henry rollins

Henry Rollins, storica voce dei Black Flag, ha scritto un articolo per LA Weekly in cui parla del suo rapporto con l’Europa e dei recenti attentati a Parigi. Ve ne abbiamo tradotto alcuni estratti qua sotto: potete leggere la versione completa a questo link.

Solo qualche giorno fa ero in Belgio, e poi in Inghilterra. A questo punto non ho idea di quanti viaggi ho fatto in quali paesi o nel resto di quella che viene chiamata Europa.

Per me l’Europa è come l’Africa: Molti paesi e culture, ma anche qualcosa che a volte può essere considerato un’entità più grande di sé stessa. Quello che voglio dire è che quando qualcosa viene definito “Europeo” non sta venendo considerato come appartenente a un paese ma in senso collettivo. […] Quando ho iniziato ad andare in tour con un gruppo, l’Europa è diventata qualcosa di più di una lista di nazioni in cui suonare come accade con gli stati in America.

Per decadi, l’Europa è stata un rifugio per artisti e musicisti. È il luogo in cui Charlie Parker poteva andare a mangiare nello stesso ristorante in cui stava mangiando un membro qualsiasi del suo pubblico, una cosa impossibile nel suo stato natio, il Kansas, o quella che sarebbe dovuta essere la sua terra natia, l’America.

Essere chiamati con epiteti razziali ed essere trattato come un essere mano di classe inferiore potrebbe non alimentare la fornace del proprio patriottismo. Non c’è da meravigliarsi se l’Europa è diventata un posto accogliente per molti grandi artisti americani, da Lightnin’ Hopkins ad Henry Miller, il cui lavoro è stato bandito per anni nella terra del Primo Emendamento mentre in Europa veniva considerato un eroe letterario.

Se sei in una band alternativa, se fai rumore che viene raramente sentito alla radio, se sei in qualsiasi modo strano o “artistico”, c’è una buona probabilità che molte persone trovino valore in ciò che fai se lo porti in Europa.

[…] Non sarò mai capace di ripagare l’Europa, il luogo geografico o il concetto, per le decadi di gentilezza, rispetto e generosità che mi ha riversato addosso. Ci sono state alcune esperienze dure nei primi tour – così va la vita – ma l’esperienza più ampia è stata fantastica e ha avuto un enorme impatto su di me. […]

La distruzione che ha colpito questi paesi – quello da cui hanno dovuto recuperare e quello che hanno fatto per impedire che nulla di simile possa accadere di nuovo – è parte dell’identità Europea più di qualsiasi altra cosa.

Penso sia per questo che l’Europa mette così tanta enfasi sull’arte. È una salvaguardia contro l’ignoranza e gli atti più osceni perpetrati dalla razza umana. E penso che gli eventi sportivi internazionali aiutino a far sì che le conversazioni tra i paesi europei siano continue e sane.

Le persone di ogni paese in Europa capiscono che quasi tutto può essere perso, e che una guerra implica il fatto che ci vorranno diverse generazioni per riprendersi pienamente. L’umanità non dovrebbe essere così resiliente, ma quello che a volte ci facciamo l’un l’altro non ci lascia altra scelta, che è una delle cose che rende la nostra specie così fantastica.

Ed è per questo che i recenti attacchi su Parigi sono qualcosa di più che titoli orribili provenienti da una città incredibile. Sono un pugnale nel cuore collettivo dell’Europa e del mondo.