
Stefania Ianne ha parlato con le Big Joanie del nuovo album, di Thurston Moore e di cosa significa essere un gruppo di donne nere punk
di Stefania Ianne
A poche settimane dalla pubblicazione del loro secondo album Back Home finalmente riesco a intervistare Stephanie Phillips, autrice principale e chitarra delle londinesi Big Joanie. Il gruppo di punk rocker femministe, tre donne di colore, ancora tutto da scoprire in Italia, pubblica con l’etichetta di Thurston Moore, ex Sonic Youth, Daydream Library Series, e sono richiestissime sul circuito live: hanno aperto per Sleater Kinney, St. Vincent e Courtney Barnett, per citare qualche nome. Durante la pandemia hanno prodotto un singolo per la Third Man Records di Jack White e di recente sono state scelte dalle Sleater-Kinney per una canzone (Things You Say) nell’album di cover Dig Me in: A Dig Me Out Covers Album, un modo originalissimo per celebrare il venticinquesimo anniversario dalla pubblicazione di questo disco fondamentale. Insieme alle sue compagne di viaggio, Estella Adeyeri al basso e Chardine Taylor-Stone alla batteria minimalista, le Big Joanie da anni cercano di sfondare nella scena musicale britannica. Steph mi racconta quanto sia difficile entrare nel mondo alternativo musicale in quanto donne di colore che vogliono fare punk senza compromessi e come l’incontro con Thurston Moore abbia segnato una svolta importante nella loro carriera.
Mi puoi raccontare la vostra storia? Come avete iniziato?
“Abbiamo iniziato nel 2013. Io facevo parte di un altro gruppo della scena punk rock femminista ma non sentivo di potermi esprimermi come volevo, aspiravo a scrivere le mie canzoni e a fare altre cose. Tra l’altro avevo iniziato a frequentare dei gruppi femministi di donne di colore e stavo imparando molto di più su me stessa e la mia cultura (black culture) e sentivo che non c’era spazio per la mia cultura nello stesso spazio musicale punk. L’idea dietro alla formazione di Big Joanie è stata quella di mettere insieme questi due mondi. E tutto è nato quando ho visto un annuncio per un evento che si chiama First Timers, un evento che si propone di coinvolgere più persone che appartengono a comunità marginalizzate nel campo musicale e in attività creative in generale. Sul sito dell’evento ho chiesto se ci fosse qualcuno disposto a creare un gruppo punk e femminista di colore e Chardine ha risposto subito con un sacco di idee sul suono che dovevamo creare e ha subito specificato che voleva suonare la batteria in piedi. E subito dopo abbiamo incontrato la nostra prima bassista Kiera. E abbiamo iniziato a suonare insieme subito. Dopo il primo concerto con First Timers, ci hanno subito richiesto un secondo concerto e così via, non ci siamo più fermate”.
E come avete incontrato Thurston Moore? Conoscerlo sicuramente ha dato una grande scossa alla vostra carriera…
“Prima di incontrarlo sono passati più o meno quattro anni e la nostra bassista attuale, Estelle, si era già unita al gruppo, direi sei mesi prima. È stato ad un concerto, stavamo aprendo per un gruppo olandese, The Ex, e dopo il concerto, mentre stavamo camminando tra la folla abbiamo sentito questa voce che ci diceva, “hey guys, gran concerto”, e ci siamo girate ed era Thurston Moore. Lui e la sua partner Eva Prinz volevano comprare qualcosa a tutti i costi, ma avevamo già finito tutte le copie. E così chiacchierando nel post concerto si sono offerti di creare un’etichetta discografica per aiutarci a pubblicare il nostro primo disco che avevamo già completato e mixato con Margo Broom. Ci siamo rivisti il giorno dopo a King’s Cross e così è nato Sistahs, il nostro primo disco”.
Per quanto vi riguarda, già dal primo disco c’è stato un grande interesse per voi e la vostra musica. Qual è il vostro rapporto con il successo? Pensate vi possa cambiare?
“Per cominciare, spero che il successo non ci cambi. Ma soprattutto penso che non faccia parte del nostro ethos, non abbiamo intenzione di trasformarci in dive all’improvviso. Comunque facciamo musica da un bel po’ di tempo, almeno dieci anni, e non siamo delle ragazzine alle prime armi, non abbiamo più l’energia. Ma comunque la fama, l’adulazione, non ci possono distrarre, abbiamo intenzione di rimanere concentrate sulla nostra musica, e crescere sia musicalmente che come individui”.
