di Ercole Gentile

Lo scorso anno, al termine del Lollapalooza 2016, me ne andai un pochino deluso. Nonostante dal punto di vista musicale ebbi la fortuna di ascoltare convincenti set da parte di gente come Radiohead, James Blake, Kings Of Leon e Major Lazer (giusto per citarne alcuni), qualcosa non mi tornava. Non mi convinsero né la location del Treptower Park – uno splendido parco pubblico ma troppo angusto per un evento del genere – né la struttura del festival, con i due main stage troppo vicini e pochi spazi per staccare e svagarsi. Onestamente dal Lollapalooza, che per l’edizione tedesca si appoggia su Melt! (gli stessi dell’omonimo festival vicino Berlino), mi aspettavo molto di più. Quest’anno ero quindi un po’ scettico, ma la nuova location del Rennbahn Hoppegarten, ippodromo situato nella periferia est della città, mi incuriosiva e faceva sperare in un cambiamento in positivo. E non c’è che dire, questo cambiamento c’è stato eccome. Spazi ampi, mai la sensazione di sentirsi stretti (se non tra le prime file, ma quello è normale ed è anche il suo bello); una favolosa area per bambini con giochi e spettacoli; un Weingarten verde e super rilassante dove staccare la spina con un piccolissimo palco per concertini folk; un’area green dedicata all’ambiente con talk e stand sull’argomento; diversi punti (tutti brandizzati) dove potersi ‘sciallare’; una ‘banale’ ma utilissima ruota panoramica dal quale poter vedere tutta la superficie del festival e scattare foto stupende.

Insomma, un gran bel passo in avanti dal punto di vista organizzativo, che ha registrato senza problemi anche l’introduzione del cashless (ormai il presente e futuro di tutti i festival medio-grandi) e di un comodo punto di distribuzione dell’acqua potabile dove poter riempire gratuitamente le bottigliette. E poi, cosa molto americana che non mi fa impazzire, la vip area e platinum area, per godersi il festival con tutti i comfort.
Unica pecca, ma non so quanto dipendesse dall’organizzazione, le difficoltà per molti di riuscire a rientrare in tempi normali verso casa, dovuti al sovraffollamento dell’unica linea della s-bahn che portava ad Hoppegarten. Si poteva prevedere un potenziamento delle corse? Sì, avrebbe agevolato molto ed eliminato un po’ di code, seppur siano stati forniti anche dei bus messi a disposizione dal festival, ma evidentemente non sufficienti.
Quattro grandi stage (Main I, Main II, Alternative e Perry) hanno accolto i tantissimi artisti che si sono esibiti in questa due giorni.

Iniziamo da sabato 9 settembre, caratterizzato da qualche goccia di pioggia nel pomeriggio, dove sono rimasto particolarmente impressionato da George Ezra: il giovane cantautore inglese sul palco ci sa fare, e un piccolo problema tecnico non lo ha fermato. La band che lo accompagna è di livello e si capisce che il ragazzo sarà uno dei più grandi in ambito pop-rock dei prossimi anni. I Vaccines hanno fatto il loro dovere e, nonostante non siano più in auge come un tempo, hanno tenuto il palco e il pubblico con grande maestria. I Beatsteaks – storica punk rock band berlinese – erano uno degli act più attesi della prima giornata e il pubblico ha gradito, cantando a squarciagola tutti i pezzi dei loro beniamini. Una garanzia di incasso e di divertimento.

Tocca poi a Michael Kiwanuka – che si esibisce in contemporanea al rapper tedesco Marteria che si prende la maggior parte delle attenzioni – che dal vivo non si lascia intimidire e, grazie ad una bella verve e una voce sopra le righe, soddisfa chi ha deciso di dargli fiducia. Infine i più attesi della serata, i Mumford & Sons. Che si focalizzao su un set molto elettrico e rock rispetto agli inizi. Non mancano però i loro cavalli di battaglia come Little Lion Man (secondo pezzo eseguito dopo l’apertura con Snake Eyes) o The Cave, mentre si prende un bello spazio anche l’ultimo EP della band inglese, Johannesburg, registrato in Sudafrica con la collaborazione dei locals Beatenberg e del cantante senegalese Baaba Maal, il quale salirà sul palco del Lolla in ben tre occasioni per duettare con Marcus e soci.
I Mumford convincono, dal vivo sanno quello che fanno: sanno quando virare per non annoiare e non risultare ripetitivi, il pubblico gradisce e tutti a casa. Sì, purtroppo mi perdo i Two Door Cinema Club per cercare di evitare la ressa sulla metro al ritorno e me la scampo di un soffio: devo attendere, tra blocchi di sicurezza e altro, solo una ventina di minuti. Da quanto ho letto sui social il giorno dopo, a qualcuno è andata molto peggio.

