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di Elia Alovisi

Si apre con Mark Bowen, co-fondatore della Wichita Recordings, il nostro speciale sull’etichetta d’oltremanica in occasione del suo decennale. Abbiamo già tenuto un contest per farvi vincere un po’ di merchandise, passiamo ora ad una chiacchierata con uno dei due uomini dietro il progetto-Wichita. Bowen ci risponde al telefono da Los Angeles, dove risiede attualmente. Il suo accento gallese non suona proprio coerente con l’assolata California, ma il suo tono di voce riflette tutta la gioia e la riconoscenza che Bowen prova per il suo lavoro quotidiano, oltre che l’orgoglio per tutto ciò che ha costruito assieme all’amico, e co-fondatore dell’etichetta, Dick Green. Con Bowen abbiamo parlato degli inizi della label, dell’evoluzione dei formati e della fruizione della musica, di social media, di America e Regno Unito, dei criteri dietro alla scelta delle band che mette sotto contratto. E, alla fine dell’intervista, una piccola anticipazione delle prossime puntate dello speciale.

Avresti mai immaginato, da ragazzo, che un giorno avresti vissuto di musica?

“Nemmeno per un momento. Sono cresciuto nel Galles del Sud, lontanissimo da Londra e dal music business, non conoscevo nessuno che lavorava nel settore, non avevo alcun collegamento. Semplicemente amavo la musica, e la amavo fin da piccolo. Era tutto un andare a concerti, comprare dischi. Erano bei momenti. Negli anni Ottanta ci fu la prima grande ondata di etichette indipendenti di successo, come la Rough Trade o la 4AD – etichette fantastiche che ti facevano capire che fuori dalla Top 40 c’era un mondo di musica. Per me diventarono una sorta di ossessione – e con l’aiuto di John Peel imparai molto, e molto velocemente. Diventarono uno standard qualitativo, come poteva esserlo stata la Motown nel passato, o la Stax. E proprio come accadeva ai tempi, solo il fatto che un disco uscisse per un’etichetta che rispettavo mi dava la garanzia che fosse un prodotto di qualità. Nella mia testa, è sempre stato quello il marchio di una buona etichetta indipendente. Può essere un artista di cui non hai mai sentito parlare, potrebbe essere un genere che normalmente non ascolti, ma se l’etichetta lo considera valido, allora prova a darci un ascolto, no?”

I Clap Your Hands Say Yeah, che metteste sotto contratto nel 2005, sono stati uno dei primi esempi di fama ottenuta tramite i social media. Come eri arrivato a conoscerli, e come pensi si sia evoluto il ruolo delle etichette nel promuovere il lavoro di un artista?

“Presi un volo per New York dopo aver sentito quel paio di tracce che i CYHSY avevano uploadato su internet, dato che me ne ero innamorato. Quando li vidi dal vivo per la prima volta il club era pieno di gente, come in tutti i concerti che stavano facendo in quel periodo. La cosa può sembrare normale adesso, ma a quei tempi la mia reazione fu, “Da dove arriva tutta ‘sta gente? Non hanno un’etichetta a spingerli, le loro canzoni non passano alla radio. Come sta succedendo tutto questo?” Fu la prima volta che mi resi conto del potere dei social media. Cinque anni fa, ricordo, pensai che a un certo punto non ci sarebbe stato più bisogno di noi. Puoi raggiungere le persone in un modo totalmente autonomo, e allora che senso ha firmare un contratto con un’etichetta? Nell’ultimo paio d’anni, però, mi sono reso conto che abbiamo decisamente ancora senso di esistere. Alla gente piace il senso di comunità che traspare da un’etichetta, sia agli ascoltatori che agli artisti che ne fanno parte. Inoltre, c’è così tanta musica là fuori che puoi sentirti soverchiato, ed è qua che agiamo noi – come una sorta di guida, che si è fermata a pensare e ha selezionato una parte di tutta la musica disponibile. Così che tu possa dare un ascolto alla nostra proposta, prima di andare a cercare a caso su internet”.

C’è una vostra uscita che, secondo te, molte più persone avrebbero dovuto ascoltare? Una gemma nascosta nel vostro catalogo?

