Intervista a Michele Anelli: “Cerco di non urlare slogan, ma di ragionare con le parole”

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Manuel Graziani ha incontrato Michele Anelli in occasione dell’uscita dei due nuovi album, in concomitanza con i 60 anni anagrafici e i 10 di carriera solista

di Manuel Graziani

Michele Anelli festeggia i 60 anni anagrafici e i dieci anni discografici come solista facendosi, e facendoci, un doppio regalo prezioso. Pubblicando due album con titoli che compongono una frase di senso compiuto, anche invertendoli. Due album strettamente collegati. Dopo Tutti Questi Anni è disponibile sia in cd che in una versione in vinile 10” che suona davvero molto bene. Non Disperdetevi solo su cd. Sbrigate le fredde pratiche cronachistiche, arriviamo alla cifra stilistica dell’ex Stolen Cars e The Groovers.
Dal mezzo secolo d’età l’autore piemontese armato di Rickenbacker 620 porta avanti un personale percorso di cantautorato rock, sociale e poetico, profondo e politico. Paisley Underground e Beat (Non Disperdetevi). Psichedelia che è un distillato d’armonia (Vogliamo Il Meglio Che C’è). Johnny Cash, Rino Gaetano e Lucio Battisti, anche per una inflessione vocale che a volte lo ricorda. I Gang (Ricomincio Da Chi) e Billy Bragg cresciuto nelle zone d’alpeggio (“Cantare per non sentire freddo alle ossa/Cantare per sempre un canto antifascista da Cantare La Tua Voce“).

Al di là di queste influenze più o meno manifeste – in filigrana ci sono anche il soul e il R&B della Motown, a dirla tutta – siamo al cospetto di canzoni che nobilitano la seconda arte. Canzoni dure e allo stesso tempo fragili: qualcuno diceva che bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza, no? Canzoni evocative che sorpassano a sinistra il correre del tempo. Dopo Tutti Questi Anni è un piccolo manifesto per molti di noi che ancora sognano ascoltando e vivendo certa musica. Noi che, in fondo, vorremmo solo essere abbracciati dalla vita più spesso e magari sentire una voce dolce sussurrarci all’orecchio: “Vieni a sentire con me Joe Strummer / Dentro questo tempo fragile / E poi danziamo oltre il vuoto / Che c’è intorno a noi di giorno”.

Quanto avete appena letto è la versione espansa della recensione pubblicata su “Rumore” di dicembre 2024. E siccome di dischi così se ne fanno pochi oggigiorno. E di artisti così ne nascono ancora meno oggigiorno, ho deciso di farmi raccontare qualcosa dalla viva voce di Michele Anelli.

Come sei arrivato a questa doppietta discografica?

“L’anno dopo la pubblicazione di Sotto Il Cielo Di Memphis mi sentivo appagato per aver scelto di pubblicare un album e un 45 giri come volevo. Senza confronti con etichette discografiche e noiosi uffici stampa. Libero di sbagliare nel migliore dei modi. Un paio di anni fa, verso la fine di settembre, seduto in vacanza con la chitarra in mano mi è uscita la melodia di una canzone che poi è diventata A Cantare Si Resta Un Po’ Soli. Il testo era in gran parte differente ed era ancora legato a Memphis, troppo personale per essere un brano che idealmente avrebbe potuto far parte di qualcosa di diverso. Giravo intorno a un’idea senza una precisa meta. Le circostanze sociali e umane mi hanno riportato sulla strada di quello che è stato sempre il fulcro delle mie canzoni. Le vicende politiche nostrane e internazionali mi stavano pungendo l’anima e la rabbia stava covando nel sottobosco dei miei pensieri”.

E poi, come hai sottolineato presentando i dischi, ti stavi avviando a compiere 60 anni.

“Sì, allo stesso modo mi stavo avvicinando ai 60. Stavo producendo Paolo Ronchetti e portando in giro lo spettacolo “Libertà e Amore” più un’altra serie di progetti paralleli tra cui una breve reunion degli Stolen Cars, poi mai concretizzatasi. A loro avevo proposto di registrare, nel mio studio, una manciata di brani senza velleità live ma unicamente come testimonianza di un fuoco ancora vivo. Attraversiamo tutti vite complicate e la cosa si è arenata. Mi è rimasta però quella sensazione di rock’n’roll appesa nella mente che volevo a tutti costi mantenere”.

A proposito di r’n’r: per la musica che fai cantare in italiano non è semplice…

“Cantare in italiano certe sonorità implica un po’ di attenzione per non scadere nel banale con i testi ed evitare di essere paragonato troppo facilmente a rocker nostrani. L’idea di cantare in italiano non è recente. Nel 1991, ai tempi dei Groovers, fui convocato in CGD per un ascolto di alcuni demo in italiano registrati nei giorni in cui stavamo incidendo il nostro primo album Songs For The Dreamers. Ma capivo di non essere pronto. Gli altri spingevano per questa opzione ma per me non era tempo. E le idee dei produttori in CGD non erano in linea con le mie. Uscii da quell’ufficio senza contratto ma con una trentina di cd della Stax/Atlantic che mi omaggiarono, in quanto a loro non interessava averli sullo scaffale… perdona questo rewind ma era necessario per farti capire come ho lottato a lungo con la lingua italiana per avere delle soddisfazioni”.

