
Allegato a Rumore 396, gennaio 2025 trovate la guida “Le Guide Pratiche di Rumore 50 + 50: Africa ieri, oggi e domani” curata da Andrea Pomini
di Andrea Pomini
No. La prima cosa che mi è venuta in mente, quando “Rumore” mi ha chiesto di scrivere questa guida, è stata un no. Una guida sulla musica africana non mi va di farla. Da anni cerco di andare oltre il concetto stantio di world music, provando a trattare gli artisti africani come parte del nostro campo visivo e non come eccezione, magari piacevole ma sempre altra. Di allontanarmi insomma dal punto di vista bianco, dal privilegio dei non nominati.
Oggi – grazie alla rapida circolazione di informazioni e musica, al sempre maggior numero di artisti del continente chiamati a far parte di cataloghi di etichette bianchissime, all’influenza di stili africani sulla musica mainstream, al moltiplicarsi di ristampe di materiale prima introvabile, e alla moda – l’Africa
è entrata un po’ di più in questo campo visivo. E sta succedendo anche e soprattutto in ambito sociale, pur in una nazione profondamente arretrata in questo senso come l’Italia, grazie a una nuova generazione di menti e corpi italiani afrodiscendenti non più disposti ad accontentarsi dell’invisibilità, o di una visibilità parziale e sbagliata. E grazie a molti loro coetanei bianchi, per fortuna cresciuti senza i pregiudizi dei loro genitori. Perché non gioirne e basta, dunque, evitando di fare i proverbiali due passi indietro teorici dopo questo piccolo ma significativo passo avanti reale? Perché continuare a considerare l’Africa come una cosa sola?

Africa Is Not A Country, afferma giustamente l’autore nigeriano/britannico Dipo Faloyin con il titolo del suo recente, ottimo libro. È il secondo continente più grande del mondo, e il secondo più popoloso, un miliardo e 200 milioni di persone. È composto da 54 stati (56 se consideriamo anche i parzialmente riconosciuti Sahara Occidentale e Somaliland), estremamente diversi fra loro per composizione demografica, sistema economico e politico, cultura, tradizioni. Stati che abbiamo creato
a tavolino noi, peraltro, unendo forzatamente popoli diversissimi, spesso in guerra fra loro da secoli, e separandone col righello invece altri. Stati che una volta indipendenti si sono trovati di fronte a
un bivio letale: tornare al sistema tribale pre colonizzazione, o provare a costruire sulle basi di questa identità nazionale fittizia e fragilissima che ci siamo ritrovati addosso? In Africa si parlano fra le 1500
e le 2000 lingue. Nella sola Nigeria, con circa 230 milioni di abitanti la nazione più popolosa del continente, oltre 500. Nel Camerun, meno della metà degli abitanti dell’Italia, 250. Il fatto che qualcuno abbia imposto l’inglese o il francese è persino comodo, in fondo, e ancora oggi le lingue europee sono spesso fra quelle ufficiali dei vari stati. Ma sapete una cosa? Stavano bene anche senza.
L’Africa non è una nazione. Usare la parola “africano” come aggettivo qualificativo non vuol dire praticamente nulla. Restando alla musica: quante volte nelle recensioni (anche mie, spero antiche) avete letto “africano”? E quante volte il termine riguardava ritmi o percussioni, o al limite armonie vocali o linee di chitarra? Si chiama disumanizzazione, e ne siamo esperti: sono tutti uguali, e comunque inferiori. Il che ci porta a un altro problema ancora, non esclusivamente pratico: sulla musica africana facciamo una guida sola? Almeno Nigeria, Mali e Sudafrica meriterebbero una guida a testa. Potrebbe al limite essere fattibile dividendo il continente in cinque parti, ma una guida sola?
In fondo, però, l’opportunità è sempre meglio dei nodi concettuali, e anzi permette di provare a scioglierli. E a noi, che riceviamo dell’Africa una visione così limitata, pressapochista e distorta, servirebbe immergerci per una volta nelle differenze e nelle specificità, quelle che accrescono la familiarità e l’empatia fra pari. Servirebbe capire che un’egiziana non è una marocchina, che un maliano non è un tanzaniano, che anche loro hanno un appartamento, una connessione wi-fi, una strada da fare per il lavoro, un libro sul comodino, una canzone nel telefono.