Domenica 10 settembre con un tiepido sole autunnale che crea una bellissima atmosfera e fa venire ancora più voglia di godersi la giornata. Inizia Bonaparte che, seppur non sorprenda, dal vivo è sempre divertente da vedere, il suo dance-punk-pop si arrichisce di ballerine, spogliarelli, maschere per un grande (ma credibile) carnevale trash.
Mi colpiscono molto i Metronomy – con un set super danzereccio e coinvolgente – ma forse ancora di più i Rudimental. Il combo drum and bass inglese si presenta dal vivo nella sua versione completa che arriva ad essere composto da una decina di elementi e spazia con una disinvoltura impressionante tra i generi: dal citato dnb al ragamuffin, passando per soul, pop, funk. Presenza scenica da paura e il gioco è fatto. Intanto sul Perry Stage (palco dedicato a sonorità più vicine a techno e EDM) il leggendario Westbam sta facendo ballare grandi e piccini. Sul main stage tocca agli AnnenMayKantereit da Colonia, pop-rock band che qui conoscono tutti ma che non mi impressiona neanche un po’, con un set piuttosto scialbo e scontato dedicato soprattutto ai fan. Attendo con ansia i London Grammar. Ho adorato il loro primo album, mentre non mi ha convinto molto il secondo. Ma c’è poco da fare dal vivo la voce e la presenza di Hannah Reid ti tengono incollato sul posto, ma anche live si nota la differenza tra i due dischi: sul primo ci sono i pezzoni che ti lasciano a bocca aperta, sul secondo mancano e anche dal vivo si sente. Intanto il rapper Cro, idolo dei paesi germanofoni, si prende tutto il suo pubblico, mentre già una massa infinita di gente si è assiepata sotto il main stage I per i Foo Fighters, i più attesi della serata.

Alle 19,45 Dave Grohl e soci salgono sul palco per un set di 2 ore e 15 minuti, per la cui brevità il frontman si scusa immediatamente, dicendo che se fosse per loro andrebbero aventi tutta la notte o almeno farebbero le 3 ore abbondanti dei loro soliti set. E lì comincia lo show di una delle rock band più solide di sempre, con un live che indubbiamente non spicca in originalità, né per scaletta né per struttura, ma cazzo se c’è da tenere 80 mila persone incollate a suon di rock loro sono le persone giuste. Non sbagliano un colpo, Dave Grohl è un frontman nato e insomma qualche pezzo lo hanno scritto e non si vergognano di suonarlo a ripetizione da anni: All My Life, Learn to Fly, My hero, la storica Big me (fa impressione pensare che abbia già 22 anni ‘sta canzone), Best of Me, Times Like These, This Is A Call. C’è spazio anche per la fresca The Sky Is A Neighborhood (con la giovane Taylor Greenwood), primo singolo del nuovo album Concrete and Gold e soprattutto per un bel siparietto con Perry Farrell, cantante dei Jane’s Addiction e papà/fondatore del Lollapalooza, con il quale i Foos eseguono la ‘sua’ Mountain Song. E poi il finalone che fa esplodere tutto, quella Everlong che per tanti di noi è un inno generazionale. Ci sarebbero gli XX. Il dubbio dentro di me è atroce, ma la paura di ore di coda prende il sopravvento e così rinuncio e prendo la via di casa. Me ne vado da questo Lolla 2017 con la sensazione di aver assistito ad un reale passo in avanti, rilassato, e felice di scoprire che anche i grandi festival possono cercare di non sedersi e provare ad osare un pizzico di più. E l’anno prossimo il circo si sposterà in una nuova location, l’Olympiapark, adiacente al leggendario Olympiastadion. Ci rivedremo.