Quindi, quando hai deciso?

“Dal 2009, anno in cui si sciolsero sia i Groovers che la seconda versione degli Stolen Cars, volevo che i testi arrivassero più direttamente alle persone. Così, sono partito dalle origini, iniziando a registrare e portare live degli spettacoli sui canti del lavoro e della Resistenza italiana inserendo, di volta in volta, brani originali a tema. Vi fu un caso isolato in precedenza durante le registrazioni del penultimo album dei Groovers A Handful Of Songs About Our Times Vol. 1, nel 2003, quando lavorammo contemporaneamente a un altro progetto musicale per la rivista “L’Ernesto”. Incidemmo 10 canzoni sul mondo del lavoro, cinque originali e cinque cover, cantando in italiano. Quell’album lo posso considerare il mio primo vero approccio musicale con la nostra lingua anche se non ne fui mai completamente soddisfatto. Nel 2014, dopo l’incontro con la band pavese dei Chemako, sono iniziate le pubblicazioni degli album in italiano a mio nome. L’esordio ricalcava ancora una modalità alla Groovers. Con l’album successivo, Giorni Usati, che grosso modo anticipò anche il ritorno al vinile ora più che mai in voga, iniziò una strada differente benché ancorata in un sound a me familiare”.

Torniamo alla doppia uscita recente…

“Tutto questo è la punta di un iceberg. Ci sarebbero mille storie da raccontare ed è per tutto questo che, una sera, ho scarabocchiato due titoli “Dopo tutti questi anni” e “Non disperdetevi”. Non avevo canzoni, non avevo melodie ma avevo due titoli che, messi insieme, diventano una frase di senso compiuto e, soprattutto, erano l’esatto riassunto di una scelta (e dia una visione) di vita. Quando con la Rickenbacker e la Telecaster ho cominciato a inanellare una serie di melodie sporche ho sentito il bisogno umano di registrarle. Ho parlato con i Goosebumps, che già avevano suonato in Memphis, e ho chiesto loro di suonare sporco dando una serie di rifermenti Sixties (beat, soul, garage, rock’n’roll, ecc.) e Seventies, liberi di sperimentare”.

Come avete proceduto per le registrazioni?

“Le registrazioni sono state fatte nel mio piccolo studio live. Di overdub ci sono le percussioni, le acustiche, qualche elettrica e la voce. Cantavo live senza spingere (in qualche brano è rientrata la batteria), non avendo un box separato e avendo in mente cori, contro cori, ecc. è stato necessario registrarla separatamente. A febbraio 2024, in quattro giorni, abbiamo registrato tutto l’album Dopo Tutti Questi Anni. Ascoltato il risultato, e avendo in mente i due titoli, già presenti come canzoni, il passo successivo è stato quello di riconvocare la band a giugno e registrare nuovamente altre canzoni, in tre giorni”.

Nel secondo album, Non Disperdetevi, hai pubblicato versioni alternative, recuperato cose vecchie, ecc. Ce ne parli?

“Ho voluto riportare in luce brani pubblicati in allegato a dei libri. In altri casi ho volutamente scelto di fare lo stesso brano con due arrangiamenti totalmente differenti: Dopo tutti questi anni e, in parte, Come stai ne sono il risultato. Un inedito, Ricomincio da chi, che era esplosivo ma che aveva (a gennaio) un testo ancora legato a Memphis e non collocabile nei nuovi album. Mentre cazzeggiavamo è arrivata una spontanea Non Disperdetevi acustica, ma era al pomeriggio dopo aver mangiato e bevuto (caratteristica del nostro combo: a tavola non ci sono confini) e gran parte del brano era scioccamente sbrindellato e non pubblicabile, però una parte era godibile e ho ideato un incastro con un mix del brano ancora di più a tinte garage. Il mix mi ha dato soddisfazione. Leggere sulla rivista “Vinile” che il direttore Michele Neri l’ha definito un azzeccatissimo missaggio mi ha fatto enormemente piacere. Per la prima volta ho pubblicato qualcosa di interamente registrato e mixato dal sottoscritto: a parte album minori che non rientrano propriamente nella mia discografia, per dire”.

