josh homme

di Elia Alovisi – foto via Vivo Concerti

Era da un po’ che non andavo a vedere un concerto rock al forum di Assago. L’ultima volta era stato per Lana del Rey, e non si può certo dire che fosse stato un grande show: pubblico adorante nelle prime file ma per il resto moscetto, parterre mezzo vuoto, gridoline di giubilo e stop. Invece, nell’andare a vedere i Queens of the Stone Age, mi sono ritrovato di nuovo immerso in quel fantastico immaginario da concertone italiano che da tanto mi mancava. Qualche esempio: il tipo alto due metri e dieci iperesaltato in mezzo alla gente ferma che, su Little Sister, si tira via la maglietta e, impugnatala stretta, la fa roteare con forza nell’aria. O quello distrutto dalla vita, canottiera + capello unto + zaino al contrario che si fa strada a testa bassa tra il pubblico importunando gente a caso. E l’odore di fumo più o meno legale, i venditori di birra abusivi nel parterre, i bagarini rampanti, gli striscioni fatti con bomboletta e lenzuolo (“God Save the Queens of the Stone Age”, per la cronaca).

In questo contesto, i Band of Skulls salgono sul palco per le 20 – e convincono. Il trio di Southampton sta per pubblicare il suo terzo disco, ancora senza titolo, e quindi la scaletta converge per la sua quasi totalità su estratti da Baby Darling Doll Face Honey e Sweet Sour: eccezione è Asleep at the Wheel, il nuovo singolo della band, suonato dal vivo per la prima volta. La proposta musicale dei Band of Skulls è decisamente coerente con gli headliner della serata – chitarre hard rock con un paio di tocchi sludge/stoner, assoli ogni tot che neanche Jimmy Page, doppia voce uomo/donna alla the Kills – e quindi la risposta del pubblico si fa sentire. Particolarmente efficace You’re Not Pretty But You Got It Goin’ On, col suo incedere pachidermico (a proposito, un altro termine di paragone potrebbero essere i Tame Impala di Elephant), ma anche il botta e risposta vocale di I Know What I Am e le reminescenze beatlesiane di Light of the Morning (nello specifico, sembra di stare a sentire I Want You).

I Queens of the Stone Age, invece, salgono sul palco dopo un intero minuto di countdown. Le prime note sono quelle di Keep Your Eyes Peeled, primo pezzo di …Like Clockwork: un inizio lento e atmosferico, luci blu, tutti più o meno fermi, qualche testa che fa su e giù ma niente di più. Subito dopo, però, i QOTSA fanno i grossi e sparano la doppietta You Think I Ain’t Worth a Dollar But I Feel Like a Millionaire/No One Knows tra neon rossi e verdi. Così, come se nulla fosse. Vengono in mente gli Arctic Monkeys del tour di Humbug, che aprivano con Dance Little Liar per poi passare, in un attimo, a Brianstorm. E allora è pogo, spinte, salti, boati, e l’atmosfera si fa quella giusta. Con il quarto pezzo, My God Is the Sun, iniziano a venire proiettate sul megaschermo dietro alla band delle splendide animazioni curate da Boneface, che già aveva disegnato la copertina di …Like Clockwork. La migliore – personale opinione – è quella che accompagna I Appear Missing, con cui si chiude la prima parte dello show: un corpo morente in giacca e cravatta dalla testa fasciata, steso tra la sabbia del deserto, viene risvegliato dal becco di un corvo e inizia a fluttuare in un paesaggio post-apocalittico, fino a terminare la sua corsa con un lancio nel vuoto di un precipizio – che poi si rivela essere, semplicemente, un lancio nel vuoto dal tetto di un palazzo che termina in uno schizzo di sangue. Il rosso sul muro va a formare una scritta, “Fuck Off”, su cui si chiude l’immagine – e  la prima parte dello show.  Nel frattempo, Homme ha saputo gestire bene la scaletta, alternando momenti lenti/riflessivi e veloci/classici – con una decisa preferenza e risposta di pubblico per i secondi (le varie Little Sister, Make It With Chu, Sick Sick Sick e Go With the Flow).

Il bis è una degnissima chisura: The Vampyre of Time and Memory (interrotta due volte per un microfono che fischiava, con un Homme-showman che si alza dalla tastiera per andare a fare brutto al mixerista a lato palco), Feel Good Hit of the Summer con il suo testo lisergico-delirante e A Song for the Dead, la classica proverbiale mazzata finale. E via di applausi, di gente felice, di sudore del pit, di panini post-concerto dai luridi, di magliette tarocche e di corse alla macchina per non restar bloccati nel traffico. Il tutto, con la consapevolezza che ormai Josh Homme è diventato una rockstar senza aver perso autorità e capacità di gestire il palco e il pubblico, pagando il giusto tributo ai pezzi che l’hanno reso famoso ma spingendo il più possibile le ultime produzioni delle sue Regine. E a buon motivo, a quanto pare.

Qua sotto, il video di I Appear Missing.