
Siamo tornati a Manchester dopo sedici anni per rivedere la reunion degli Oasis. Nicholas David Altea ci racconta i primi due concerti in casa dei fratelli Gallagher in un lungo reportage
Al gate di Linate, in attesa del volo scampato alla cancellazione, guardandosi intorno si scorgono alcune t-shirt con scritte come Be Here Now o Definitely Maybe. Il logo Oasis risalta inequivocabilmente e la destinazione è Manchester. “This is the place! This is the fucking place!”, come lo definisce Noel Gallagher appena salito sul palco di Heaton Park col fratello Liam e il resto del gruppo dopo sedici anni, nella prima data casalinga.
Perché da Manchester, nel quartiere di Burnage, a circa sei chilometri dal centro, è partita la storia dei Gallagher: la madre Peggy cresce Paul, Noel e Liam praticamente da sola dopo essere scappata da un marito e padre dei suoi figli troppo violento. Vive ancora lì l’ottantaduenne signora Gallagher. Per l’occasione la famiglia ha deciso di cautelarsi perché non venga disturbata da fan molesti in pellegrinaggio, assumendo personale di sicurezza per sorvegliare la storica dimora che, lei stessa, non ha mai voluto lasciare. Questo è per far capire cosa significa ritrovarsi nella città natale degli Oasis con centinaia di migliaia di fan del gruppo, da tutto il mondo, per cinque date sold out e circa 400mila biglietti venduti.
E Manchester come ha risposto alla chiamata degli Oasis?
Appena giunti in città per le prime due delle cinque date, risaltano due cose: la prima è il caldo mai visto da queste parti, tanto da indurre le strutture alberghiere e gli organizzatori dei concerti a raccomandare come farebbe un qualsiasi servizio di Studio Aperto, di bere molta acqua e utilizzare la crema solare. La seconda è l’evento musicale più importante degli ultimi 16 anni e oltre. No, non dimentichiamo gli Stone Roses, padri putativi della band, che nel 2012 con tre concerti da tutto-esaurito hanno riempito Heaton Park. Ma cinque date degli Oasis post reunion hanno un peso emozionale ed economico non da poco – si stimano circa 55,4 milioni di sterline di spese da parte dei fan, con un impatto locale netto di 95,7 milioni di sterline. Nel frattempo sono anche tornati nella UK chart con due album come Definitely Maybe al nr. 4 e (What’s the Story) Morning Glory al nr. 2. Al primo posto, dopo 15 anni, torna la loro raccolta di singoli Time Flies… 1994-2009. Segnale chiaro di come si ascolti la musica. “Ma sì, metti su la compilation così sentiamo le più belle”, potrebbe essere la frase pronunciata da alcuni ascoltatori.

Non sono state fatte barricate per l’arrivo di centinaia di migliaia di fan in città, anzi. Ogni scusa è buona per essere sfruttata. Sponsor, marchi e semplici pub e ristoranti sanno come capitalizzare. I vessilli azzurri e bianchi svettano su tutti i pali dell’illuminazione pubblica, con le due facce seriose nella foto post-reunion. Vecchie glorie del brit pop e della MADchester più psichedelica ed elettronica tornano a farsi vedere. Clint Boon, tastierista degli Inspiral Carpets, storica band pre-brit pop per cui Noel fece anche da roadie in gioventù, inaugura un murales all’Afflecks pub (Definitely Maybe pub) e poi insieme a Mani (bassista degli Stone Roses) e Bez (membro carismatico di Happy Mondays e Black Grape) tengono per più giorni un dj set after show al New Century, a base di dosi generose di brit pop e indie britannico anni zero.