Quali sono stati i vostri modelli? O avete sentito che il mondo della musica indipendente vi fosse estraneo perché comunque largamente dominato dagli uomini bianchi?
“Non c’erano molte persone a cui ispirarsi. C’erano molte persone sulla scena che creavano cose meravigliose ma il problema era la possibilità di accedere alle informazioni necessarie. Io leggevo tutte le varie riviste musicali ma sicuramente i gruppi con persone di colore non venivano trattati con regolarità. Se ci ripenso, forse il fatto di scoprire che Poly Styrene degli X-Ray Spex fosse una ragazza punk proveniente dal sud di Londra, con eredità mista, è stato incredibile. Ma in realtà non c’erano altri esempi da seguire, l’idea di essere una ragazza di colore e di far parte di un gruppo punk era impossibile da concepire. Aggiungerei che addirittura l’idea di essere una ragazza in un gruppo fosse già molto difficile da concepire. Ma poi ho iniziato a interessarmi alle riot grrrl e ho scoperto che si era sviluppato un gran movimento di gruppi punk femministi ma in realtà erano tutti formati da ragazze bianche”.
E per quanto vi riguarda, nei dieci anni in cui siete state attive nella scena underground musicale, senti che le cose sono cambiate per voi rispetto agli inizi o rispetto ai tuoi giorni da adolescente che ci hai descritto prima?
“Sì, è cambiato tantissimo. Quando abbiamo iniziato nel 2013, l’idea specifica di formare un gruppo punk femminista composto da donne esclusivamente di colore era controversa, se fosse stato un gruppo di donne punk sarebbe stato nella norma nella scena DIY londinese, ma il fatto che abbiamo specificato quello che era ovvio, il fatto che siamo donne di colore, è stato considerato strano (ha dato fastidio a qualcuno), perché non si vedevano persone di colore nella scena indipendente né era parte della discussione cercare di capire per quali motivi non ci fossero persone di colore nell’ambiente. Ma sicuramente non è più il caso. E poi l’accesso all’informazione è cambiato e se si fanno delle ricerche si vede subito che non è vero che il punk fosse esclusivamente bianco. Ma tante cose sono cambiate anche grazie a movimenti come Black Lives Matter, le persone stanno prendendo coscienza, si parla molto di più di razzismo, di diversità e il tutto filtra nella produzione musicale, il fatto che adesso ci sono gruppi di colore nell’ambiente della musica alternativa non più considerato una rarità, una stranezza come quando abbiamo iniziato noi. Sai, qualche giorno fa siamo state alla cerimonia del MOBO Awards (Nota: un premio tutto britannico nato nel 1996 che premia musicisti di colore, Music of Black Origin)…”
Ho visto che eravate state nominate, com’è andata?
“Sì, effettivamente quest’anno è stata la prima volta in cui hanno introdotto la categoria della musica alternativa, c’è stato un grande movimento per far introdurre questa categoria perché non si può avere un premio che celebra la musica di colore e ignorare la produzione indipendente. È stato molto interessante ma penso che ci sia ancora una grande resistenza perché in troppi pensano che questa sia musica bianca o che sicuramente non è il tipo di musica che delle persone di colore possono creare. E quindi essere lì e ricevere, almeno in teoria, la stessa attenzione che di solito ricevono le altre categorie come il grime, hip hop, r’n’b, il gospel, è stata un’esperienza incredibile e ancora una volta, dieci anni fa sarebbe stato impensabile. Ma sono ottimista può solo cambiare anche a livello mainstream nell’industria discografica”.