“Abbiamo co-pubblicato Empty Rooms, uno dei dischi dei Canyon, una band di Washington DC. Il loro era un disco enorme, che suonava davvero molto “aperto” e cinematografico. E questo prima che pubblicassimo i My Morning Jacket, che condividono diversi elementi con loro. Adesso si sono sciolti, e il loro manager è finito a lavorare con i National. Quindi mi chiedo sempre che cosa sarebbe potuto succedere se fossero restati assieme, e cerco di parlare di loro e di quel disco il più possibile. Per me è una delle cose più belle che abbiamo mai pubblicato”.

E chi pensi sia il miglior scrittore di testi nel tuo catalogo? Per me è una sfida tra Kele Okereke, Gareth dei Los Campesinos! e Dylan Baldi dei Cloud Nothings.

“Sono d’accordo, ma inserirei anche Conor Oberst. Raccomanderei sempre Gareth, anche se i Los Campesinos! non hanno un seguito al livello dei Bloc Party o dei Bright Eyes quello che scrive è incredibile. Ed è come se le sue parole migliorassero di disco in disco. Non mi dispiacerebbe leggere un suo libro”.

E quanta importanza dai ai testi, quando si tratta di scegliere nuove band da inserire nel vostro roster?

“Sto molto attento ai testi. E per me è sempre, sempre, sempre stato così. Insomma, abbiamo iniziato con Fevers and Mirrors dei Bright Eyes – che è un disco dalla dimensione testuale incredibile, in cui mi rispecchiavo pienamente. È buffo il fatto che io ascolti un sacco di musica senza parole – moltissimo jazz, ad esempio – ma alla fine tutti i miei dischi preferiti siano totalmente basati su una narrazione forte”.

Da interno al sistema discografico, per te il ritorno del vinile è ormai permanente o si rivelerà solo una moda?

“Ricordo ancora quando uscivano tantissimi singoli in cassetta, e non riuscivo proprio a capire perché la gente pagasse per avere un nastro con su due canzoni (ride). Quindi non posso che essere felice del ritorno del vinile. È un formato che uso ogni giorno, ho una collezione immensa di dischi. Penso che la cosa possa essere anche leggermente problematica per la sopravvivenza delle etichette più piccole. Produrre vinili in larghe quantità è molto costoso, e quindi nascono le edizioni limitate e la necessità di mandarle sold out”.

Pensi che arriverà un momento in cui smetteremo totalmente di stampare i CD per dedicarci solo al vinile e al digitale?

“Sì, assolutamente. Ormai siamo arrivati a un punto in cui la maggior cura va alle edizioni digitali e su vinile, stampiamo CD solo in numeri abbastanza limitati. Esiste ancora un pubblico-massa mainstream che acquista CD, ma sta per andarsene. Riguardo allo streaming, mi sento ottimista. Un vantaggio che ottieni immediatamente è la possibilità di catalogare la tua musica, il che ti aiuta molto a scoprire nuove cose. Il mercato digitale è nato inizialmente per portare alla gente le ultime uscite nel modo più veloce possibile, soprattutto su iTunes, ma si è poi rivelato un’immensa opportunità per esplorare il passato. C’è stato un momento in cui i media spingevano articoli del tipo, “I dieci album che devi sentire”, “Le dieci canzoni più importanti dell’anno” – e non c’era alcun senso storico, alcuna possibilità di andare oltre. Dare alle persone l’opportunità di spaziare nell’intera storia della musica praticamente gratis, alla peggio per dieci euro al mese, è una cosa incredibile. Permette a qualsiasi persona di andare a sentire qualsiasi band di cui ha sentito parlare, il che fa bene ad entrambi. Non è automatico voler spendere dieci sterline per un disco che non hai mai ascoltato basandoti sulla fiducia – ora puoi decidere prima se darci i tuoi soldi o no. E se quella band diventerà incredibilmente famosa, otterremo comunque quelle dieci sterline dalle migliaia di streaming che faranno i suoi pezzi”.

Qual è la differenza maggiore nel lavorare con band inglesi e band americane?