Heaton Park, ancora una volta
Il più grande parco della Greater Manchester è la scenografia verde perfetta per rivedere a distanza di sedici anni gli Oasis. Nel 2009 pochi pensavano che sarebbe stata una delle ultime occasioni. All’epoca, un lungo tour di Dig Out Your Soul faceva tappa il 4, 6 e 7 giugno con 70mila persone per ogni data per un totale di 210mila biglietti venduti. In apertura Twisted Wheel, The Enemy e Kasabian. Costo biglietto: circa 38 sterline + commissioni. C’era il classico clima inglese col cielo bianco, qualche goccia a rendere fangoso il terreno e un pubblico alquanto incontenibile. Si ricordano con chiarezza bicchieri volanti dalle file retrostanti contenenti un liquido. All’inizio si pensava fosse birra o sidro. Non pensavamo fin dove si sarebbe potuta spingere la mente umana: il liquido era caldo, aveva il colore del tè al limone ma non lo stesso aroma. Ci siamo capiti.
Attualmente Heaton Park ha una capienza che arriva a 80mila persone e l’atmosfera che accoglie la band mancuniana e il suo pubblico – oltre a essere più caldo in questi giorni – abbraccia almeno tre generazioni con una media di età che, a occhio, si assesta sui 35-36 anni. Il gruppo è un fenomeno intergenerazionale; non è solo quello che ha intercettato gli ultimi anni della Generazione X e la successiva Y (millenials, come detto) ma è andato oltre, amplificato anche dal forte legame calcistico tra Oasis e il Manchester City vincente di Guardiola, formando un’accoppiata notevole.
Oltre ai mezzi pubblici brandizzati Oasis, tram con la voce di Liam, Uber o taxi, un altro modo per raggiungere il parco è fare una lunga camminata dal centro di circa un’ora per cinque chilometri. Un percorso segnato come una processione verso il concerto. Arrivati a destinazione, ci sono due direzioni diverse per le due principali tipologie di biglietto: general admission e front stage. Escluse tutte le problematiche di dynamic price sorte durante la prevendita, da cui poi la band ha dovuto prendere le distanze, molte cose sono cambiate nella gestione dell’evento cercando di rendere l’esperienza dei fan migliore dopo le aspre polemiche. L’attesa per i concerti di Manchester è spasmodica: c’è chi si è rintanato su una collinetta per poter vedere il concerto senza ticket e chi si è travestito da operatore ecologico con tanto di pinza, sacco e pettorina ed è entrato nel pit senza biglietto, eludendo i controlli.
Ai possessori dei biglietti, circa mese e mezzo prima delle date di Manchester, è stato offerto di partecipare – gratuitamente – a un’estrazione compilando un modulo: i fortunati hanno vinto l’opportunità di entrare nel pit front stage proprio davanti al palco in posizione privilegiata. Un’occasione unica ma allo stesso tempo democratica: non serviva essere il più veloce o il più danaroso, bastava leggere le mail e iscriversi per tempo. I pit, poi, in verità si sono rivelati essere due: in cui i primi possessori del front stage sono stati indirizzati (capienza totale 9.429 posti) e i restanti, in un altro, posizionato dietro e non pavimentato, che sulla mappa è segnalato in grigio più chiaro (11.714 posti). E infine, sorpresa ancor più grande: i primi mille in coda con il biglietto generico (general admission) sono stati fatti entrare nel front stage come premio per la loro puntualità.

Dei due ticket generici che avevamo, uno di questi è stato estratto per il front stage del primo giorno (11 luglio) e arrivando un’ora dopo l’apertura dei cancelli (intorno alle 16) la fortuna è stata dalla nostra parte permettendoci di essere selezionati come “first arrivals” e quindi muniti di braccialetto viola per il pit front stage, proprio davanti al palco. Quelli arrivati dopo sono stati deviati nel pit subito dietro a forma di arco. Code scorrevolissime, controlli veloci ma abbastanza accurati (sì, abbastanza ma non troppo, poi vedremo) con metal detector. All’interno di Heaton Park non si possono usare soldi, solo pagamenti cashless. E i token? Nulla di tutto questo. Il prezzo della birra media (una vera pinta, non dimensioni ridotte) è di 6,5 sterline come il sidro di mele. Cifra decisamente bassa per un concerto in UK. Scelta ovviamente ben accolta da tutti. Per di più un’ottima Brooklyn Pilsner Lager davvero rinfrescante e che batte in gusto il 90% delle birre industriali degli altri mega festival.
