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di Ercole Gentile – fotografie di Óscar García, Juan Sala e Ariel Martini (via Sónar)

Sono dell’idea che in una recensione vadano dosati attentamente i dettagli personali, ma sia sempre meglio concentrarsi sull'(s)oggetto in questione, senza annoiare il lettore con frasi tipo ‘sono arrivato tardi perché ero a mangiare la pizza con gli amici’ o cose del genere. Però in questo caso è impossibile omettere che per il sottoscritto è stata la prima esperienza al Sónar e quindi se all’interno del pezzo troverete (parlo soprattutto agli aficionados del festival catalano) dettagli forse trascurabili o troppo ridondanti è semplicemente dato dal fatto che sono stato una matricola e come tale ho assorbito tutto con grande intensità. Ventuno edizioni non si improvvisano, e quello che colpisce del Sónar è infatti un’organizzazione praticamente perfetta, che gestisce in tre giorni qualcosa come oltre 150 artisti, 8 palchi e mezzo situati in due location enormi – tralasciando le varie edizioni che Sónar organizza da anni in mezzo mondo.

Il Sónar ByDay si tiene dallo scorso anno alla Fira de Montjuic, un complesso fieristico appunto, situato nei pressi della centralissima Plaça de Espanya. Qui dal giovedì è iniziato tutto, diviso su quattro palchi: SónarVillage (all’aperto), il Sónardome (un grande padiglione blu la cui programmazione è stata curata da Red Bull Music Academy), la SónarHall (un grande padiglione rosso) e il SónarComplex (una piccola sala situata al di sopra dell’area dedicata alla fiera espositiva). E poi il Despacio, del quale parlerò dopo in un piccolo capitolo a parte. Ovviamente impossibile seguire tutto, quindi mi soffermerò su ciò che più mi ha coinvolto in positivo o meno nei tre giorni del ByDay. Il giovedì colpisce Nils Frahm che passa con disinvoltura da neoclassicismi al pianoforte a carichi pezzi IDM e si consiglia vivamente di seguire le evoluzioni del musicista tedesco nei prossimi tempi; Ben Frost ha presentato la sua ultima, acclamata, creatura A U R O R A (qua la nostra intervista a riguardo), in un riuscito set in bilico tra drone, dark e sperimentazione, un po’ duro da reggere nella sua interezza, ma indubbiamente interessante; infine Richie Hawtin sotto le vesti di Plastikman, che è più che altro uno spettacolo audio/video che un vero e proprio live set, ma che in ogni caso tira dritto abbattendo tutto a suon di minimal purissima.

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Nils Frahm

Il venerdì è il turno della coinvolgente carica electro-indie degli islandesi FM Belfast che fanno saltare tutto il Village nonostante un caldo soffocante; Bonobo è accompagnato da una vera e propria band ed è uno dei set più acclamati dal pubblico: ottimo livello, anche se è difficile portare dal vivo con la stessa efficacia un bellissimo disco come “The north borders”. I Matmos sono sempre dei ‘folli’, scherzano molto col pubblico ed il loro set è al solito un mix di sperimentazione e cose più ballabili, anche se alla lunga si accusa il caldo e parte del pubblico in sala abbandona. Cosa che non succede con uno dei nomi forti della stagione 2013/14 come Jon Hopkins: la SonarHall è gremita e si fa fatica a starci dentro. Il producer inglese svolge il suo compitino, ma da alcuni dettagli si capisce che probabilmente è stanco di stare in tour da oltre un anno: i visuals non ci sono, sostituiti dai videoclip dei brani, e nel live cerca delle variazioni quasi dubstep che lasciano un po’ il tempo che trovano. Se l’avete visto qualche mese fa, conservate quel ricordo. Chiudono la giornata il sempre morbido ed efficace Theo Parrish ed i portoghesi Buraka Som Sistema che infiammano il Dome con un set divertentissimo come al solito. Il sabato a livello di nomi è sicuramente meno “hype” del giorno precedente: da segnalare indubbiamente lo strepitoso live di Neneh Cherry with Rocketnumbernine, che conferma ancora una volta l’infinita classe della ormai 50enne cantante anglo-svedese, e la bellezza del suo ultimo album Blank Project: con la sua naturalezza coinvolge il pubblico non ancora foltissimo (erano le 17), ma assolutamente estasiato. C’è anche l’unico italiano ‘in gara’, Jolly Mare aka Fabrizio Martina da Novoli (Lecce) che scatena il putiferio con un dj set boogie-funk e italo-disco inserendo anche remix di Pino Daniele (che funziona alla grande) e Vasco Rossi. Non convince Audion, molto bello da vedere (grazie ad una struttura che lo ingabbia sul quale sono fatte videoproiezioni), ma quasi impossibile da sentire da quanto è frammentato. Finalmente arrivo al Despacio, la vera sopresa del ByDay. Immaginate una stanza circolare con capienza max di circa 500 persone, circondata da sette torri di speaker, allestita come fosse una galassia con pianeti appesi al soffitto e tenuta sempre scurissima (considerate che fuori era pieno giorno). Qua la potete guardare in un video. Ai comandi James Murphy (DFA, LCD Soundsystem) e 2Manydjs che si alternano per ben 18 ore di dj set in 3 giorni (in più entrambi suoneranno anche al ByNight). Spaziale. L’unico appunto che forse posso fare al ByDay è l’allestimento che, nell’area esterna poteva forse essere più coreografico e creativo, e non solo funzionale come in effetti è stato. Un dettaglio eh, però…