Eccoci qua, allora! Perché scrivere una guida sulla musica dell’Africa per “Rumore” dopo così tanti anni di militanza, e di passione crescente per l’argomento, è bellissimo. Per me, che come in un corso di aggiornamento insolitamente esaltante ho potuto ritrovare cose che non ascoltavo da un po’, rivalutarne altre che non avevo molto considerato al primo giro o scoprirne per la prima volta di meravigliose, già finite nei miei dischi preferiti di sempre. E per i lettori, spero, che pur essendo affezionati a una rivista che prova e riesce a essere tutt’altro che scontata nel suo indagare la musica del presente, del passato e del futuro, non sempre magari hanno voglia di uscire dalla zona di comfort caucasica e rockcentrica (come se in Africa non si ascoltasse e suonasse rock, e come se il rock non fosse nato comunque in Africa, fra l’altro). Fatelo, è stupendo.
I criteri, dunque. Ho considerato l’Africa in senso ampio, politico e geografico, includendo quindi sia i 56 stati di cui sopra, sia il territorio francese della Réunion. Essendo una guida, ho recensito almeno un album per ognuno di questi posti; ne ha risentito la qualità media ed è rimasto fuori qualcuno che lo meritava, ma è più giusto così.
Ho recensito compilation solo se necessarie: perché progetti già nati come tali, o perché unica testimonianza di una scena altrimenti rappresentata poco e male, o nulla, o troppo vasta e omogenea per essere indagata altrimenti. Nel caso di singoli autori, invece, le ho usate (con parsimonia) quando le discografie si facevano troppo vaste e intricate. Le ho usate di più nei consigli in calce, e aggiungo: se il marchio è Strut, Soundway, Soul Jazz, Analog Africa, Mr. Bongo, Ostinato, Habibi Funk, Now-Again, Sublime Frequencies, Mississippi/Sahel Sounds o Bongo Joe (per citare i maggiori di nuova o nuovissima generazione), prendete pure a scatola chiusa.
Ho cercato di dare un taglio moderno e il meno stereotipato possibile alla lista dei titoli, usando le recensioni brevi anche per alcuni mostri sacri, e trattando invece in lungo uscite persino recentissime (Magg Tekki della Assiko Golden Band De Grand Yoff e Tidet di Amaka Jaji li segnalo qui, per non esagerare), evitando cose esclusivamente folkloriche o puramente etnografiche, per slegare il discorso dal tòpos della tradizione come orizzonte immutabile. Non ho considerato né la produzione della diaspora né quella dei gruppi misti (Osibisa ieri e Yalla Miku o Wau Wau Collectif oggi, ad esempio), né le collaborazioni paritarie con artisti non africani (nemmeno se clamorose, vedi Group Doueh/Cheveu), e nemmeno le cose troppo accomodate da manuale della world music: è una guida, ma è pur sempre la mia guida. I nomi sono riportati esattamente come sulla copertina del disco recensito; a volte mancano accenti, a volte la band cambia ragione sociale a ogni album, ma di solito si capisce di chi si sta parlando. La versione indicata è sempre quella originale, ma molto è stato ristampato o è comunque in streaming.

Un ultimo consiglio: la recensione di Remain In Light di Angelique Kidjo tenetela per la fine. Anch’io l’ho scritta per ultima, e sigilla il discorso perfettamente. Il suo album in lista era Logozo, ma all’ultimo momento per fortuna ho cambiato idea. Perché ogni tanto lo scordo che nel 2018 ha rifatto tutto Remain In Light canzone per canzone, e lo ha fatto in un modo così giusto da chiudere più cerchi insieme. Eppure. Una delle cantanti più famose del mondo, quattro Grammy e tonnellate di dischi venduti, decide a 58 anni di rifare uno degli album rock più importanti e influenti della storia, lodato in coro da critica e pubblico. Basterebbe l’idea, ma ne esce comunque un capolavoro per molti persino
migliore dell’originale. C’è la fila delle major per farlo uscire? No. C’è la fila delle indipendenti grosse? No. Vince il quinto Grammy? Macché. Esce per l’etichetta sostanzialmente inesistente del produttore del disco stesso, da allora è introvabile e nessuno lo ha ristampato.
L’anno seguente Kidjo fa la stessa operazione di estrazione delle radici africane dal repertorio di Celia Cruz, idea bella ma meno avventurosa: sono radici evidenti, e l’approccio è più fedele. Anche Cruz però era donna, aveva la pelle scura, arrivava da chissà dove e si vestiva tutta colorata. E il disco, guarda un po’, esce per la Verve e vince il Grammy. Come miglior album di world music, ovviamente. Sarà un caso.
P.S.: Grazie agli original don dada Ennio Bruno e Paolo Ferrari per i consigli, a Alessandro Besselva Averame per il lavoro e il confronto, a Rossano Lo Mele per l’idea e la proposta. Grazie anche ai molti eroi anonimi della Rete, che digitalizzando così tanto materiale altrimenti introvabile hanno reso la mia missione più facile, più difficile, più bella.
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