I bar sono sistemati in tendoni con lunghi banconi. Basta seguire uno dei due percorsi a zig zag delimitato da transenne – ricordate che gli inglesi sono i maestri del rispetto e della concezione delle code (queue) – per ritrovarsi una sfilza di baristi: una trentina circa in una direzione, e altri trenta dall’altra parte. Non c’è neanche il tempo di pagare e in pochi minuti eccoti servito. Anche quando la capienza era quasi raggiunta (parliamo di decine di migliaia di persone) non sono passati più di 5-7 minuti tra l’ingresso nel percorso e il pagamento. Esattamente la stessa modalità di servizio dei negozi di Primark.

Viene da pensare alla situazione di alcuni festival e concerti nostrani nei quali complicare la vita dello spettatore è l’obiettivo finale dell’organizzazione. Eppure basterebbe poco per rendere felice chi vuole solo viversi una buona giornata di musica, possibilmente memorabile, senza lucrarci. Una volta dentro a Heaton Park si scorge in lontananza il palco ampio, con tre grandi ledwall e l’inimitabile logo che campeggia sulla copertura: Oasis. Ci siamo.
Cast e Richard Ashcroft – Heaton Park, 11 luglio 2025 (front front stage)
Sul palco viene trasmesso lo spot Adidas con Live Forever e il pubblico, in attesa, non perde tempo e la intona. C’è anche un bel video fatto dal social media manager dei Cast che trasmette in modo fedele la temperatura della folla poco prima delle 18 dal palco. E poi tocca ai Cast – brit pop band storica di Liverpool fondata da John Power ex La’s – aprire tutte le date del tour inglese e irlandese. Tolta una pausa lunga quasi dieci anni tra il 2001 e il 2010, non si sono mai fermati. Tra le sette canzoni, la maggior parte arriva compongono All Change del 1995, esordio che contiene qualche piccola perla, una su tutte: Alright, e a scendere potremmo citare Sandstorm e Finetime. C’è spazio anche per un nuovo singolo uscito qualche giorno fa incluso nel prossimo disco: è Poison Vine che porta sul palco P.P. Arnold, storica cantante delle Ikettes, il trio che accompagnava Ike & Tina Turner e di cui lei ha fatto parte fino al 1967 prima di una carriera solista e numerose collaborazioni, dai KLF fino agli Oasis. Per Power e soci questa è una enorme occasione d’oro di visibilità. Di certo non sono una band ingombrante e fanno il loro onestamente.

Cambio palco. C’è Richard Ashcroft che entra sulle note di Lover. Lo stile è inconfondibile, e se per qualcuno è un Liam Gallagher 2.0, Ashcroft – nato a Wigan, a un’ora da Manchester – sia coi Verve che da solista ha saputo trovare la sua cifra stilistica per una scrittura di altissimo livello. Tra le sette canzoni non c’è traccia di estratti da album come A Storm In Heaven o A Northern Soul, né tantomeno Forth. Cinque appartengono a Urban Hymns. Non solo semplici brani, ma inni urbani diventati generazionali, di un brit pop che stava sfiorendo: Sonnet, la toccante The Drugs Don’t Work, Lucky Man e la più attesa, Bitter Sweet Symphony. Nel mezzo due singoli solisti come la celebre a A Song For The Lovers e Break The Night With Colour. Su Bitter Sweet Symphony c’è il primo vero sussulto di giornata di tutta Heaton Park. Difficile non pensare ad Ashcroft che cammina spavaldo su Hoxton Street, a nord di Londra.
