di Mauro Fenoglio

Lasciamo l’intersezione fra Cooper e Young, il centro nevralgico di Midtown, Memphis. La risposta geografica delle nuove generazioni, alle trappole per turisti di Beale Street. Ristoranti salutisti per il brunch domenicale (magari dopo una notte selvaggia, dedicata al blues), cocktail bar con piccoli spazi per far suonare le glorie locali e indomiti negozi di dischi zeppi di vinili certificano che il presente e futuro prossimo di Memphis passano necessariamente di qui. C’imbuchiamo su Madison Avenue e lo sguardo non può non dedicare trenta secondi all’ombra scura degli Ardent Studios. In quelle sale, Alex Chilton e Chris Bell consumarono (in fretta) la fiamma dei Big Star, senza ricevere quasi un applauso (se non molti, troppi, anni dopo). Dovrebbe essere un luogo di pellegrinaggio certificato, per chi s’intestardisce ancora a credere che la musica sia l’unica via d’uscita, per chi proprio non ce la fa ad allinearsi alla normalità delle cose. La notte ci guida alla Miglewood Hall, piccolo enclave dedicato ad arte e artigianato. Al suo interno, la piccola sala per concerti (400 posti), chiamata 1884 Lounge. Stasera Julien Baker torna a casa. Il suo secondo disco (Turn Out The Lights) è uscito da un paio di mesi, confermando e superando tutti gli elogi ricevuti dalla giovane cantautrice con il tormentato esordio, Sprained Ankle. Ballate dolorose, sostenute da una voce che non fa prigionieri. Che stasera si tratti di una faccenda domestica, lo si capisce subito. Sul palco angolare, circondato da pareti tappezzate di foto, adesivi e poster, arrivano i Pillow Talk. Di Memphis anche loro, capitanati dal passionale Joshua Cannon, mettono in scena un post rock dissonante, di azzardata modernità nell’utilizzo insistito dell’autotune. Ovviamente derivativi, ancorché energetici sul palco. A dar loro una mano, entra a un certo punto la piccola Julien, che canta un pezzo ai cori. Un ingresso senza clamori, come a una festa in cui si conoscono tutti. E si capisce presto che, sia sul palco che sotto, di questo alla fine si tratta. Chissà quante volte Julien stessa, con la sua pattuglia di compagni d’ansie e disadattamento, ha battuto quelle stesse strade che ci hanno portato fino a qui, stasera. Aveva iniziato fondando gli Star Killers, ribattezzati Forrister, con un pugno d’amici fidati. Post emocore, tutto chitarre e pomeriggi spesi a guardare il cielo del Tennessee, tenuti insieme da svariati bicchieri. Rapporti umani che spesso lasciano ferite sanguinanti, da lenire con la sei corde. Poi, all’ultimo anno di università, la gloriosa Middle Tennessee University, quelle intime registrazioni notturne, l’EP autoprodotto su Bandcamp nel 2014, e finalmente l’esordio con tutti i clamori successivi. Ma gli amici restano, nonostante la fatica. Tocca all’intensa voce di David Bazan, accompagnato solo dalla sua chitarra e dal suo umore dolce amaro, introdurre il tema della serata. Subito dopo, Julien Baker sale sul palco, indossando una maglietta della Smith7, un’etichetta locale che pubblica punk. Parte subito Appointments, la prima canzone del nuovo album. Da sola, come sempre, si destreggia fra chitarra e piano elettrico, iniziando ad incidere su quelle ferite che lei e i suoi ammiratori conoscono bene. Una voce, una chitarra e il click insistito del pedale della loop station, fra i silenzi d’ambiente che lasciano gli accordi circolari sparsi, per raccontare cosa vuol dire essere, in qualche modo, una sopravvissuta a ventitré anni. Perché il segreto della sua musica sta tutto lì. È come se tutta la rabbia degli anni elettrici con la band, fosse raggrumata in pochi stratificati arpeggi di chitarra. Il senso del tutto, nel filo rosso di ballate, che lasciano solo lo spazio necessario, fra nota e nota, per chiudere gli occhi. E sentirsi distesi sul cofano di una macchina, abbandonata in un parcheggio anonimo di una qualsiasi città d’America, a pensare a che cosa poteva andare un pochino meglio. Una cosa musicale che, inconsapevolmente, guarda alla nuova tradizione della Saddle Creek (e il precariato sentimentale di gente come Conor Oberst o Big Thief), cosi come alla magica intensità nuda dei Low o alle armonie discrete degli indimenticabili Ida. Ma che in realtà, come per il 99% degli adolescenti americani che non vivono di R’n’B o hip hop, si è cibata di pomeriggi passati davanti alla televisione, sintonizzata su VH1, a imparare a memoria i testi di Fall Out Boy e Green Day. In un’epoca in cui i confini fra indipendenza e mainstream sono forse irrilevanti, Julien Baker è una che può veramente portare all’equilibrio fra il bene indie e il lato oscuro del rock ufficiale.