I titoli degli album hanno un “significato” ben preciso…

“Non Disperdetevi, oltre a essere un’esortazione a non isolarsi, è dedicato a tutte quelle persone incontrate negli anni, anche virtualmente, che hanno pensieri e modi di vita che possono coesistere e rendere migliore questo tempo. Un vivere sociale, anche con una buona dose di utopia, umano, lontano dalla frenesia del potere, dell’avere tutto a tutti i costi, dall’avidità, ecc. Le persone ci sono, basterebbe farle incontrare e ritornare a essere collettività. Il senso di Dopo Tutti Questi Anni lo si evince dalle due copertine: i 45 giri, la fanzine, le chitarre, i miei tre anni dai nonni in un paesino sperduto del bellunese, sono le tappe di un lungo percorso e qui ci vorrebbero troppe pagine per condensare il tutto. La grafica dei due album è simile perché simili sono i contenuti. Avrei potuto fare un solo cd, ma si sarebbe interrotta la magia del significato dei titoli, che rimane anche scambiandoli di posizione”.

Dopo Tutti Questi Anni lo hai stampato anche in versione vinile 10”: un formato desueto che, nel tuo caso, suona davvero bene.

“Ti ringrazio per questa osservazione, sono rimasto affascinato anch’io del risultato. Stampare il 10” – discograficamente parlando è l’unico formato che mi mancava – è stato un atto d’amore verso tutto ciò che mi piace della musica. Ascoltare dischi in vinile ti permette ancora di evitare che la frenesia del tempo detti il tuo modo di ascoltare musica, l’atto di girare le facciate, leggere le note di copertina, avere in mano un oggetto artistico nella sua completezza, che comprende anche il lavoro di fotografi e grafici, è qualcosa che mi mantiene in contatto con quella magia con cui sono cresciuto. Ho curato personalmente tutti i passaggi, avvalendomi dei migliori del settore, dal master di Giovanni Versari, al cutting di Alessandro Gengy Di Guglielmo, prima di andare in stampa”.

Impegno e approccio politico – penso ad esempio a Genova Duemila E Uno – seppur diretti sono gentili, umani: insomma, il messaggio è chiaro, ma mi pare che anche il tuo dichiarato antifascismo abbia una sensibilità innanzi tutto poetica.

“Penso di aver assimilato la lezione di Woody Guthrie e John Fogerty. Prendi I Ain’t Go No Home e This Land Is Your Land di Guthrie o Fortunate Son e Bad Moon Rising di Fogerty: sono canzoni che raccontano situazioni sociali difficili. Canzoni per lo più con accordi in maggiore nonostante una drammaticità molto evidente nelle parole. Cerco di non urlare slogan, ma di ragionare con le parole per raccontare lo stato d’animo che assorbo di fronte alle vicende umane. Mi sento un po’ come Rino Gaetano quando, nella canzone Ti Ti Ti Ti, canta “A te che ascolti il mio disco forse sorridendo/Giuro che la stessa rabbia sto vivendo/ Siamo sulla stessa barca/Io e te”. Anche se il suo messaggio, molto probabilmente, era riferito all’ascoltatore medio che si sofferma sulla frase ironica senza comprenderne il vero significato. Per me quella rabbia a volte è nelle chitarre, a volte nelle parole, quasi sempre in entrambe. Parole che sgorgano da decine di libri che leggo annualmente. Cerco sempre di imparare, assorbire, non smetto mai”.

60 anni è anche il tempo di bilanci. Possiamo dire che il r’n’r ti ha salvato la vita?

“Non so se il rock’n’roll mi ha salvato la vita. Sicuramente, tra i 16 e 18 anni, in un paesino sulle rive del Lago Maggiore, tra il 1979 e il 1982, me l’ha cambiata. In meglio o in peggio non lo so ma la corsa è arrivata fino a questi due album che non avrei immaginato fossero accolti così bene dalla stampa specializzata e dal pubblico. Una corsa iniziata quando un giorno, un amico con cui ascoltavo i dischi, mi prestò London Calling, The River e Three Imaginary Boys. Li registrai su cassetta, li imparai a memoria, glieli comprai (e sono ancora con me) e da allora tutto ha avuto un sapore differente. Ero già un lettore del “Mucchio Selvaggio” e, circa un anno dopo, arrivò in edicola il numero con dentro un inserto intitolato “Sweet Soul Music”. Sprofondai allegramente in un altro mondo facendo coesistere punk, soul, garage, rock’n’roll e folk music. Lo stesso anno di Nebraska, un disco lo-fi, punk, contro ogni logica di mercato e di cui ricordo ancora il momento in cui lo misi sul piatto dello stereo, nella mia stanza da letto che dava su un muro di cemento scrostato. Un appartamento scaldato solo con una stufa a kerosene, sulla strada statale del Sempione, ogni domenica sotto il balcone le auto ferme in coda che ritornavano verso le città, dalla finestra solo un minuscolo scorcio di lago, quel giorno Nebraska si prese la mia anima. Trovai la forza di non essere risucchiato nelle logiche paesane, trovai il coraggio di mostrare i miei sentimenti in modo differente dai miei coetanei, trovai il coraggio di scegliere una strada: la mia.”

Manuel Graziani
Manuel Grazianihttp://www.manwell.it
Manuel = Manwell = brav’uomo al servizio del garage punk rock'n'roll sgarrupato e della narrativa scostumata

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