terraforma

Di Federico Sardo

La prima edizione di Terraforma fu memorabile: un festival di musica techno e sperimentale, incentrato sulla sostenibilità ambientale, in un posto incredibile come il bosco di Villa Arconati. Un palco stupendo in legno e, tra le tante cose, un set di Rabih Beaini a chiudere il venerdì notte rimasto nel cuore di tutti i presenti. Questa edizione sarebbe dovuta essere la consacrazione definitiva per porlo definitivamente sulle mappe degli appassionati di musica di tutto il mondo, ma purtroppo il clima non era dello stesso avviso. In ogni caso ciò ha potuto incidere solo sulla quantità dei partecipanti, ma non su quella della proposta musicale e sulla meravigliosa atmosfera generale, vera protagonista del festival.

Ad aprire le danze il percussionista Hamid Drake, seguito poi da Charles Cohen, che ha subito dimostrato com’è il Terraforma quando è al suo massimo. Ha incominciato il suo set un po’ in ritardo perché era andato a farsi una passeggiata nel bosco, e una volta tornato ha suonato il suo Buchla dapprima per suoni spaziali e ossessivi, senza un beat, per poi muoversi verso territori più ritmici e ballabili e poi tornare verso suoni astratti e vibrazioni profonde. Ha aperto e chiuso il suo set parlando del significato del suono e raccontando che Pauline Oliveros una volta gli ha detto che quando sai di essere stato ascoltato è qualcosa di taumaturgico, quindi “grazie per avermi guarito stasera”. Il musicista, che è attivo dal 1971, è rimasto in giro anche il giorno dopo, ed è stato visto rilassarsi sull’erba nel pomeriggio, incarnando perfettamente lo spirito del festival. Dopo di lui l’atmosfera è diventata più da club per il resto della notte, con Bochum Welt e il suo suono molto anni ’90 e reflexiano, perfetto per far cominciare a ballare il pubblico. Anche Convextion, il seguente in cartellone, è stato visto impazzire davanti al palco e, quando è stato il suo momento, ha suonato la sua techno veloce ma anche raffinata e psichedelica. La giornata è stata poi chiusa da Marco Shuttle, con il set più aggressivo della serata. Ogni tanto pioveva un po’, ma non molto, e la gente continuava a ballare o andava a farlo sotto gli alberi.

Al sabato, pur essendo piovuto solo a sprazzi, il clima minaccioso ha scoraggiato un po’ di gente dal partecipare, impedendo al festival di compiere quel salto di qualità che tutti si aspettavano dopo il successo dell’anno scorso e il conseguente passaparola. Ciononostante il pubblico era ottimo e variegato, con un sacco di partecipanti a campeggiare dall’estero, per un festival dal respiro davvero internazionale. Della giornata resterà sicuramente impresso Valerio Tricoli e la sua musica spettrale, molto affascinante nel contrasto con la natura. Dopo di lui Rabih Beaini ha proposto un lungo set, appositamente studiato per il pomeriggio, di musica araba psichedelica e molto trascinante. I Senyawa, che avevano già suonato a Milano pochi mesi prima, sono una delle cose più interessanti e pazze che si possano vedere in questo momento: un duo indonesiano, uno che urla e usa la voce attraverso ogni possibile gamma di suono (e scende anche a farlo in mezzo al pubblico), mentre l’altro suona strumenti autocostruiti, ispirati alla tradizione del loro paese ma suonati come fosse doom metal o qualcosa del genere. Keith Fullerton Whitman ha fatto un set molto molto diverso dai dischi ambient per i quali è più famoso, concentrandoti su rumori e beat potenti. Robert Lippok, circondato da sampler, theremin e drum machine sembra davvero una persona che si sta divertendo e, nonostante una lunga carriera, ha un suono estremamente contemporaneo. Sicuramente uno dei momenti più alti di tutto il festival. Per la notte Donato Dozzy e Nuel (con indosso una t-shirt dei Can) portavano un dj set su vinile di quattro ore, a nome del loro progetto Aquaplano. Ovviamente partiti più piano per accelerare dopo un’ora, hanno dimostrato un’altra volta perché sono considerati l’eccellenza italiana di una techno solidissima dal pubblico di tutta Europa.

Purtroppo alla Domenica la tanto temuta pioggia è finalmente arrivata, e in forma di forte temporale, che ha costretto a chiudere il palco. Tutto è stato spostato sotto il colonnato all’ingresso della villa, per un’esperienza sicuramente più intima, con la gente che ballava in mezzo alle tende smontate dal campeggio. Il dub è stato il protagonista del pomeriggio, dapprima con il maestro Mark Ernestus e poi con i più giovani Itinerant Dub. Più tardi Paquita Gordon ha scatenato una vera e propria festa, con suoni orientati al ballo e vagamente tribali. Il finale era affidato all’ensemble 291out, autori di un jazz rock piuttosto creativo e potente.

Per l’anno prossimo speriamo di poter tornare nello stesso bosco, con la stessa atmosfera, la stessa qualità nella proposta musicale, e un clima più benevolo.