Un singolo enorme, epico, non solo per lunghezza, ma anche per le controversie legali che si è portato dietro per circa 20 anni con i Rolling Stones per un sample utilizzato (senza permesso) di una versione orchestrale di The Last Time, canzone dei Rolling Stones del 1965, riarrangiata dalla Andrew Oldham Orchestra per il disco The Rolling Stones Songbook. Solo nel 2019 sono tornati ad Ashcroft tutti i diritti del brano. Chissà se anche lui verrà colpito dalla voglia di reunion, ma i Verve sono già al terzo scioglimento e a ottobre c’è un nuovo album solista; i presupposti non sembrano esserci.
Oasis – Heaton Park, 11 luglio 2025 (front-front stage)
Una voce robotica alle 20.15 esatte annuncia un messaggio This Is Not A Drill mentre i decibel si alzano (anche visivamente sugli schermi) in modo esponenziale. In sottofondo, a tutto volume, viene sparata Fuckin’ in the Bushes (che è anche l’intro del disco Standing On The Shoulder of Giants) e iniziano a susseguirsi ritagli di giornali e titoli sulla possibile reunion, screenshot di tweet dei fratelli… e poi ecco gli Oasis dopo 16 anni di nuovo sul quel palco. In mezzo c’è stato un litigio e uno scioglimento. Liam entra tenendo da una parte le maracas e dall’altra il braccio alto di Noel. Non era solo un gesto per le prime date di Cardiff, sembrano davvero uniti. Gli Oasis sono davvero tornati a casa. Noel al microfono di Liam dice “This is the place, this is the fucking place” indicando col dito il palco. Ancora due parole di Liam per ringraziare Manchester e poi non ce ne sarà più per nessuno.

Già dall’apertura con Hello rispetto a Cardiff c’è una coesione maggiore, sia di suono che d’intenti di tutto il gruppo. Si rivedono le vecchie conoscenze come l’ex Heavy Stereo Gem Archer alla chitarra e Andy Bell al basso; il nuovo batterista (turnista) Joey Waronker; il ritorno fondamentale del cofondatore Paul Arthurs, meglio conosciuto come Bonehead e il tastierista (turnista) Christian Madden. Hello è l’apertura che dice già tutto: ti saluta, parla del tempo incessante che scorre ma poi rieccoli: Hello (It’s good to be back) (It’s good to be back). Eccome se è un bene, eccome. Poi c’è Acquiesce, una delle tante b-side su cui altre band avrebbero potuto costruirci intere carriere, mentre loro le relegavano in seconda facciata facendole divenire centrali nella discografia. Anche qui c’è l’amicizia di fondo e quel “Because we need each other / We believe in one another” cantato da Noel è un altro tassello del riavvicinamento che risuona potente in quella pace insperata. Il pubblico nel frattempo è in delirio completo mentre Liam, accecato dal sole ancora alto e senza occhiali, si fa ombra col tamburello, canta e poi si inchina. Piccoli particolari che dal pit si possono godere.

