meg

di Matteo D’Amico

La perfezione è assenza di libertà, è archetipo fermo, immobile. Aspirare alla perfezione è aspirare a diventare come una statua di cera. La perfezione è sempre uguale a se stessa, l’imperfezione invece è unica e sempre in movimento. Ed è lì che voglio stare: migliorarsi è trasformarsi spesso, conoscendo i propri difetti. Quella è la via maestra, secondo me, per cercare la propria felicità e io la cerco d’istinto. La vita di recente mi ha addestrato a riconoscere la bellezza dell’imperfezione, e da allora mi sento più umana, come se sentissi meglio le mie ossa, la mia carne e il mio sangue. Le imperfezioni di un viso, le occhiaie, le pance che vivono finalmente sotto il peso della gravità sono la quintessenza dell’essere umani. Nulla è più sensuale dell’imperfezione.

Così Meg parla del suo ultimo album, il terzo da solista, uscito a fine aprile e che sarà presentato in anteprima al Parco del Cavaticcio di Bologna, in occasione dell’inaugurazione del Biografilm Festival edizione 2015.

Imperfezione è nato dagli stimoli ricevuti in questi anni di viaggi ed esperienze che si sono concretizzati in otto mesi di lavoro. Periodo di tempo, questo, in cui Meg si è dedicata alla scrittura, agli arrangiamenti e alla produzione delle sette tracce inedite che compongono il disco, insieme ai due singoli Promemoria e Il confine tra me e te pubblicati nel 2012 e 2013. In questo progetto, in cui Meg ha voluto dare priorità all’istinto, le ritmiche, ossia l’elemento più ancestrale nella musica, hanno un’importanza fondamentale. Per questo l’artista napoletana si è dedicata in prima persona anche al programming dei beat. Li voleva potenti, sporchi e distorti. E così li ha ottenuti.

La incontro alla fine della conferenza stampa di presentazione del Biografilm Festival, il primo evento internazionale interamente dedicato al cinema biografico che quest’anno ha in programmazione, tra gli altri, Amy – The Girl Behind the Name di Asif Kapadia, che racconta la storia di Amy Winehouse, icona assoluta dei nostri tempi. Meg, quest’anno madrina della manifestazione, mi si avvicina sorridendo e così, all’improvviso, capisco che ciò che provo da sempre nei suoi confronti non è ammirazione o stima o affetto. È proprio amore.

Ciao Meg, bentornata a Bologna!

Grazie (sorride, nda).

Madrina del Biografilm Festival. Come ti senti in queste vesti?

Quando c’è stato l’invito mi sono sentita molto lusingata perché ho sentito subito una finalità elettiva con le persone che organizzano questo festival. Io, in quest’ultimo periodo, ho lavorato sul concetto di imperfezione come qualcosa di positivo non come qualcosa di negativo come in genere l’imperfezione viene etichettata. E così quando mi hanno raccontato del festival, che è incentrato quasi esclusivamente su biografie descritte in film e documentari, immediatamente ho pensato che non c’è niente di più imperfetto della biografia di una persona che altro non è che la narrazione degli eventi, degli errori, delle scelte di un individuo che lo rendono, quindi, unico. Quindi sì, sono stata molto contenta di quest’incontro.

Ma raccontami di Imperfezione. Io l’ho ascoltato tutto d’un fiato qualche settimana fa: che bomba!

Allora, parto dall’inizio. Negli ultimi tempi ho deciso di andare via per un po’ dal mio paese perché non mi sentivo più a casa, non mi sentivo accolta dalla mia terra. E così ho deciso di andare all’estero, per cercare linfa vitale per il mio nuovo lavoro, ossigeno, aria pulita, aria nuova. Sono stata parecchio in viaggio, ho visitato molte città sia in Europa che negli Stati Uniti e quella che meglio di tutte mi ha adottato è stata New York. Dopo il primo periodo lì, paradossalmente tutto ciò che vedevo o sentivo mi faceva pensare a come potrebbe essere Napoli se le cose funzionassero bene. E proprio a New York ho avuto la sensazione che ogni elemento della città era parte di una sinfonia quotidiana che scandiva le ore, i minuti e i secondi di ogni giornata. Quindi me ne sono andata in giro con un registratore per catturare i passi delle persone come una marcia in metropolitana e nell’ora di punta. Oppure i martelli pneumatici degli operai per strada a qualsiasi ora del giorno e della notte. Poi ancora le sirene distorte dei pompieri e i concerti sentiti ovunque. Alla fine tutti questi suoni sporchi, distorti e nuovi sono entrati nei miei pezzi e sono stati processati in materia tale che si sentisse lo sporco o, appunto, l’imperfetto. Imperfezione nasce proprio da qui e dalla riflessione che la vita che noi viviamo è imperfetta. Sarebbe irreale andare a cercare la perfezione nelle cose o nelle persone perché è nell’imperfezione che noi creiamo il possibile. Ed è lì che io ho capito che voglio stare. Con tutti i miei errori e i miei difetti che molto spesso si sono rivelati preziosi anche nella lavorazione del disco. Probabilmente, per la prima volta nella mia vita, ho dato molto più spazio all’istinto piuttosto che alla testa e ho capito che è molto più creativa la pancia della testa che invece può diventare molto molto distruttiva e giudicante.