“Odio generalizzare, ma penso che nella maggior parte dei casi le band americane possano essere più dedicate a quello che fanno. E ciò nasce dalla maggiore fatica che fanno ad ottenere un riconoscimento su ampia scala. Nel Regno Unito c’è una scena minuscola, se paragonata a quella d’oltreoceano, e stando a Londra potresti diventare famoso in una settimana. Penso anche che le band britanniche o europee abbiano per loro natura un respiro più internazionale. Spesso, quando parliamo con una band americana di fare un tour nel vecchio continente, ci rendiamo conto che è un’opportunità a cui non avevano mai pensato. A una band inglese viene naturale pensare, “Un giorno saremo famosi e andremo in tour in America”. Una band americana non penserà mai, “Un giorno andremo in tour nel Regno Unito”. Hanno una visione diversa del mondo. Penso nasca dalle immense distanze che si trovano di fronte nel loro paese”.

E pensi sia ancora così difficile, per una band inglese, ottenere un livello di fama accettabile negli Stati Uniti?

“Sì, è ancora MOLTO difficile. Ci vuole tantissimo lavoro. Non penso ci sia dietro un segreto, una volta che ti rendi conto del valore di una band il punto è dedicarle la maggior parte del tuo tempo. Perché i Bloc Party sono riusciti ad ottenere successo anche da questa parte dell’oceano? Perché hanno fatto sei tour degli Stati Uniti in due anni, più o meno. Un esempio: i Los Campesinos! non hanno mai suonato in Italia. Se non suoni in un paese, non otterrai mai successo in quel paese. E persino una band inglese che arriva in America e suona a New York, Los Angeles e pensa di avercela fatta, si deve rendere conto che ci sono molte altre cose in mezzo. C’è un paese immenso tra quei due poli, e se non ti fai vedere più volte in più posti possibile, la gente si dimentica di te. Hanno abbastanza musica attorno da riuscire a sopravvivere per il resto della loro vita. A meno che tu sia lì continuamente, come per dire, “E noi? E noi?”, la tendenza del pubblico è quella a dimenticarti. Le carriere non si costruiscono sulle hit, ma sui tour. Ed è un lavoro durissimo. Ma con una ricompensa immensa.”

Tra le vostre prossime uscite c’è Here and Nowhere Else dei Cloud Nothings. Ho avuto la fortuna di ascoltarlo, e penso che con questo disco possano riuscire ad affermarsi a livelli ancora più ampi di quello che avevano raggiunto con Attack On Memory. Sei d’accordo?

“Penso proprio di sì. La cosa che mi ha più colpito dei Cloud Nothings sono stati alcuni live del tour di Attack On Memory, in cui sono riusciti a creare un collegamento fortissimo con il pubblico. Prima parlavamo di parole, Dylan ne scrive di molto semplici ma facendo ciò riesce a toccare la sua generazione nel punto giusto. Ci vedo delle somiglianze con quello che era riuscito a fare Cobain. Insomma, No Future/No Past. Penso che Dylan sia uno scrittore davvero capace di farti immedesimare in ciò che dice, e riesce a farlo in dieci righe di testo. Ho grandi speranze sul disco, e Dylan è ancora molto giovane. Mi ricorda anche Conor Oberst, così tanto talento e così tanta vita davanti. Gli viene tutto in modo molto naturale, non è per niente pretenzioso”.

Oltre a quest’intervista, a breve ne pubblicheremo una con i Cheatahs e una con i Peggy Sue. Parlami un po’ del tuo rapporto con entrambe le band.

“I Cheatahs sono l’ultima band britannica che abbiamo ingaggiato. In realtà, ero andato a vedere un’altra band a Londra, e i Cheatahs suonavano come supporto. Non ero intenzionato a vederli, diciamo. Ero al bancone, e hanno iniziato a suonare una canzone che mi ha riportato immediatamente agli anni d’oro della Creation Records, era come essere tornato nei primi anni Novanta. In fondo è stata quella la musica grazie a cui io e Dick [Green, co-fondatore dell’etichetta] siamo diventati amici. Il loro disco è venuto fuori benissimo, e spero che con il loro tour di quest’anno riescano a far provare la stessa sensazione al maggior numero di persone possibile.

I Peggy Sue sono una band che abbiamo visto crescere, e penso che siano arrivati al punto migliore della loro carriera – i loro concerti sono una meraviglia da guardare, oltre che da ascoltare. La loro parabola è esattamente quello che ho sempre sperato arrivasse da una delle nostre band. Un miglioramento incredibile di disco in disco”.