Liam è decisamente in forma e lo si era intuito. Ora è confermato. Se fosse un calciatore diremmo che è nel suo “prime”, ossia nel suo momento di massima forma della sua carriera. Lui però ha praticamente toccato il fondo negli anni duemila, periodo in cui non si sapeva cosa sarebbe successo quando sarebbe salito sul palco: se avesse avuto voce o se avesse concluso il concerto, se avesse scazzato con qualcuno e via dicendo. Un’incognita. Ora è smagliante, si mette in posa a favore dei fotografi, immobile per decine di secondi, statuario e avvolto nel suo parka già sold out dopo la prima apparizione. Si susseguono Morning Glory, Some Might Say e pure Bring It On Down che non ci si aspettava in questa scaletta immutata da Cardiff a oggi, e che rimarrà quasi certamente identica, almeno fino a che non cambieranno continente. Il frontman chiede al pubblico di girarsi. Ormai la pratica è rodata: la gente si volta spalle al palco, si abbraccia con chi ha vicino e sull’intro di Cigarettes & Alcohol inizia a saltare divenendo un’unica grande onda umana di bucket hats (i classici cappelli da pescatore). Si esplode tutti insieme uniti a persone mai viste prima, in un rito collettivo e liberatorio. L’idea nasce dai tifosi del Lech Poznań che, ospiti del Manchester City nel 2010 e in svantaggio, decidono di continuare a tifare facendo questa strana coreografia di spalle. Tanto strana ma particolare che il City l’ha subito adottata, e Liam il “Poznań time” non se l’è fatto scappare divenendo anche copertina del singolo live di Slide Away uscito dopo l’inizio del tour. D’altra parte si è invasi da magliette azzurre e blue dell’Adidas, sembra di stare al City Of Manchester Stadium in cui però Noel, in una foto che ha fatto il giro del mondo, fu l’unico a non voltarsi.
Noel Gallagher refusing to join in with @ManCity fans’ Poznan celebrations after going 3-0 up at Fulham
— Premier League (@premierleague) May 11, 2024
🙅 @NoelGallagher pic.twitter.com/XKAtnOQVhn
I suoni sono ottimi e potenti; ben equilibrati e nella totalità si percepisce tutto distintamente trovandoci poco oltre metà pit del front stage. Noel sembra meno ingessato delle due date inaugurali, vocalmente più caldo e più addentro al suono della reunion. Un’altra b-side come Fade Away e poi l’acclamatissima Supersonic con Liam in posa classica: tamburello e braccia dietro la schiena, inclinato a cantare col suo ghigno inconfondibile. Dopo Roll With It e i visual densi di colori c’è il primo “blocco Noel” della scaletta. Il cantante lascia il palco ed è il fratello maggiore a prendere possesso del microfono, nel frattempo scende un ledwall dall’alto a comprimere le distanze del palco: Talk Tonight, altra b-side ma acustica, è un momento estremamente delicato e malinconico. Nacque durante un tour negli Usa e una disastrosa data a Los Angeles in cui Noel, dopo un litigio col fratello, scappò dal gruppo per alcuni giorni. Solo l’incontro di una donna con cui parlò e che lo tranquillizzò, evitò la fine degli Oasis e favorì il ritorno nella band. Half the World Away è dedicata agli amici e attori comici Craig Cash e Caroline Aherne, quest’ultima scomparsa nove anni fa (moglie per tre anni di Peter Hook dei Joy Division e New Order) e che con Cash componeva una coppia nella serie The Royle Family in cui proprio il brano veniva utilizzato come sigla. Mai sottovalutare cosa si può trovare sotto l’apparente scorza dura di Noel. Little By Little rialza la tensione elettrica in una coralità che coinvolge tutti, ma si torna in formazione completa per D’You Know What I Mean? che Liam dedica “al più grande manager di tutti i tempi, l’unico e il solo Pep Guardiola”. Partono dei “booo” da alcuni tifosi nel pubblico e Noel non le manda a dire “chi cazzo state fischiando?”. Esecuzione superba, i fumogeni sui ledwall (ma arriveranno anche tra i pubblico) e Pep intanto c’è davvero: sia sul palco con un sagoma ben visibile dietro le casse con tanto di sciarpa, che nell’area vip sotto al mixer che balla e fa air guitar. A fine concerto lo vedremo da vicino con i fan alla ricerca di una foto.

