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editoriale277

Qualche anno fa, un pomeriggio, incontrai passeggiando il mio amico e scrittore Giorgio Vasta, uno dei più apprezzati narratori della contemporaneità italiana. Dopo le solite domande di rito gli chiesi: che stai facendo? Risposta: ho appena finito di tenere una lezione sui luoghi comuni della scrittura.

Mi è tornato in mente quell’incontro all’indomani della pubblicazione (avvenuta da poche settimane) di Numero zero, ultimo romanzo di Umberto Eco. Il quale – lo sanno anche gli eremiti, ma ripetiamolo per darne cronaca – ha pubblicato sì un romanzo storico (prende praticamente tutta la seconda metà del ‘900 fino al presunto anno di svolta italiano, il ’92), ma diverso dai suoi precessori. Ha destato parecchia attenzione (e qualche risata) quel passo del libro in cui l’autore si diverte a sbertucciare i luoghi comuni del giornalismo. Le cosiddette frasi fatte. Quelle da eludere, in linea molto teorica. Il celeberrimo occhio del ciclone (e dintorni). Il giornalismo (perlomeno quello nazionale) ne è pieno. Intendiamoci – proprio per banchettare nei luoghi comuni – non tutti i mali vengono per nuocere. Una parte del luogo comune tende a vincere sempre per via della sua riconoscibilità semantica sul lettore qualunque. Quello a cui si rivolgeva Indro Montanelli, per capirsi. Quindi prendiamone atto: è assai difficile smarcarsi da questi moduli consunti della lingua. 

Tuttavia. Tuttavia da anni (circa due decenni, proprio in corrispondenza col presunto anno di svolta italiano, il suddetto ’92) abbiamo università dove proprio questa materia si studia. Le tecniche e/o scienze della comunicazione. Quindi, aldilà dell’erosione dei lettori e dell’attenzione, la comunicazione (giornalismo, uffici stampa, tv, radio, web etc.) si è fatta materia didattica e d’istruzione. Nel 2015, dopo decenni di manualistica e insegnamenti e master e corsi di formazione, è quindi lecito domandare di più a chi svolge questo mestiere. Non fosse altro perché entrare nel recinto professionale è più che arduo, impossibile o quasi. Ergo, dobbiamo esigere dei professionisti che tali si dimostrino. Il principale evento di cronaca internazionale d’inizio anno (la strage parigina presso la sede di “Charlie Hebdo” e vicende conseguenti) ha però dimostrato che tale richiesta è ancora lontana dall’essere soddisfatta. Un’agile mezzoretta qualsiasi trascorsa sui canali televisivi di Sky (Sky, cioè i fuoriclasse dell’informazione televisiva, se paragonati agli altri) partoriva a getto continuo le seguenti espressioni:

– Asserragliati
– Armati fino ai denti
– Freddati
– Assalto delle teste di cuoio
– L’intelligence si sta muovendo
– Parrebbe che
– Un vero e proprio massacro
– Si dice che
– Una cellula jihadista
– Strategia del terrore
– Secondo le prime dichiarazioni
– Dalle prime ricostruzioni

Oltre all’incredibile confusione reiterata tra la parola “cacher” (legata al nome dell’esercizio commerciale sede del secondo attentato) e “kosher” (l’insieme della regole religiose che governano la nutrizione degli ebrei osservanti). Il gioco di parole fra i due termini è evidente e voluto, ma la confusione che ne è risultata no. Insomma, possibile che chi svolge questo mestiere oggi non sperimenti una maggiore esattezza della lingua, o almeno un abbondante uso di sinonimi? Ripeto sempre ai miei studenti quanto scritto da Stephen King nel suo manuale/bibbia chiamato On Writing. Quando sono lì che traccheggio su una parola da usare, ci penso e ci ripenso ma alla fine scelgo sempre la prima che mi è venuta in mente. Ecco, per King va benissimo, ma per tutti gli altri valga la regola almeno della seconda parola, sennò s’incespica nell’elenco di cui sopra.

Per tenere quella lezione di cui dicevo al principio, Giorgio Vasta si portò appresso una copia di una rivista musicale. Ovvio che ci rimasi male. Ma altrettanto ovvio che chi campa vendendo parole non può non notare la gergalità e l’uso frequente di luoghi comuni nella stampa musicale. Più che altrove. Quelli secondo cui:

– un disco viene rilasciato (e cos’è un ostaggio?)
– un album è un full length (scritto sempre sbagliato poi, lenght, da non credersi)
– un gruppo è un act
– un EP è breve ma intenso
– un album viene licenziato (e cos’è un dipendente?)
– un disco omonimo è eponymous
– la canzone è la song, oppure la track

Insomma, pur lontani da derive linguistiche mussoliniane, sicuri sicuri che non c’è modo – noi tutti, stampa musicale e informazione in genere – di migliorare? Oppure il luogo comune continuerà a trionfare perché sai quanto studio ci vuole prima di cavarsi una brutta abitudine?


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