Nel disco interpreti anche Estate di Bruno Martino. Quello che io ho percepito è stata la perfetta armonia che hai creato tra il vecchio, il vecchio quello bello, e il moderno. E allora ti ho immaginata interpretare Dalla o De Andrè o De Gregori o Modugno. Hai mai pensato di creare qualcosa, tipo un album di cover, amalgamando la tua musica con le parole di questi artisti del passato?

Sì, ci ho pensato ma mai in maniera sistematica. Tu hai citato tutti artisti che da piccola io ascoltavo grazie ai miei genitori. E io mi sono formata con Dalla, De Gregori, De André e con il primo Bennato. Abbiamo fatto infiniti viaggi in macchina con la mia famiglia a cantare a squarciagola tutto Banana Republic, Sono solo canzonette, Je so’ pazzo di Pino Daniele. E quindi grazie agli ascolti dei miei genitori che erano due insegnanti fuori classe e affamati fruitori di musica, mi sono formata su testi formidabili. Tra questi c’era Estate. Da piccola mi chiedevo come fosse possibile che qualcuno odiasse l’estate proprio perché il testo della canzone lo diceva esplicitamente. Quindi il verso in sé mi ha sempre incuriosito. Da grande, poi, ho capito la potenza di certe figure retoriche, dei chiasmi, degli ossimori, dell’uso di un certo tipo di ironia o della malinconia nei toni di voce di questi meravigliosi cantautori. Ho preso quindi Estate e, ecco, l’ho fatta un po’ mia.

Cosa distingue il tuo ultimo lavoro dai due precedenti?

Il mio primo disco è nato dal desiderio di mettere insieme una serie di mie canzoni che avevo in un baule in soffitta che parlavano di me in maniera molto intima e personale. Il secondo, invece, è più proiettato verso l’esterno e descrive il mio bisogno di esprimere un lato di me più energico, quello a cui piace ballare tutta la notte, cantare a squarciagola, uscire con le amiche, ascoltare la musica elettronica davanti alle casse. Infine, quest’ultimo è un disco a metà strada tra i primi due ma con una leggerezza maggiore. Io, in generale, credo tanto nella valenza terapeutica della musica e questo disco ha rappresentato per me, ogni giorno, l’esigenza e la voglia di essere felice, la consapevolezza che è un diritto a cui io non voglio rinunciare per niente al mondo.

Quello che coi 99 Posse, Distante, Satellite con Colapesce, Imperfezione. Come descriveresti in breve ognuno di questi quattro pezzi, due solo tuoi e due nati da collaborazioni?

Quello che…è inutile spiegarlo con parole (lo diciamo insieme ridendo, nda). No ok, Quello che è un imprevisto prevedibile. Distante è l’immaturità necessaria per affrontare la realtà. Satellite (scritta da Colapesce e interpretata da entrambi, nda) è la gioia liberatoria di fare i panini e andare al mare“. Imperfezione, invece, è la mia passione.

Ti faccio l’ultima domanda e torno un attimo al nuovo album dicendoti che, a mio parere, le parole con cui lo presenti sono quasi toccanti. Tu dici: La vita di recente mi ha addestrato a riconoscere la bellezza dell’imperfezione, e da allora mi sento più umana, come se sentissi meglio le mie ossa, la mia carne e il mio sangue“. Qual è, se ti va di dircelo, l’imperfezione più bella che la vita ti ha messo di fronte?

La capacità di amare. Perché io mi fido ancora dell’essere umano e ancora, nonostante tutto, mi piace amarlo.