
Di Mavi Mazzolini
Com’è nato l’incontro con Lily Allen?
“Stavo facendo diversi concerti a Londra, e dopo uno di questi ho incontrato Lily Allen: era venuta a vedermi, le era piaciuto il live e quindi siamo andati a prenderci una birra insieme. Aveva appena lanciato la sua etichetta, e sapendo che non ne avevo ancora una, mi ha proposto di entrare nella sua ed io ho accettato. È stata una delle prime persone a credere in me ed alla mia musica, sono stato fortunato ad incontrarla.”
In un’intervista hai parlato molto, e bene, di Addio alle armi di Hemingway. Quanto ha influito sulla tua scrittura?
“Beh, è uno dei miei libri preferiti, ma non saprei dire quanto mi abbia influenzato. Sicuramente molto, e in generale, la letteratura è qualcosa che ha un forte impatto su quello che scrivo, ma non è l’unica cosa. Ci sono talmente tante cose da cui attingo che non saprei nemmeno rintracciarle: a livello musicale vario molto, e non sono mai riuscito ad ascoltare un artista per più di un mese di fila. Frequentando il conservatorio ho ascoltato moltissima musica classica: Debussy, Schumann, Schubert… Studiavo le regole della musica e ascoltavo rigidamente i classici. Quando ho preso abbastanza sicurezza da orientarmi verso qualcosa che non seguiva per forza le regole, ho iniziato ad ascoltare anche il rock classico, e poi ho fatto sempre più passi verso il contemporaneo. Ho iniziato con e Bob Dylan, Tom Waits, Elton John… La prima band a cui mi sono appassionato sono gli Arcade Fire, e al momento ascolto moltissimo Anna Calvi.”
Fra l’altro, delle pietre miliari del rock come i Rolling Stones ti hanno chiesto di suonare con loro, ma all’ultimo hai dovuto dare forfait.
“È stato un onore per me essere chiamato per suonare ad Hyde Park con i Rolling Stones. Purtroppo, però, ero reduce da un tour di quattro mesi. Sono tornato che ero sfiancato, ho avuto un’infezione e non ho potuto suonare. Suonare con un gruppo del genere dev’essere un’esperienza unica, ma mi piace molto anche suonare con gruppi al mio pari, e più o meno miei coetanei. Negli ultimi tour, ad esempio, ho diviso il palco con Jake Bugg e London Grammar ed è stato arricchente. Sono poi un fan della musica di entrambe le band, quindi l’esperienza è stata ancora migliore. Sono anche molto fortunato perché suono con una band, cosa totalmente nuova per me, che ho sempre composto al piano e da solo: invece coi ragazzi mi trovo molto bene, siamo in sintonia, e poter esibirsi in totale libertà ti permette di goderti di più l’esperienza.”
Hai dichiarato che scrivi canzoni per prendere sonno. È ancora così?
“Difficilmente riesco a spegnere il cervello, quindi scrivere mi fa più che bene: è come prendere tutti i miei pensieri e metterli da un’altra parte, fuori dalla mia testa. Questo mi aiuta a fare pulizia e, in un certo senso, mi tranquillizza. Anno per anno ho accumulato un’infinità di quadernini e block notes, li ho ancora tutti, a casa.”
Non è quindi un caso che i testi nel booklet di Long Way Down riproducano gli originali scritti a carta e penna.
“Assolutamente. Con il booklet di Long Way Down ho voluto dare un’idea di come scrivo. Non ho mai scritto testi al computer in studio, solo perché ce n’era bisogno: insomma, scrivo testi da sempre, e mi viene naturale, molto più della prosa. Scrivendo circa un testo al giorno, alla fine quello che ne esce è un diario: Long Way Down, infatti, è molto autobiografico, e volevo che dal booklet trasparisse la sincerità con cui l’ho scritto.”
Del tuo primo singolo, Another Love, a href=”http://en.wikipedia.org/wiki/Jamie_Thraves”>Jamie Thraves ne ha fatto uno short movie. L’idea finale coincide con il motivo che ti ha spinto a scriverla?
“Del corto mi piace molto l’idea della bellezza che sta nell’occhio di chi la guarda: il protagonista incontra molte ragazze e di bell’aspetto, seno prosperoso e abbronzatura finta, ma alla fine si innamora della ragazza semplicissima del volantino. È molto bella la sua idea, e la sua interpretazione inquadra come spesso non riusciamo nemmeno ad accorgerci che l’amore sta proprio di fronte a noi. In realtà quando l’ho scritta pensavo di più a quel momento in cui, finito un amore, cerchiamo di andare avanti e voltare pagina con un’altra persona.
A tal proposito mi viene in mente una scena di Io ed Annie, un film di Woody Allen: Allen è con Annie in una casa di Long Island, e devono cucinare delle aragoste. I poveri animali cadono a terra ed i due sono nel panico: Annie ne prende una e inizia a giocherellarci, puntandola contro a un Woody Allen che, terrorizzato, si nasconde dietro al frigo. Qualche tempo dopo, e dopo che i due si sono lasciati, Allen torna nella stessa casa con un’altra ragazza: il protagonista cerca di ricreare la stessa situazione delle aragoste, sperando di ri-provare gli stessi sentimenti, ma non ci riesce. La ragazza non coglie l’ironia e la scena si conclude velocemente, senza romanticismo, senza ironia, con un protagonista distrutto dall’incapacità di poter rivivere una situazione felice.
Ecco, quello che cercavo di descrivere io era proprio questo: quando finisce un amore e cerchiamo di ri-provare le stesse cose, e ci proviamo in ogni modo, e inseguiamo quei ricordi felici con tutte le nostre forze.”
Qualcuno chiede se è vero che, per andare a suonare i primi concerti, prendeva in prestito la macchina della mamma – “l’ho letto su Wikipedia”, dice. Tom non si scompone più di tanto: fa una mezza smorfia, accavalla le gambe dall’altro lato, alza leggermente le spalle. “Scrivono talmente tante cose che oramai non ci faccio nemmeno più caso. Comunque no, non è vero.”




