
Paolo Bigazzi Alderigi del SAE Institute parla dell’uso dell’Intelligenza Artificiale nella musica
di Barbara Santi
Quando ci ritroviamo di colpo di fronte a drastici e memorabili passaggi tecnologici, prima di diventarne dipendenti, ne siamo istintivamente spaventati. E l’arrivo dell’intelligenza artificiale che mette in discussione il concetto stesso dell’idea, dell’estro, sta facendo vacillare certezze. Si pensi per dire al cortocircuito che ha generato il video atroce che rappresentava Gaza come ipotetica e nuova Miami, usato da Trump e Musk per farsene “vanto” ma che in realtà si è scoperto che voleva essere una parodia del folle progetto del presidente statunitense a cura del regista Solo Avital. Se poi si riflette sul concetto stesso della musica, elettronica o meno, e dell’arte in genere, le cose si complicano. La fantasia è la prima a entrare in crisi e c’è un problema di regolamentazione: ci sarà chi ne abuserà e chi la userà per sperimentare ancora di più ma comunque la cosa genera ansia. Così abbiamo cercato di approfondire, attraverso lo sguardo e l’esperienza di Paolo Bigazzi Alderigi, docente al SAE Institute, network globale per la formazione nei Creative Media, produttore di musica elettronica per audiovisivo indipendente e membro di quattro associazioni di categoria (Anica, Emusa, Idea, Afem), sulle opportunità e sui rischi che prevede l’AI, specialmente in ambito musicale e creativo. A lui la parola.
La questione AI sta dividendo il mondo, come sempre tra chi teme possa arrecare irreversibili danni collaterali e chi pensa a come poterne usufruire per evolversi. In effetti, dubbi ne genera in ogni ambito e l’argomento è stato analizzato da chiunque. Qual è la sua prospettiva?
“In una rapida battuta potrei considerare come la AI possa sbloccare un potenziale incredibile per l’artista, ma anche come stia spingendo i confini che lasciano vulnerabile il mondo della creatività umana. In essa troviamo un’ulteriore alterazione o evoluzione del concetto antropocentrico, che smette di essere solo un altro cambiamento tecnico diventando un propulsore sintetico di materiale statisticamente derivato. La conoscenza, come sempre accade, dello strumento IA permette di disporre di un mezzo, un altro pennello, a patto di usarlo in modo onesto e coraggioso per realizzare o coprodurre un’opera”.
Molti artisti, e non solo d’impronta elettronica, ne stanno facendo uso, dal mainstream alla nicchia più sperimentale. Qual è la situazione?
“Ad oggi, per quanto mi consti, si tende a sviluppare una enorme quantità di prodotti per mezzo della AI in diverse chiavi e con differenti scopi e risultati. In Italia uno tra i primi che ne ha interpretato l’uso in ambito musicale è Alex Braga, esplorando il concetto di esecuzione dal vivo con una AI: A-MINT ‘intelligenza artificiale adattiva che lavora con l’artista in tempo reale consentendogli di esplorare nuove frontiere della creatività audiovisiva’. Il tema che emerge da questa domanda è proprio uno dei nodi gordiani del momento: come stabilire quanto e in che modo l’uso della IA abbia concorso nella realizzazione di un’opera. E non uso mai la parola ‘creare’ ma ‘realizzare’, dato che i processi oggi in opera nelle IA sono di natura trasformativa e non creativo/generativa”.
Quali, tra produttori, dj e artisti di area elettronica, ne hanno fatto il miglior uso, a suo gusto e parere?
“Non è così facile rispondere. La capacità di distinguere tra brani completamente creati da quelli realizzati con la AI è questione da definirsi. Da studi fatti in America lo scorso anno è emersa una percentuale molto alta (50%) di persone della generazione Z propensa all’utilizzo per modificare o integrare opere ma anche per l’ascolto delle stesse. È facile pensare che il miglior uso possa essere quello consapevole oltre che proiettato verso qualcosa di ulteriore, altro, mai sentito. In tal senso, il compositore Philip Abussi ha interpretato da subito l’uso della AI come un tool per creare nuove sonorità mediante Synth Gpt: un text-to synth model che permette di realizzare l’equivalente di uno strumento musicale ed essere suonato. O ancora Audiogen per le parti ritmiche, Eleven Labs per spoken words (modelli text to speech). Questo per me rappresenta un uso che ben affianca il processo creativo umano”.
E chi invece, secondo lei, ne sta abusando nella musica in genere?
