Politics. La musica angloamericana nell’era di Trump e della Brexit è il libro di Fernando Rennis che analizza la connessione tra gli avvenimenti storici che stiamo vivendo e la produzione musicale di entrambe le due sponde dell’oceano Atlantico. Gli eredi di quella tradizione che va “dalla controversa iconoclastia dei Sex Pistols alle ribellioni elettriche contro l’intervento in Vietnam di Jimi Hendrix, passando per le invettive politiche di Bob Dylan e le provocazioni anti-Thatcher degli Smiths si muovono attraverso un intricato presente incastrato tra accelerazionismo e realismo capitalista, rivestono la canzone di protesta di nuovi significati, alla luce di un futuro che è già passato e diventa retromania, e cercano punti fermi per una società liquida segnata dalla crisi finanziaria del 2008. I vincitori dei Grammy 2018 Lcd Soundsystem e National, PJ Harvey, Moby, Algiers, Kendrick Lamar, i rapper del grime e della trap, e tanti altri ancora, ci mostrano come quella che stiamo vivendo sia un’era di incertezze ma, allo stesso tempo, di opere dal forte significato umano e sociale”.
Qui sotto potete leggerne un estratto:

1. TELL ME YOUR OWN POLITIK:
Musica e politica

“’Cause London is drowning and I, I live by the river”. Un disperato Joe Strummer nel 1979 lanciava un sarcastico e preoccupato appello alle città sperdute, alla generazione post-Beatlesmania e, soprattutto, a una popolazione che proprio quell’anno cominciava a cedere alle tensioni politico-sociali del thatcherismo. Quasi quarant’anni dopo le cose non sono cambiate: le tensioni internazionali, le crisi generazionali e un paese drammaticamente diviso sulla questione Brexit hanno mostrato nuovamente le fragilità del tessuto sociale britannico. I cugini d’Oltreoceano non se la passano meglio a causa della questione razziale, degli abusi di potere da parte dei bianchi che macchiano di sangue innocente la bandiera a stelle e strisce e, soprattutto, dell’elezione di uno dei presidenti più controversi della storia americana.
In entrambi i casi, i risultati non erano per nulla scontati. La soddisfazione di Nigel Farage all’indomani del referendum sulla Brexit è stata per certi versi traumatica, vale lo stesso discorso per la sconfitta di Hillary Clinton. Il mondo anglosassone sta facendo i conti con dei cambiamenti storici che stanno ridisegnando giorno dopo giorno e in maniera imprevedibile il nostro presente. Basti pensare che i negoziati tra Londra e Bruxelles restano ancora una matassa difficile da sbrogliare e che l’amministrazione Trump continua a perdere pezzi galleggiando tra gli scandali2. Com’è sempre accaduto nella società angloamericana, la musica interseca i fenomeni sociali e si fa testimone del quotidiano.
Succedeva già nei decenni precedenti con Jimi Hendrix che emulava con la sua Fender i bombardamenti in Vietnam sul palco di Woodstock, oppure con Johnny Rotten e i suoi Sex Pistols che, durante il giubileo della regina, scorrazzavano per il Tamigi urlando “God save the Queen, the fascist regime” (Dio salvi la regina, il regime fascista). Questa eredità fatta d’impegno civile e, soprattutto, di coscienza del proprio ruolo pubblico ha sempre caratterizzato gli artisti anglofoni. Nel mio precedente libro ricordavo come gli Arcade Fire (ensemble americano-canadese) avessero preso parte attiva alla campagna elettorale statunitense per le presidenziali del 2016, lanciando invettive dure e schiette contro il candidato tycoon, apostrofandolo come un “fucking nightmare” (fottuto incubo). Quando ho avuto occasione di intervistare Moby per «Sentireascoltare», i complimenti su Trump sono stati ancora più dettagliati: «Be’, per farla breve è incompetente, bugiardo, misogino, razzista, sociopatico e nemico del climate change».
In terra d’Albione le preoccupazioni non sono da meno: la Brexit colpirebbe ovviamente anche l’industria musicale e renderebbe molto più complessa la mobilità di musicisti britannici sul suolo continentale.
Jonathan Higgs degli Everything Everything, in occasione della pubblicazione dell’album A FEVER DREAM nel novembre del 2017, ha parlato con Mark Beaumont di «Nme». Nell’intervista rilasciata all’ex rivista cartacea musicale inglese, ridotta nel 2015 a sola edizione digitale, il cantante ha affermato di essere interessato a fare dischi che indaghino e scandaglino le cause determinanti per la nascita di un fenomeno e come si possa reagire a esso. Nel corso dell’articolo è citata anche la Brexit, tematica che scorre lungo tutto il quarto episodio della carriera del quartetto di Manchester. Higgs confessa di essersi posto una domanda precisa che sembra sia un quesito comune agli artisti angloamericani, un tarlo che li tormenta da sempre: «Why don’t we try to put the whole conflict into our art?» (Perché non proviamo a mettere l’intero conflitto nella nostra arte?).
Sia in Gran Bretagna (tensioni tra bianchi e neri durante il carnevale di Notting Hill nel 1976, attacchi razzisti ai paki-bashing asiatici o la nascita del National Front, per citare alcuni eventi legati alla sola questione razziale) sia negli Stati Uniti (le sottoculture emerse durante il periodo del Neoliberismo e del post-Fordismo o il movimento Positive Force Dc degli anni Ottanta) la crisi e il conflitto hanno coinciso con una prolifica produzione artistica e, nella fattispecie, musicale. Il periodo storico che stiamo vivendo non si discosta da questa tradizione e per questo è importante focalizzarsi sulle opere d’arte cariche di significati sociopolitici che in questi ultimi anni convergono su due eventi rilevanti, problematici e scindenti, che acutizzano altri avvenimenti a essi correlati. Trump e Brexit – che per Brian Eno sono stati un “calcio in culo” utile quantomeno per costringere a pensare al cambiamento – sono due argomenti che sintetizzano lunghi dibattiti e quesiti strettamente legati alla vita quotidiana dei cittadini britannici e statunitensi, ma allo stesso tempo sono diventati due contenitori nei quali sono cadute le paure di tutto il mondo. Si tratta di due estremi collegati da una linea che interseca le preoccupazioni della minaccia terroristica internazionale, l’ascesa dei movimenti nazifascisti, con il razzismo e l’omofobia a tenere banco, le reazioni all’operato di un’intera classe politica: Trump e May in prima linea, i coprotagonisti Jeremy Corbyn, Bernie Sanders, Boris Johnson, Hillary Clinton, chi c’è stato prima come David Cameron e Barack Obama, per citarne alcuni. La musica non si tira indietro e prosegue a difendere il suo ruolo attivo nella società. Ecco perché il gracchiare di Strummer su nubi tossiche nucleari e sull’eco di una swinging London ormai troppo lontana risuona ancora oggi tremendamente attuale.

Estratto da Politics. La musica angloamericana nell’era di Trump e della Brexit di Fernando Rennis, Arcana Edizioni.
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