Non si può dimenticare il ruolo di Bonehead negli Oasis: lasciò la band nel 1999 dopo i litigi con Noel e ritrovò il palco con Liam solista solo successivamente dopo aver superato un cancro. È stato decisivo per questo ritorno insieme dei due fratelli ed è proprio posizionato sullo stage a metà tra loro due, come se fosse idealmente (ma anche materialmente) il collante, colui che ha fatto sì che tutto ciò accadesse. E in più, lui è l’ingrediente sonoro rumoroso e distorto che raccorda e unisce tutto. Gem Archer è come sempre ordinato e impeccabile mentre Andy Bell, quasi impassibile e immobile, è anche lui alla destra di Liam. Invece il batterista, Joey Waronker, criticato forse ingiustamente da alcuni dopo le prime performance, tiene bene il live suonando molto più presente delle precedenti date di Cardiff. Certo, Alan White, storico batterista del gruppo, ha inventato lo stile di batteria degli Oasis con stacchi sui tom, silenzi e rimbalzi continui, ma Waronker ha tutto per riproporre lo stesso stile essenziale ma riconoscibile. La sua esperienza è enorme e spazia dai R.E.M. fino agli Atoms For Peace e decine di collaborazioni: Paul McCartney, Smashing Pumpkins, Leonard Cohen, Elliott Smith e via dicendo, fino all’ultimo disco collaborativo di Liam Gallagher con Johnny Squire.
Le toccanti immagini di famiglie e figli nei visual accompagnano Stand By Me fino a Cast No Shadow, dedicata a Richard Ashcroft e Slide Away. Whatever ci catapulta nel prato verde incolto della copertina del singolo, con tanto di citazione sonora di Octopus’s Garden dei Beatles e un Liam Gallagher azzurro nel cielo disco. E poi ancora Live Forever e l’epica di quello che i due fratelli non hanno mai avuto paura di essere: Rock’n’Roll Star, con un’esplosione sonora completa con tanto di fumogeni azzurri e rossi del pubblico. Ecco perché dicevamo che i controlli sono stati “abbastanza accurati ma non troppo”; poco male, l’effetto è da stadio ed è magnifico nella sua semplicità e nella sua mentalità ultras. È un frangente magnifico, vivo, reale, catartico e che anticipa la breve pausa per l’encore.

Tornano sul palco tutti tranne Liam; è il momento di Noel Gallagher con The Masterplan, un’altra b-side (presente nel singolo Wonderwall) che ha raggiunto vette altissime grazie alla raccolta omonima, ultimo lavoro uscito per la fondamentale Creation Records di Alan McGee. Vengono presentati i membri del gruppo e si riparte ma con Don’t Look Back In Anger. Il tastierista parte senza attendere Noel. Si ferma tutto e si scherza perché proprio lui non ha presentato il turnista Christian Madden alle tastiere e sospetta (scherzando) che sia partito in anticipo apposta. A distanza di 16 anni “Please don’t put your life in the hands / Of a Rock ‘n’ Roll band / Who’ll throw it all away” è una frase che ora fa meno male poiché all’epoca è stata premonitrice della fine degli Oasis, in qualche modo.
Un muro stellato meraviglioso, una cornice al centro e parte Wonderwall, canzone che ormai è diventata tutto quello che poteva, non solo pezzo generazionale ma anche inno ufficioso del City. Liam si copre la testa con un cappello ed è il momento della chiusura con Champagne Supernova. Effetto sublime con tanto di detonazione pirotecnica, che nel frattempo lascia intravedere momenti di distensione tra Liam e Noel, mentre la band saluta e se ne va, e tutti hanno il naso verso il cielo ormai scuro.
Oasis, Richard Ashcroft e Cast – Heaton Park, 12 luglio 2025 (general admission)
Il secondo giorno il concerto ce lo godiamo più indietro ma ciò non inficia l’atmosfera. Anche in questo caso arrivare prima è stata cosa buona e giusta per trovare una postazione ottima, senza dimenticare che sabato, l’afflusso di persone è anticipato per ovvi motivi rispetto a un venerdì lavorativo. I Cast apportano qualche modifica alla scaletta. Anche Richard Ashcroft cambia qualcosa con l’aggiunta di C’mon People (We’re Making It Now) e Weeping Willow a discapito di Space And Time. Circondati da 60mila persone, in questo punto di Heaton Park, Bitter Sweet Simphony risuona ancora più grandiosa.

