promoters di Losere SRSLY, 2 delle più importanti club nights in Italia e più recentemente collaboratori del Club to Club Festival”.
Finalmente dopo il live della reunion dei My Awesome Mixtape, e la performance degli His Electro Blue Voice è il turno degli attesissimi La Femme  “gruppo rivelazione” vincitore dei Victoire de la Musique 2014 per la prima volta in Italia.  Sono francesi e partono avvantaggiati perchè nonostante le iniziali reticenze del pubblico, sono equipaggiati del massimo del fascino dell’esotico condito di organetti e filastrocche demenziali (“Prends le bus! Prends le bus! Anti-taxi!”). Il risultato è dark come NoraKeys e punk come le Team Plastique , un electro pop anni 80 dagli atteggiamenti maliziosi ispirato a Jacno et Marie ed a Les Garçons. Il pubblico alla fine li acclama ma  come da copione non c’è tempo per i bis.

La settima edizione dell’Handmade si conclude con il pubblico attonito e in religioso silenzio davanti alle performance di Dirty Beaches e dei Massimo Volume.

File interminabili per prendere da bere e da mangiare e solo 4 bagni a disposizione del migliaio di astanti sono le uniche pecche di questa giornata.

Ma non possiamo permetterci di diventare dei burocrati o dei cinici che danno per scontati gli sforzi di chi lavora dietro le quinte, e anche se il rock è morto ed è stato soppiantato da intransigenti del pop che indossano pantaloni che non potrebbero permettersi, l’Handmade rimane comunque un festival entusiasmante, gratuito e a “dimensione d’uomo” che coniuga musica di alto livello, performance intime e toccanti e che consente a ciascuno la possibilità di vivere tutto questo in un modo completamente nuovo ed estremamente soggettivo.


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