“Tra i numerosi esempi, le società di AI musicali come SUNO o UDIO sono state citate in giudizio in USA da tutte le major discografiche nel 2024, per violazione del copyright per un uso senza permesso di registrazioni delle etichette per addestrare i sistemi di AI già diffusi ad ampio spettro e che, peraltro, sarebbero anche in grado di distribuire la musica così creata direttamente nelle piattaforme di streaming. La ipertrofica produzione di brani che ingolfano le stesse sono un problema presente che non sembra aver raggiunto una soluzione preventiva. Segnalo anche che alcune pratiche di elaborazione della voce, in determinati contesti, hanno connotato un genere musicale da una parte e previsto un artificio non naturale come l’autotune dall’altra. Volendo identificare in questo un processo più o meno abusato, è evidente come la mera ripetizione, copia, dello stesso nelle stesse forme e modalità diventi meno rilevante e interessante rispetto a una possibile pratica innovativa. Paradossalmente, suona più ‘artificiale’ la voce alterata con l’autotune di una verosimile prodotta con l’AI. E ancora, è più rilevante la sua alterazione o la sua verosimiglianza? Simulacri ciclici cari a Baudrillard. Anche qui la volontà e il processo: posso fare altro con la tecnologia dell’autotune e senz’altro con la AI, resta da vedere come voglio sviluppare il mio linguaggio”.
È produttore di musica elettronica per audiovisivo indipendente, compositore e mi chiedevo quale uso ne facesse lei nelle sue composizioni. Ci racconta del suo personale rapporto con l’AI?
“Ho avuto la fortuna di iniziare il mio percorso compositivo producendo colonne sonore per film indipendenti di genere Cyberpunk nella seconda metà degli anni ’90, già preceduto da un precoce ascolto di musica elettronica da Klaus Schultze ai Kraftwerk, Depeche Mode, Future Sound of London, Orbital, Aphex Twin, Boards of Canada, e tanti altri. Oggi non uso l’AI nel processo creativo e produttivo musicale. Sto ancora studiando come e in che modo integrarla in taluni passaggi per spingere più in avanti la sfera di conoscenza e controllo timbrico. Avendo uno studio a Milano con circa 40 sintetizzatori in una configurazione che ibrida, in diversi passaggi di segnale, analogico e digitale, mi piacerebbe inserire dei tool o svolgere alcuni processi anche mediante AI. La sua presenza in altre produzioni audiovisive ha partecipato allo sviluppo del primo progetto B2C italiano basato su Realtà Aumentata (AR), di nome Komplex (2013), da me coprodotto con Mariano Equizzi. La AI qui concorre sempre a livello di machine learning per allenarsi sul riconoscimento delle immagini per permettere di riprodurre altri contenuti che possono integrare, sostituire o modificare la realtà ripresa con uno smartphone o dispositivo indossabile come occhiali, per una esperienza di extended reality (XR). Abbiamo subito iniziato a lavorare sul rapporto dell’esplorazione urbana e lo svelamento di contenuti audiovisivi connessi alle superfici urbane. Si è detto fosse un ARG (Alternate Reality Game) o cinema interattivo per arrivare a Interactive Urban Storytelling. L’aspetto più interessante è la libertà espressiva e di contenuto che ci ha permesso in circa 40 progetti nazionali e internazionali di esplorare a fondo il media e di colonizzare in chiave transmediale nodi di disseminazione e metalinguaggi incluso le Gif. Komplex è presente anche nel canale Gyphy che a oggi ha raggiunto circa 200 milioni di visualizzazioni, frutto di una costante adozione in tutte le piattaforme social di questo tipo di contenuti. L’intreccio fra scripted content (contenuto scritto da umani) e AI diventa nel progetto Komplex una matrice inestricabile che supera del tutto le frizioni e i bisticci, fra artisti AI e non, e scioglie dialettiche di conflitto fra contenuti generati e non generati. Il canale è composto da oltre 950 tessere, minishort da 11-19 secondi che mescolano sequence AI video prodotte da una concatenazione fra diversi tools. L’origine di questa tana del Bianconiglio è un intrico di oltre 50 prompts che evocano concetti ed elementi narrativi con codici amplificazione in python dei termini usati: parentesi, due punti e altre interpunzioni nel testo che vengono ‘lette’ dalle AI come potenziatori dei concetti scritti; immaginateli come evidenziatori. Questi shot diventano i tagli di montaggio di un film infinito chiamato #thegame23, un film frattale che usa l’intera rete. Questa narrazione si definisce Unfiction. Come compositore ed editore penso che sia un territorio straordinario dove poter produrre contenuti interattivo-immersivi che rappresentano per me la direzione principale dei prossimi anni e che include dunque la IA come parte tecnologica che porterà a ulteriori sviluppi migliorando fruibilità e attitudine a una certa gamification dell’esperienza d’ascolto. Uno dei progetti a cui stiamo lavorando in questa direzione è il Komplex XR Music di cui ti lascio volentieri una prima anteprima qui che sfrutta sia la AR che la VR“.
Il talento, la fantasia, sono a rischio in qualche modo, o sono insostituibili artificialmente?