La distanza dal palco è inevitabile ma fuori dai pit il live non è meno vivo, anzi, ci si sente ancora più parte di qualcosa: una sorta di comunità. L’acustica è ottima anche a 20-30 metri dalla transenna. La parte video, ovviamente, diventa importantissima per seguire i protagonisti sul palco e i grandi ledwall aiutano a mantenere il contatto con lo show e averne una visione d’insieme più completa. Il Poznan time su Cigarettes & Alcohol insieme a 60mila persone è ancora più trascinante. Forse, rispetto a sedici anni fa, il pubblico è un po’ più educato, e i bicchieri volanti con liquidi strani non sono praticamente pervenuti salvo rare eccezioni, come si nota in un video su TikTok.

Si è parlato spesso prima dell’inizio del tour, in modo anche prevenuto, che in fin dei conti i concerti degli Oasis non fossero un granché. Sicuramente sono stati un gruppo molto umorale, in balia dei caratteri per niente semplici dei due fratelli, ma dopo 5.878 giorni sono in uno dei loro momenti di forma migliori. Affrontano il palco con l’esperienza e la testa che in alcuni anni è mancata. E anche tra una data e l’altra si nota una coesione maggiore nel suono e nelle intenzioni per giungere alla creazione di un “unicum” sempre più forte.
Se dagli Oasis ci si aspetta improvvisazioni, cambi in scaletta o colpi di testa nello show, forse non li avete ancora inquadrati del tutto. Questa setlist è soppesata track-by-track in un perfetto equilibrio che non deve assolutamente rompersi. Due ore. Né un minuto più, né un minuto meno che – anche per chi solitamente non è avvezzo a lunghi live – passano in leggerezza perché è oggettivamente difficile non farsi trasportare da un insieme di greatest hits dal quale, peraltro, mancano svariate canzoni che non avrebbero sfigurato e, come si nota, non ci sono brani da Standing On The Shoulder Of Giants, Don’t Believe The Truth e Dig Out Your Soul.
Giusto per citare le prime assenti che vengono in mente: Columbia, Lyla, The Importance of Being Idle, Sunday Morning Call, Shakermaker, Go Let It Out, All Around The World, Up in The Sky, Don’t Go Away, Gas Panic!, I Hope, I Think, I Know, Stop Crying Your Heart Out, She’s Electric, Married With Children, I’m Outta Time… Solo con le escluse si potrebbe fare un altro concerto.

È solo tutta nostalgia?
La nostalgia è parte dell’effetto reunion, ma a differenza di altre situazioni non si scende mai nemmeno lontanamente nella “paleontologia”. Non ci sono vecchi dinosauri di cui rimane un ricordo sbiadito. Ogni reunion ha una storia a sé, non tutte sono uguali e non tutte sono necessarie. Questa lo era, perché tutto era finito improvvisamente e in modo traumatico. Ora c’è una band che è tornata, fa ancora la differenza e riesce a parlare anche a un nuovo pubblico, pur non avendo inventato nulla, pur suonando esattamente così. Ma dopo i Nirvana, solo gli Oasis sono riusciti a essere così centrali, influenti, popolari, parte della cultura inglese e, allo stesso modo, anche divisivi nel rock. Non ce ne frega più niente della Battle of Britpop e della sfida Blur vs Oasis, è roba passata; era divertente e funzionale per quel momento. Oggi serve solo a fare qualche titolo e qualche clic. Non ha nemmeno senso continuare a declinare tutto come se fosse un derby tra United e City, quindi ci ascoltiamo pure i Blur, perché limitarsi è un autogol.
Intanto, Liam, Noel e gli Oasis sono tornati. We’re gonna live forever, almeno per oggi. Ma l’importante è be here now, a Manchester.