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Bonobo

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Theo Parrish

Passiamo alla notte, che si tiene (questa invece da molti anni) alla Fira Gran Via di Hospitalet de Llobregat, quartiere periferico e industriale della città. Il complesso fieristico in questione è davvero enorme ed anche qui vengono allestiti quattro palchi: il SónarClub (il più grande ed al chiuso), il SónarPub ed il SónarLab (entrambi all’aperto) ed il SónarCar, piccolo palco al chiuso vicino alla tradizionale pista di autoscontri ed alla zona food. Il ByNight è anche meglio del giorno, allestito in modo strepitoso e che permette a noi fortunati possessori del pass ‘pro’ di usufruire di una passerella che sorvola letteralmente tutto il festival per una visione panoramica di tutta la situazione. Da brividi. Il venerdì colpisce l’epicità del set di Woodkid e del suo show visivo, così come i Moderat si confermano sempre ad alti livelli (anche se la seconda parte del set dedicata all’ultimo disco perde un po’ in efficacia); Caribou si rivela una delle cose più interessanti dell’intero festival con un set da pelle d’oca in bilico tra elettronica, indie e psichedelia, insieme ad un live potentissimo di Gesaffelstein che dal suo pulpito dà una lezione di cosa voglia dire miscelare techno e la ‘defunta’ electro nel 2014. Chapeau! Giù il cappello anche per Recondite: portare le sue atmosfere techno scure e psichedeliche su un palco così grande e non perdere nemmeno un centesimo dell’effetto sognante che ha su disco o nei piccoli club non è roba da tutti; molto divertente anche Evian Christ che passa dall’hip-hop a Born Slippy degli Underworld e sempre di gran classe il live di Four Tet, presente (a ragione) in moltissimi dei maggiori festival mondiali di quest’anno. Richie Hawtin e Loco Dice chiudono il Club a suon di techno pesante ed apprezzata dal foltissimo pubblico che li accompagna fino all’alba.

woodkid

Woodkid

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Caribou

Sabato bisogna esserci presto perché i Massive Attack attaccano alle 22,30 e così riesco a vedermi anche un pezzo del DJ set di Four Tet che stavolta spazia tra la techno ed il reggae, divertendosi un mondo. Tocca a 3D e soci: quando hai dei pezzi come quelli che loro hanno nel repertorio, è difficile sbagliare un concerto ed infatti anche stavolta riescono alla grande, accompagnati dai fidi Martina Topley-Bird e Horace Andy: in scaletta anche due brani usciti lo scorso anno e firmati dal solo Del Naja (Battlebox e Jupiter – Battlebox 002), oltre ai grandi classici. Tutto molto bello, però un appunto sulla coreografia è doveroso: vero è che non si tratta del vero e proprio nuovo tour dei Massive Attack, però una band del loro calibro a mio parere non può permettersi di tenere la stessa identica coreografia (si, quella con le scritte che parlano di multinazionali e attualità) per cinque anni. Dopo di loro sale in cattedra Matthew Dear per un dj set tra techno ed IDM bello cupo, mentre sul piccolo SonarCar Laurel Halo non sembra ancora aver trovato la propria dimensione live. Gli Chic tornano al Sónar e troneggiano sul palco del Pub (d’altra parte quando la disco l’hai quasi inventata tu, non è difficile), mentre intanto i Rudimental prendono spazio nel Club, offrendo un set carico tra drum’n’bass e jungle. Dopo di loro DJ Snake e da questa scelta si capisce il coraggio degli organizzatori: puntare su un palco così grande sulla trap non è da tutti ed è un chiaro segnale di apertura verso il nuovo, a cui il Sónar è sempre attento. Scelta in realtà non premiata dal pubblico che lascia lo spazio semi-vuoto, ma indubbiamente audace. Pubblico che si sposta in massa per un altro francese, Brodinski, che si mangia letteralmente la consolle ed è uno spettacolo anche da vedere da quanto è carico, tra electro e french-touch; Bella sorpresa sul SonarCar con la techno dello spagnolo Erun che riprende il pubblico dopo Laurel Halo e chiusura personale con un bel b2b tra Daphni e James Holden.

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Massive Attack

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Chic