È importante vedere gruppi come il vostro che sono pronti a sfidare gli stereotipi dell’industria discografica. E per voi è stato difficile raggiungere questa posizione? Oppure il vostro percorso è diventato più semplice da percorrere dopo essere riuscite ad attirare l’attenzione delle persone che contano…
“Posso dire che il nostro viaggio sia stato molto difficile, la strada è stata tutta in salita. Se dai uno sguardo alle band alternative che sono attualmente in voga, ti rendi conto che sono tutte nate da pochissimo e rientrano in un determinato cliché, sono tutti bianchi e fanno parte della borghesia in generale, e noi non rientriamo mai nel modello dominante, nella formula vincente. Ed è difficile vendere un nome che non rientra negli stereotipi dell’industria discografica. Ed è stato un viaggio molto difficile cercare di convincere la gente che non solo siamo brave, ma che abbiamo il diritto di essere negli stessi spazi. Penso che alla gente piaccia in principio l’idea di averci intorno ma a condizione che non usciamo dal circuito DIY, e se proviamo a espandere i nostri confini ci tengono a debita distanza. Ma sono ormai dieci anni che lavoriamo sul nostro progetto e ci siamo preso tutto il tempo necessario per trovare le persone che vogliono effettivamente lavorare con noi, che credono in quello che vogliamo fare. E avere queste persone intorno, e avere un team che lavora per noi e finalmente un manager che ci segue ha significato che finalmente possiamo spingere per avere le cose che vogliamo, e finalmente possiamo seguire le nostre ambizioni fin dove ci porteranno”.
E possiamo vedere la differenza. Ma parliamo un po’ del processo creativo. Dal punto di vista musicale, quanto è cambiato il vostro stile. Siete sempre fedeli alle vostre radici DIY? Oppure siete aperte alla sperimentazione?
“Penso che siamo aperte a esplorare gli orizzonti per quanto sia possibile. Non ha senso limitarci a cercare di mantenere l’idea che qualcuno può avere di cosa dobbiamo essere, o quale suono dobbiamo produrre. Ed è una cosa che confonde un po’ di gente, per esempio nelle recensioni che abbiamo ricevuto si chiedevano perché un gruppo che si definisce punk fa un grande uso di sintetizzatori. Ma il punk originale non è mai stato fondato su 3 accordi, e poi noi ci identifichiamo con il punk creato dalle Raincoats o dalle Slits, oppure il punk di X-Ray Spex, puntiamo sulla varietà dell’immaginazione, e vogliamo rappresentare la nostra creatività e le nostre abilità al meglio”.
Sei tu la principale creatrice delle vostre canzoni, vero? Come lavori alla composizione? È un processo che ti viene naturale?
“Sì, è vero, scrivo io le canzoni. Io mi avvicino all’idea della creazione di una canzone come se stessi cercando di risolvere un enigma, è come un puzzle, inizio sempre da un suono e cerco di capire come connettere i vari suoni in maniera naturale, e se scopro un tema in comune che nasce dalle parole inizio a lavorarci sopra per cercare di creare qualcosa di più concreto. È questo il modo più interessante, perché mi dà l’impressione di cercare di canalizzare un’energia, come un indovino, ma non funziona sempre. E poi posso scrivere un sacco ma alla fin fine vale la pena portare solo il 10 per cento di quello che scrivo all’attenzione del gruppo”.
E Estella e Chardine, le tue colleghe, come contribuiscono alla creazione delle canzoni?
“Una volta che ci ritroviamo insieme, il viaggio di ogni canzone inizia nel vero senso della parola, lavoriamo alle varie parti, o ripensiamo gli arrangiamenti, o delle parti che non ci convincono. E cerchiamo di capire per ogni canzone di cosa abbia bisogno per essere completa”.
Nello spirito del DIY avete imparato a suonare i vostri strumenti da sole, vero? Pensi che questo sia un limite o il fatto di non aver ricevuto un’impostazione da parte di un’istituzione vi renda originali?
“È una domanda molto interessante e tutti hanno opinioni diverse in proposito, c’è molta discussione. Per quanto mi riguarda non penso che fare delle lezioni formali quando ho iniziato a suonare la chitarra da adolescente mi avrebbe aiutata, ero fin troppo timida per riuscire a partecipare in maniera produttiva, per imparare. E quando ho provato a farlo da giovane adulta, le lezioni erano di una noia mortale. Quindi non penso che avrebbe funzionato per me. Anche se mi piace studiare, per la musica non sento il bisogno di una struttura formale per imparare, sento che è parte di un flusso di coscienza, la musica mi serve per esprimere quello che c’è nella mia testa. Mi sembra di sapere già quello che voglio sentire e certo ci vuole del tempo per ricreare quello che ho in testa, per cercare di entrare in sintonia con le vibrazioni, piuttosto che cercare di creare una formula per la composizione”.
