
L’editoriale del numero 362 di Rumore, marzo 2022, di Rossano Lo Mele
Alla voce “recensione”, il dizionario redatto da Emidio De Felice e Aldo Duro, riporta come primo significato: “Presentazione e valutazione critica di un’opera di recente pubblicazione. Fare la recensione di una nuova storia della letteratura italiana, o di un romanzo, di una raccolta di poesie; una recensione favorevole, benevola o severa, polemica; inviare una copia di un nuovo libro per recensione”.
Penso alle ultime volte in cui ho sentito con insistenza pronunciare il sostantivo femminile: in pasticceria, ritiro una torta e il proprietario si affanna, se ti è piaciuto lasciaci una recensione su Instagram. Perdo la coincidenza di un treno, all’estero, chiedo informazioni al binario e una giovane donna (straniera in terra straniera) mi fornisce le indicazioni chiedendo: per favore, lasci una recensione sul sito della società per cui lavoro, per noi è fondamentale avere un buon rating. In concessionaria, al momento di ritirare l’auto, il venditore sibila sommessamente: se puoi lasciarsi una recensione su Google, ecco. Poi abbiamo la diabolica pagina Facebook denominata “Recensione prodotti LIDL”, dove una comunità di utenti autoconvocati da tutta Italia disquisisce su panni cattura polvere, candeggine, robiole e robot da cucina con genuino entusiasmo.
Infine, sovrana, regna la cena fuori: Sushi, tipico, messicano, pizzeria, ma dove? I 10 migliori AYCE, tex-mex, locale, farine integrali di Milano, Roma, Torino, Bologna etc. Segue il celeberrimo numero di stellette basato su enne recensioni di utenti.
Sì, ma il significato originario del dizionario posto in apertura? Quasi scomparso dal linguaggio comune, tranne qualche eccezione. Una è capitata sul finire del 2021, su segnalazione di Alessandro Trocino. La firma del “Corriere Della Sera” si è soffermata sulla strategia di marketing promozionale dell’ultimo libro di Chiara Gamberale, Il Grembo Paterno (Feltrinelli). Riassunto della vicenda: Gamberale è scrittrice dalla produzione generosa e di fama nazionale; l’editore decide di lanciare il libro acquistando uno spazio pubblicitario sul quotidiano in questione, accostando alla copertina del volume alcune recensioni. Che però non sono i classici strilloni espunti dai giornali o siti d’informazione a cui siamo abituati nel mondo del cinema o della musica. No. Scrive Trocino: “Il claim in cima è: «Il più potente romanzo della scrittrice che sfida le nostre emozioni profonde». Non firmato, naturalmente, quindi attribuibile all’editore. Di fianco, l’immagine della Gamberale che guarda di lato, con intensità programmata. Sotto ben 14 virgolettati tratti da fantomatiche «recensioni» scritte su Facebook, Amazon e Instagram”. In sintesi: l’editore ha preferito che a obliterare la qualità del libro in oggetto fossero dei lettori comuni (e qui non è il caso di sapere se tutte le recensioni siano o meno autentiche, non importa ai fini del discorso) rispetto a critici, accademici o lettori professionisti. Ipotizzo che il ragionamento alla base della scelta sia: un libro che parla di sentimenti comuni (le crepe proprie di un rapporto padre-figlia) può essere meglio schematizzato da lettori comuni. Uomini e donne della strada. Nel senso di via trafficata, ma da domiciliati digitali e social. Chiosa infatti Trocino: “Tutto finito, ora è il Giuseppe di Amazon di turno che decreterà la vostra fortuna o sfortuna editoriale. E certo, a rigore quella di cui si parla è solo una pagina pubblicitaria. Volendo, le recensioni potrebbero continuare tranquillamente a essere ospitate sui giornali. Ma gli spazi si restringono, i linguaggi si semplificano e, come i critici cinematografici, anche quelli letterari devono subire l’onta dei tempi e abbandonare lo studio dei tropi, le analisi saussuriane del significante e del significato, lo strutturalismo, la grammatica trasformazionale alla Chomsky. Ora vale solo «bello», «emozionante», «coraggioso», mentre «luminoso» già pare un miracolo lessicale”.
La recensione non è dunque scomparsa dal nostro quotidiano, figurarsi qui su carta, dove in media ne pubblichiamo 4mila ogni anno. Così come la parola scritta non si è estinta, ma ha ripreso vigore nella quotidiana ordinarietà del web più o meno alfabetizzato, pure la recensione è stata rilanciata. Ma a due condizioni: la prima è che siamo tutti diventati residenti di un pantagruelico condominio amministrato da Tripadvisor, dove alla prossima riunione saremo avvisati che la profezia inscenata nella seconda puntata della prima stagione di Black Mirror (15 Millions Merits) si è ormai avverata. Il secondo aspetto determinante è che nella comunicazione odierna non solo il mezzo è il messaggio, ma il contenitore si mangia il contenuto. Le recensioni di cui leggiamo (che siano di primi piatti o cofanetti di CD, B&B oppure vinili dei Beatles) riguardano spesso l’involucro e non la sostanza. Proprietari gentili, arrivato in perfette condizioni, cameriere cafone, disco giunto prima del previsto. Chissà come si sarebbe riverberato su questo tema l’Eco di Umberto.