“Sinora, la storia della musica ci ricorda che a ogni passaggio tecnologico è avvenuta una mutazione non esclusiva ma complementare in diverse forme sia qualitative che quantitative. Talvolta queste mutazioni sono più consistenti al punto che l’adozione di massa di un dispositivo, uno strumento, e di conseguenza la formazione di linguaggi e forme siano più potenti in termini di possibilità espressive. Quando avvenne il passaggio da clavicembalo a pianoforte l’evoluzione fu davvero importante, al punto che il controllo dinamico del suono così era sottoposto a quello dell’esecutore e alla sua sensibilità. Ciò ha avuto un dirompente effetto di svelamento di altre forme di scrittura e di creatività finalmente svincolata dalle precedenti tecnologie. Lo sviluppo dei sintetizzatori ha aperto la strada a nuove forme di generazione del suono e della sua elaborazione come mai era accaduto prima, trovando applicazione e sviluppo in linguaggi e ibridazioni straordinari. L’arte, il saper fare, è conoscenza pratica che parte da una conoscenza profonda della materia. Il rischio vero è quando si prendono scorciatoie, quando non si usa la propria conoscenza con volontà, onestà e coraggio per creare linguaggi, di qualsiasi tipo”.
Ci racconta del Regolamento europeo sull’Intelligenza Artificiale?
“Il 13 marzo 2024 è stato approvato l’AI Act dal Parlamento Europeo ed è entrato in vigore il 2 agosto. Il recepimento avverrà in diverse fasi sino al loro completamento al 2 agosto 2026. Dal 2 febbraio 2025 sono entrate in vigore le disposizioni del regolamento riferite ai sistemi di IA ad alto rischio secondo un ordine che vedrà tempi di attuazione varabili dai sei ai 36 mesi in questo ordine di priorità. Prossima tappa 2 agosto 2025 per le norme sulla governance. L’AI Act si basa essenzialmente su principi di sviluppo, uso sicuro, etico e trasparente nonché rispettoso dei diritti fondamentali, fissando obblighi e requisiti per utilizzatori e sviluppatori. Il regolamento suddivide i sistemi di IA in quattro livelli di rischio: minimo, limitato, alto e inaccettabile. Per il diritto d’autore si introducono alcune norme per la gestione dei contenuti usati per formare i dataset (input) e i contenuti realizzati attraverso l’uso combinato con specifici modelli (output). In tal senso si prevedono degli obblighi di licenza per le aziende che producono AI e sanzioni amministrative”.
Come pensa che la Siae potrà regolarsi, con i diritti d’autore?
“Le società di gestione collettiva si stanno attrezzando prevedendo nelle licenze il divieto di poter usare il repertorio amministrato per formare dataset e simili da parte dei fruitori. Rimane molto da fare ancora per definire un processo di registrazione, dichiarazione e controllo delle opere d’ingegno di carattere creativo ‘umano’. Per esempio, poter esprimere in modo univoco e in tutto il mondo l’autorizzazione o meno a che l’opera possa essere oggetto di analisi da parte dei crawler per la formazione di dataset prima che ciò avvenga e non dopo con strumenti poco chiari o non disponibili sul momento. E il concetto di trasparenza sembra ben orientare queste esigenze”.
E le sue lezioni alla SAE? Che rapporto ha con gli alunni? Sono nate collaborazioni con alcuni di loro?
“Le lezioni si svolgono in aula (i miei sono corsi di teoria degli audiovisivi e di legislazione) con approfondimenti e grande attenzione all’attualizzazione tecnico pratica delle conoscenze professionalizzanti e di formazione nel mercato dei media creativi. Talvolta ho avuto il piacere di ritrovare nei percorsi professionali e imprenditoriali quelli che sono adesso colleghi o in altri casi anche collaboratori. Le dinamiche di mercato attuali hanno più che mai bisogno di aggiornamenti costanti ed è stimolante trovarsi davanti ai diversi cicli generazionali che si susseguono. In un recente passato uno degli studenti del corso EMP (Kia Kiavash), musicista e produttore, mi aveva colpito per un progetto che fondeva jazz, funk ed elettronica con un taglio fortemente autoriale dal nome Shirman. Così ci siamo trovati nel mio studio per sentire tutte le tracce ed è iniziato un rapporto editoriale che dura tutt’ora e che peraltro vedrà il18 aprile l’uscita dell’ultimo EP Bipolar Disco, che indaga su un approccio old school dell’hip hop. Stessa dinamica per il primo EP Love Is In The Eyes Of The Animals degli Inude, talentuoso trio nato in Puglia nel 2014, dall’allora studente Giacomo Greco, con Flavio Paglialunga e Francesco Bove, che stanno facendo un percorso artistico meraviglioso. Ho poi collaborato con Giuseppe Petrelli, affermato produttore che ha lavorato su tanti progetti (Willie Peyote, Ninos Du Brasil, Furtherset, Roy Paci), presentandomi artisti che apprezzo e con cui sono nati rapporti editoriali”.