Quindi senti la musica nella tua testa e cerchi di riprodurre quello che senti?
“Sì, succede così a volte, non sempre”.
Avete appena pubblicato il vostro secondo album, Back Home. Mi puoi parlare un po’ dell’album? Com’è nato il tema? È un concept album per eccellenza?
“Non abbiamo iniziato a lavorare al disco con un’idea concettuale. Abbiamo preparato una lista di almeno 20 canzoni quando abbiamo iniziato a lavorare propriamente all’album vero a proprio, e abbiamo iniziato di cercare di capire quali canzoni effettivamente sarebbero finite sul disco. E durante questa fase ci siamo rese conto che un tema comune si stava delineando. E penso questo sia il modo più naturale per cercare di dare un senso a quello che abbiamo creato piuttosto che partire da un concetto a priori, non penso funzionerebbe”.
Il titolo dell’album è Back Home, e il titolo rivela molto. Pensi che il tema della “casa” sia nato dal tuo subconscio? Cosa significa “casa” per te, per voi?
“Ci sono varie interpretazioni rispetto al concetto di casa e cosa effettivamente rappresenti. Dal punto di vista fisico, la crisi degli alloggi nel Regno Unito ha colpito molte persone soprattutto della mia generazione. In molti hanno dovuto lasciare le città principali o si sono dovuti trasferire lontani dalle famiglie perché non possono permettersi di pagare l’affitto in quei posti. In generale c’è una mancanza di stabilità che ti impedisce di creare un senso di comunità, di sentirti a casa, e di sapere chi sei in rapporto con il tuo ambiente. E in senso più metafisico il concetto di casa nel senso di cercare di definire la propria posizione rispetto alla società, e in quanto figlie di persone immigrate, ci viene sempre detto che “back home” è il posto da dove i nostri genitori o i nostri nonni sono partiti. Ma questi sono posti che non abbiamo mai visto, e anche quando finalmente vai a visitare questi posti, non ti senti a casa, sei sempre l’estraneo, sei l’inglese. Praticamente è cercare di trovare una casa in un mondo dove ti senti un’estranea o che ti tratta come un’estranea sia in Inghilterra che nel paese di origine dei tuoi parenti, è una sensazione difficile da spiegare, un concetto difficile da elaborare”.
Un’ultima domanda prima di lasciarti andare. Sono rimasta molto affascinata dalla cover di Cranes in the Sky di Solange che avete pubblicato per la Third Man Records. Com’è nato questo progetto?
“Quell’EP è stato pubblicato nel 2020. Ci eravamo messe d’accordo che volevamo assolutamente registrare questa cover di Solange per l’impatto che ha avuto nella nostra comunità, per i nostri amici, e l’impatto che ha avuto per le persone di colore e volevamo mettere il nostro marchio sulla canzone. C’è voluto un bel po’ di tempo per trovare il nostro modo di ricrearla, perché la canzone originale è molto complessa, va su e giù, e abbiamo dovuto rivederla in versione punk e semplificarla, l’abbiamo anche trasposta di un’ottava, e anche il ritmo l’abbiamo semplificato a 4//4 e abbiamo incorporato un’atmosfera da desert rock. Penso che quando la gente ascolta la nostra versione non si renda conto che si tratti di una canzone di Solange, l’inizio è completamente diverso, forse fino a quando non arrivano al coro… E questo singolo è uscito con Third Man, perché Chardine si è messa in contatto con loro tramite un amico di un amico e sono stati di grande supporto e la canzone ha avuto molta più attenzione forse perché con la pandemia c’era più tempo per ascoltare”.
Molto interessante e molto bella è stata anche la cover uscita da poco per l’album di cover delle Sleater-Kinney, Dig Me in: A Dig Me Out Covers Album. Voi avete contribuito con Things You Say. Com’è successo?
“Anche quella è stata molto divertente da fare. Le Sleater-Kinney sono la mia band preferita di sempre. Ed è incredibile che siamo riuscite a farci sentire da loro, che poi ci hanno chiesto di aprire per loro dal vivo e adesso hanno scelto una nostra cover per un loro disco, ci sentiamo molto onorate”.



