band of skulls

di Elia Alovisi

La parola d’ordine, per i Band of Skulls, è compattezza. Russell Marsden (voce/chitarra), Emma Richardson (voce/basso), Matt Hayward (batteria): cresciuti assieme, diventati suonatori assieme, diventati famosi assieme, scrivono musica e parole assieme. La conseguenza logica di tutto questo è un’estrema coerenza musicale: le loro radici stanno nel blues e nell’hard rock dei 60s e dei 70s, e hanno fatto il possibile per metterlo in chiaro sempre e comunque. Vedi Light of the Morning, primo pezzo del loro esordio Baby Darling Doll Face Honey (anno 2009): la voce che segue la chitarra come in I Want You (She’s So Heavy) dei Beatles, accordi e pause sabbathiani e una doppia voce che ha invece le sue origini nel presente (vengono in mente i Kills, ad esempio). La formula si è ripetuta con successo nella loro seconda fatica in studio, Sweet Sour (2012). Prendiamo i singoli: The Devil Takes Care of His Own gioca su una formula da hit degli 80s che neanche Joan Jett, mentre You’re Not Pretty But You Got It Goin’ On mette il pedale sul metallo e tira in mezzo un riff alla ZZ Top incattivito affiancandolo a una batteria drittissima – e per questo efficace.

Parlo al telefono con Matt, il batterista del gruppo, qualche giorno prima della loro data milanese con i Queens of the Stone Age e prima dell’annuncio di Himalayan, prossimo disco della band, fuori all’inizio del 2014. Matt è in sala prove, e sta aspettando che Russell ed Emma lo raggiungano in treno. Ancora una volta, perseveranza. Ha una voce rilassata e cordiale, ed è pienamente conscio di essere parte fondamentale della struttura-band di cui fa parte: parla con piacere del suo passato (e di quello del gruppo), dice la sua sui testi (ma specifica che anche gli altri membri del gruppo avrebbero un’opinione), parla di aspettative (che condivide – l’avreste mai detto – con gli altri del gruppo). La macchina-Band of Skulls è in pieno regime, gli ingranaggi sono oliati, girano sempre più velocemente e tutto va bene, a sentire Matt.

Tra qualche giorno inizierete un tour assieme ai Queens of the Stone Age – quali sono le vostre aspettative? Avete mai incontrato Josh Homme prima? 

Matt Hayward: “Non penso di averlo mai incontrato personalmente, anche se è capitato di incrociarci in diversi festival. Ovviamente siamo molto eccitati, siamo tutti grandi fan dei Queens of the Stone Age e per noi è un onore condividere il palco con loro. Penso ne uscirà un gran bel rock show”.

 Vi trovate a vostro agio a suonare in grandi arene?

MH: “È diverso, è molto divertente. Penso che suonare come band di supporto consista, per noi, nel tentare di conquistare più persone possibile. E suonare in grandi arene ci permette di farlo al meglio, meramente per la quantità di persone che abbiamo di fronte. È bello perché è diverso, suonare sempre negli stessi posti renderebbe il tutto più noioso”.

 Ho letto sulla vostra pagina Facebook che avreste pubblicato a breve un nuovo singolo – questo significa che c’è un album in uscita, giusto?

MH: “Non penso di poterne parlare (ride). Mi piacerebbe, ma mi sento come se avessi il fiato del nostro manager sul collo”.

Allora, dato che non possiamo parlare del futuro, facciamo un salto nel passato. Mi puoi raccontare come vi sentivate ai tempi delle registrazioni del vostro primo disco?

MH: “È davvero bello ripensarci – quando abbiamo iniziato non eravamo mai stati in una situazione simile, era tutto completamente nuovo e nessuno aveva la minima idea di cosa fare. Era tutto sconosciuto, sono stati momenti eccitanti. Anche andare in tour era una cosa completamente nuova. Invece, per Sweet Sour, ci sentivamo molto più sicuri di noi, forti del tempo passato a suonare dal vivo e delle esperienze che avevamo fatto. Il nuovo disco è stata un’estensione di tutto questo, in fondo, e renderci conto del punto a cui siamo arrivati è una bella sensazione. Il punto è percepire una progressione in noi stessi”.

 Sempre ripensando a quel periodo: la vita in tour si è rivelata simile a quella che ti aspettavi ai tempi?

MH: “Penso sia stato piuttosto diverso da quello che mi aspettavo. Da ragazzo, sviluppi una grande ammirazione per le band che vai poi a vedere dal vivo. Nello stare nel pubblico si crea una sorta di magia, un senso di attesa, e poi vedi il gruppo il cui disco stai ascoltando da mesi uscire sul palco in quel brusio… è una cosa magica e speciale, e poi quando ti trovi tu sul palco ti rendi conto, quasi, di poter stare facendo la stessa cosa per un ragazzino come te, che ti sta guardando in questo momento. È molto bello, ma è strano per me andare a un concerto adesso. Poco fa sono andato a vedere gli Arctic Monkeys, per esempio, e non riesco più a dare valore a ciò che accade sul palco. Non ci ho mai fatto tanto caso, ma va bene così, va bene così. È strano il modo in cui funziona questo meccanismo”.

