Live Report: Kamasi Washington @ Tunnel, Milano – 11/11/2015

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kamasi washington

di Emanuele Sacchi

Antefatto: Kendrick Lamar fa uscire To Pimp a Butterfly, recensito col massimo dei voti anche sul Gazzettino di Timbuctu. Piace a tutti, perché l’hip hop è da anni (tanti anni) il genere più cool, per le rime, per l’incazzatura black e per quel sapore di afro-jazz ripescato dai vinili di Pharoah Sanders. Quest’ultimo dettaglio si deve a Kamasi Washington, talentuoso sassofonista di Los Angeles, da allora sulla bocca di tutti. Anche perché nel frattempo è uscito The Epic, quasi tre ore di anacronismi, a base di brani chilometrici, assoli, tendenza all’accumulo; il contrario dello spirito del nostro tempo, e anche per questo irresistibile.

Fatto: Kamasi arriva in Italia per ben tre date. L’ultima è quella milanese al Tunnel, dopo due concerti che hanno suscitato pareri discordanti. Il Tunnel ha vissuto momenti gloriosi – di qui sono passati Sebadoh, Make-Up, Broadcast, miriadi di gruppi memorabili. Ma forse non ci si aspetterebbe Kamasi Washington. La ragione per cui sarebbe stato meglio scegliere un’altra location, però, è quella meno attesa. Milano stupisce ancora una volta per presenzialismo hipster e un passaparola spietato porta nel locale di via Sammartini il triplo delle persone rispetto alla capienza gestibile. La malabolgia che si genera, con contorno cafonal di interventi vocali fuori luogo, è il perfetto prodotto dei tempi: ignoranza aggressive ed egocentrismo esasperato. Intanto sul palco, visto solo da chi supera il metro e ottanta ma ascoltato più o meno da tutti, suona Kamasi. Insieme alla sua big band con, tra gli altri, due batterie e l’incredibile contrabbasso di Miles Mosley. Rispetto a The Epic gli assoli dominano, fin da subito, negli eccessi di qualche rullata di Tony Austin e nei pregevoli virtuosismi di Mosley. Kamasi prova a creare l’atmosfera giusta, coinvolgendo il padre sessantenne con il suo flauto e dialogando con il pubblico, ma se fallisce, in questo senso, lo si deve solo e soltanto al disagio dell’esperienza claustrofobica della serata. Al Blue Note o all’Alcatraz avrebbe potuto essere il concerto dell’anno, se non di più, ma anche così rimane una serata di sane vibrazioni e sogni di Alice Coltrane, con tanto di orgasmo hendrixiano sulle note di Voodoo Child (Slight Reprise).

Misfatto: dove non è arrivata la sauna del Tunnel, o i disastrosi bassi in distorsione partoriti dal fonico, ci ha pensato il day-after dei commentatori. Il mondo pullula di pischelli saccenti che parlano come se masticassero Archie Shepp quotidianamente e The Wire fosse la loro lettura sulla metro (ma sotto la copertina si nasconde Leggo, se va bene), così ansiosi di divulgare il verbo sul web da competere a gomitate per rilasciare per primi l’immancabile sferzata. Vittima sacrificale ovviamente l’hype del momento, Kamasi Washington. Che nel giro di qualche ora diventa loffio, bolso, incapace di suonare, nostalgico, prog e probabilmente anche reo di qualche stupro. Sarà una questione di velocità dell’informazione, ma si stenta a credere che un fenomeno si possa sovradimensionare e poi abbattere in così poco tempo. Sempre gridando, naturalmente. L’incomprensione di chi ha sottostimato il pubblico della serata per numero è insomma pari all’alienazione di buona parte dello stesso pubblico. In questo desolante panorama di esibizionismo, in cui l’artista resta costantemente sullo sfondo, non resta che indossare un paio di cuffie e far ripartire The Epic. Riunirsi con il cosmo e provare ad abbracciarlo resta leggermente più rilevante che dar retta agli arrotini del social network. Anche solo per questo, grazie Kamasi.

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