Una voce intensa, che farebbe la gioia dei giudici di qualsiasi talent show, da quello paterno a quello cattivissimo, ma che non ha mai preso una sola lezione di canto. Una scalata verso le note alte che sembra quasi un percorso del dolore, per un pettirosso da combattimento. E lo conferma lei stessa, quando sui crescendo vocali apre la bocca in modo quasi tormentato, come se dovesse uscirle l’ultimo urlo di rabbia adolescenziale. In una smorfia pronta più per un inno hardcore che per una ballata. Un’espressione facciale che è quanto di più lontano ci possa essere da qualsiasi patinatura televisiva o sfoggio di talento vocale costruito a tavolino. La scaletta pesca dal nuovo disco cosi come dall’esordio. C’è ovviamente spazio per Funeral Pyre. Uscita inizialmente come singolo, è stata poi inserita nella ristampa di Sprained Ankle. Racchiude una delle tematiche centrali dei testi di Julien. La difficoltà della scelta: fra l’aiuto offerto a un amico (o amante) in crisi, e la salvezza della propria salute mentale (e fisica). La difficoltà dei rapporti umani, tutti, in una serata d’affetti e questioni private (forse irrisolte). Lungo il racconto in punta di chitarra, c’è la fida Camille Faulkner al violino che dà una mano in alcuni dei numeri. Ma, poiché è una serata speciale, per una manciata di canzoni ecco apparire anche Matthew Gilliam dei Forrister, per un artigianale, quanto non celebrativo, contributo percussivo. Serata d’affetti, non sempre semplici. Su Shadowboxing, Julien introduce la chitarra acustica (anch’essa, come le pareti della sala, ricoperta di adesivi) che il padre le regalò perché imparasse a suonare. E così, è quasi costretta a confessare che papà è qui pure lui, a guardarla esporre le sue cicatrici. Da ventitreenne sopravvissuta a una non eroica storia d’abusi. Di sostanze e di emotività, a chiunque sia stata rivolta. Perché le sue storie non tracciano necessariamente i percorsi del cuore e le difficili dinamiche del viversi accanto di coppia. Julien Baker, con le sue ipnotiche ballate a fior di pelle, prova ad abbracciare tutta l’inevitabilità dei rapporti umani, dove l’importanza di una persona vicina non significa necessariamente amore ed esclusività. È il caso di Hurt Less, stanotte resa al piano e violino, verso fine concerto, con un’intensità difficile da sostenere. Semplicemente, la bellezza di stare chiusi in una macchina con un caro amico, guidare nella notte lungo strade probabilmente deserte, e provare a capirsi ancora una volta, anche senza il bisogno di parlare, di spiegare nulla. È tutto lì, come dice lei. Come in questa serata di questioni private, non sempre facili. E allora, come non chiudere la serata del ritorno a casa con Epilogue, l’ultima canzone dell’unico album degli Star Killers (American Blues del 2013). Perché, alla fine, per quanto dolorose siano le ferite che pulsano ancora sotto le cicatrici, quelle questioni private rimangono in tasca. Come un bagaglio da portarsi sempre dietro. Magari in una macchina che sfreccia nella notte di una città del Tennessee. Il Mississipi un serpente scuro che sorveglia. Senza neanche il bisogno di dirsi qualcosa, per spiegare.