Che cosa significava, per voi ragazzi, venire da Southampton?

MH: “Vediamo, Southampton… mio padre gestiva un minuscolo studio di registrazione, in fondo al mio giardino. Quindi avevamo il lusso e la fortuna di avere una sala prove da poter sfruttare in qualsiasi momento volessimo. Ci passavamo tutte le nostre serate. Era davvero un lusso, ai tempi c’erano molte ottime band a Southampton e avevano tutte difficoltà a trovare un posto dove provare. Suonavamo dal vivo il più possibile in città, dove c’era una scena musicale davvero in salute. Alla fine è stata un’ottima base da cui partire e da cui comprendere le logiche del music business, ricordo ancora quanto fu bello quando iniziammo a venire pagati dai club in cui suonavamo”.

 Quand’è che vi rendeste conto che sarebbe stato necessario trasferirvi a Londra?

MH: “Una volta che hai suonato in tutti i locali della tua città, Londra è l’ovvia scelta successiva. Per ogni piccola band che vuole crescere trasferirsi lì significa aumentare le proprie opportunità di essere notati da qualcuno, ed è più facile per chi lavora nell’A&R venire ai tuoi concerti. E Southampton, in fondo, è solo a un’ora da Londra”.

 È così che avete ottenuto un contratto? 

MH: “Sì, sì, abbiamo dovuto sopportare orrende riunioni e offerte di cene di lusso, ed è stato tutto estremamente strano per noi”.

Adoro l’aggettivo “orrendo”.

MH: “(ride) Sì, è una cosa orrenda, perché ripensandoci e parlando ad altri nostri amici musicisti che stanno passando per quella fase, ti rendo conto di quanto sia scoraggiante. È come se ti sentissi nelle mani di queste persone che per te, in quel momento, sono quelle che ti stanno dando l’opportunità di fare un disco. Sono felice di non dover più passare per quella trafila. Anche se fa parte della crescita di una band.”


 Dei testi vi occupate tutti e tre, giusto?

MH: “Sì, scriviamo le nostre canzoni tutti assieme ma l’idea per ogni testo parte da una persona sola. Ci mettiamo comunque sempre seduti a cercare di capire che cosa vogliamo tirare fuori da un pezzo.”

 Allora vorrei chiederti un paio di cose a proposito – l’impressione è che passiate facilmente dai massimi sistemi a momenti in cui sembra stiate semplicemente giocando con le parole. Ad esempio, parlate molto di verità. Vedi Blood, “Non mi servono opinioni / Mi va bene quello che ho”. O anche Lies, “Le bugie sono la verità che ti racconti da solo”. 

MH: “Cerchiamo sempre di scrivere cose che permettano a chi ascolta di interpretare liberamente quello che diciamo, in modo da non essere troppo legati a un periodo di tempo definito – non ricordo nemmeno esattamente il motivo per cui avevamo scritto quelle cose, ma c’era sicuramente molta paranoia. In un ambiente come il nostro ci sono molte persone disoneste, e quello era una sorta di nostro commento. Probabilmente gli altri ti darebbero delle opinioni diverse, ma per me quel pezzo parla della ricerca della fiducia, di persone buone con cui circondarsi”.

 Ecco – mentre a volte sembrate serissimi in ciò che dite, a volte vi escono cose totalmente fuori di testa. Tipo I Know What I Am, che ha delle rime assurde. Insomma, “Hotel / Taco Bell”. 

MH: “Sì, è questo il punto. Era tutto più o meno serio… oddio, mi stai facendo andare troppo indietro. Penso che l’idea dietro a quella canzone fosse quella di creare qualcosa di leggermente frenetico. Eravamo appena tornati dal nostro primo grande tour negli Stati Uniti, e volevamo mettere assieme tante piccole istantanee di tutto ciò che avevamo visto di nuovo in questo viaggio, che avevamo fatto con gli occhi spalancati”.

 Siete sempre stati un terzetto?

MH: “Suoniamo assieme da quando eravamo giovani. A Southampton avevamo ognuno delle band diverse, e sono sicuro che agli inizi ci sia stata qualche altra persona nel gruppo – ma poi ci fu chi andò all’università, chi si mise a viaggiare. Per loro la musica era un passatempo, mentre noi prendevamo tutto molto sul serio. E alla fine ci trovammo noi tre, anche se avevamo provato a jammare con altre persone”.

Avete mai pensato di aggiungere altri membri alla band? Una seconda chitarra, una tastiera.

MH: “Sì ne abbiamo parlato. Ma dal vivo vogliamo metterci alla prova, ma non vogliamo scrivere nulla che non possiamo non dico riprodurre completamente, ma almeno suonare noi tre su un palco. Quindi, almeno nel prossimo futuro la risposta è no. Magari quando saremo più vecchi e avremo bisogno di qualcuno che ci dia una mano, ma deve esserci davvero un problema fisico dietro (ride). Abbiamo imparato a suonare assieme, e se dovessi togliere uno di noi dall’equazione sarebbe difficile trovare un sostituto”.

Qua sotto, l’audio del nuovo singolo dei Band of Skulls, Asleep at the Wheel, tratto da Himalayan, il loro prossimo album.