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Di Mavi Mazzolini
Biondo, alto, inglese, ha studiato al conservatorio ed è maturo abbastanza da scegliere di ignorare vocine e gossip in giro sul suo conto; già partendo da questi requisiti, Tom Odell poteva essere facilmente la next big thing inglese. Se poi ci aggiungiamo che ha avuto anche l’approvazione di Lily Allen, che l’ha messo sotto contratto, diventa quasi scontato che sia diventato facilmente l’attuale big thing britannica. Lo incontro ad un Hotel quattro stelle nella semi-periferia di Milano: impeccabile, giacca e scarpe elegantissime, appena prende posto davanti alla schiera di giornalisti che lo aspettano chiede un tè. Accavalla le gambe, si mette comodo sulla sua poltrona, e inizia a rispondere alle varie domande senza mai togliersi quella classe tipica inglese. Sovrappensiero, sono partita in quarta con la mia domanda in inglese, mentre la traduttrice doveva ancora iniziare a spiegare la risposta prima in italiano; da dietro una voce burbera se l’è presa sul personale e mi ha ammonito in modo acido, gli altri hanno riso, e Tom mi ha tirato un’occhiatina complice con mezza risatina sotto i baffi. Perché sì, infondo sarà anche la pop star del momento in Inghilterra; però ha sempre 22 anni, e io potrei essere una qualsiasi fra i suoi amici.

Com’è nato l’incontro con Lily Allen?

“Stavo facendo diversi concerti a Londra, e dopo uno di questi ho incontrato Lily Allen: era venuta a vedermi, le era piaciuto il live e quindi siamo andati a prenderci una birra insieme. Aveva appena lanciato la sua etichetta, e sapendo che non ne avevo ancora una, mi ha proposto di entrare nella sua ed io ho accettato. È stata una delle prime persone a credere in me ed alla mia musica, sono stato fortunato ad incontrarla.”

In un’intervista hai parlato molto, e bene, di Addio alle armi di Hemingway. Quanto ha influito sulla tua scrittura?

“Beh, è uno dei miei libri preferiti, ma non saprei dire quanto mi abbia influenzato. Sicuramente molto, e in generale, la letteratura è qualcosa che ha un forte impatto su quello che scrivo, ma non è l’unica cosa. Ci sono talmente tante cose da cui attingo che non saprei nemmeno rintracciarle: a livello musicale vario molto, e non sono mai riuscito ad ascoltare un artista per più di un mese di fila. Frequentando il conservatorio ho ascoltato moltissima musica classica: Debussy, Schumann, Schubert… Studiavo le regole della musica e ascoltavo rigidamente i classici. Quando ho preso abbastanza sicurezza da orientarmi verso qualcosa che non seguiva per forza le regole, ho iniziato ad ascoltare anche il rock classico, e poi ho fatto sempre più passi verso il contemporaneo. Ho iniziato con e Bob Dylan, Tom Waits, Elton John… La prima band a cui mi sono appassionato sono gli Arcade Fire, e al momento ascolto moltissimo Anna Calvi.”

Fra l’altro, delle pietre miliari del rock come i Rolling Stones ti hanno chiesto di suonare con loro, ma all’ultimo hai dovuto dare forfait.

“È stato un onore per me essere chiamato per suonare ad Hyde Park con i Rolling Stones. Purtroppo, però, ero reduce da un tour di quattro mesi. Sono tornato che ero sfiancato, ho avuto un’infezione e non ho potuto suonare. Suonare con un gruppo del genere dev’essere un’esperienza unica, ma mi piace molto anche suonare con gruppi al mio pari, e più o meno miei coetanei. Negli ultimi tour, ad esempio, ho diviso il palco con Jake Bugg e London Grammar ed è stato arricchente. Sono poi un fan della musica di entrambe le band, quindi l’esperienza è stata ancora migliore. Sono anche molto fortunato perché suono con una band, cosa totalmente nuova per me, che ho sempre composto al piano e da solo: invece coi ragazzi mi trovo molto bene, siamo in sintonia, e poter esibirsi in totale libertà ti permette di goderti di più l’esperienza.”

Hai dichiarato che scrivi canzoni per prendere sonno. È ancora così?

“Difficilmente riesco a spegnere il cervello, quindi scrivere mi fa più che bene: è come prendere tutti i miei pensieri e metterli da un’altra parte, fuori dalla mia testa. Questo mi aiuta a fare pulizia e, in un certo senso, mi tranquillizza. Anno per anno ho accumulato un’infinità di quadernini e block notes, li ho ancora tutti, a casa.”

Non è quindi un caso che i testi nel booklet di Long Way Down riproducano gli originali scritti a carta e penna.

“Assolutamente. Con il booklet di Long Way Down ho voluto dare un’idea di come scrivo. Non ho mai scritto testi al computer in studio, solo perché ce n’era bisogno: insomma, scrivo testi da sempre, e mi viene naturale, molto più della prosa. Scrivendo circa un testo al giorno, alla fine quello che ne esce è un diario: Long Way Down, infatti, è molto autobiografico, e volevo che dal booklet trasparisse la sincerità con cui l’ho scritto.”

Del tuo primo singolo, Another Love, a href=”http://en.wikipedia.org/wiki/Jamie_Thraves”>Jamie Thraves ne ha fatto uno short movie. L’idea finale coincide con il motivo che ti ha spinto a scriverla?

“Del corto mi piace molto l’idea della bellezza che sta nell’occhio di chi la guarda: il protagonista incontra molte ragazze e di bell’aspetto, seno prosperoso e abbronzatura finta, ma alla fine si innamora della ragazza semplicissima del volantino. È molto bella la sua idea, e la sua interpretazione inquadra come spesso non riusciamo nemmeno ad accorgerci che l’amore sta proprio di fronte a noi. In realtà quando l’ho scritta pensavo di più a quel momento in cui, finito un amore, cerchiamo di andare avanti e voltare pagina con un’altra persona.
A tal proposito mi viene in mente una scena di Io ed Annie, un film di Woody Allen: Allen è con Annie in una casa di Long Island, e devono cucinare delle aragoste. I poveri animali cadono a terra ed i due sono nel panico: Annie ne prende una e inizia a giocherellarci, puntandola contro a un Woody Allen che, terrorizzato, si nasconde dietro al frigo. Qualche tempo dopo, e dopo che i due si sono lasciati, Allen torna nella stessa casa con un’altra ragazza: il protagonista cerca di ricreare la stessa situazione delle aragoste, sperando di ri-provare gli stessi sentimenti, ma non ci riesce. La ragazza non coglie l’ironia e la scena si conclude velocemente, senza romanticismo, senza ironia, con un protagonista distrutto dall’incapacità di poter rivivere una situazione felice.
Ecco, quello che cercavo di descrivere io era proprio questo: quando finisce un amore e cerchiamo di ri-provare le stesse cose, e ci proviamo in ogni modo, e inseguiamo quei ricordi felici con tutte le nostre forze.”

Qualcuno chiede se è vero che, per andare a suonare i primi concerti, prendeva in prestito la macchina della mamma – “l’ho letto su Wikipedia”, dice. Tom non si scompone più di tanto: fa una mezza smorfia, accavalla le gambe dall’altro lato, alza leggermente le spalle. “Scrivono talmente tante cose che oramai non ci faccio nemmeno più caso. Comunque no, non è vero.”

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