
di Stefano Morelli
L’intervista ad Arthuan Rebis in occasione del’uscita del nuovo album Ballate Mitomagiche
Se attraverso la forma abbiamo la non comune possibilità di cogliere il senso del tutto, di percepire e abbracciare, trasformandolo, un altrove che è innata connessione esperienziale, la musica ne è il suo medium più alto, nobile e terapeutico al contempo. Entrare nell’universo estetico di Alessandro Arturo Cucurnia, in arte Arthuan Rebis, significa in essenza proprio questo. Riscoprire il vascello dell’arte come ponte elegiaco tra mondi e linguaggi primevi, in un flusso interdisciplinare tra tono vocale, funzione del suono e traccia-storia del simbolo, sia in senso grafico che vibrazionale, e le cui vele dispiegano venti come Sacred Woods, Canti di Helughèa, La Primavera del Piccolo Popolo, Engalos, The Calling o il più antico Spells, Spirits and Spirals.
Una ricerca protesa, sin dalle origini, in un’ottica terapeutico-olistica che del suono e del suo codice ha saputo coltivare, tradizionalmente, l’accento magico e alchemico (confluita naturalmente pure nelle collaborazioni con Paolo Tofani, Vincenzo Zitello e Paul Roland, nonché nello studio del linguaggio elfico ideato e tramandato da Tolkien). Un “corpo di voce” adoperato al fantastico e all’arcaico, con gli ovvi rimandi alla tradizione sonora medievale, neo rinascimentale e al romanticismo (sia in senso classico che in quello wave-neo gotico moderno, con chiari rimandi a Dead Can Dance, The Cure, Popol Vuh, Corvus Corax o Faun), e accentuato nella ricerca letteraria fiabesca.
Helughèa, il libro canalizzante, di cui oggi è disponibile il secondo capitolo Il Guardiano Alato, all’indomani della prima parte edita nel 2023 “Il Racconto di una Stella Foglia”, saluta un’attitudine interattiva e trasmutante assieme alla sua anima-parte eterica “Ballate Mitomagiche“. Si tratta di una spinta, di un gesto poetico, che accomuna Rebis ad altri grandi “intellettuali del suono” come Bowie, Reed, Sylvian, Perry, Branduardi o Chimenti. Ma partiamo anzitutto dall’arpa, il suo strumento eletto, traendo spunto da una riflessione di Carl Jung: “Spesso le mani risolveranno un mistero contro cui l’intelletto ha lottato invano…”.
Vorrei chiederti, al di là della sua bellezza estetica che ti ha spinto senz’altro a preferirla, se dietro a questa scelta ci sono mortivi che oltrepassano il semplice gusto musicale. Ne Il Significato della Musica di Marius Schneider, l’arpa è associata al veliero che accompagna, tra le altre cose, la rinascita dei morti… è inteso come strumento sciamanico-psicopompico, collegato all’animale-totem Cigno, quindi all’amore quale elisir di cura.
Arthuan Rebis: “Citando Schneider mi inviti a nozze alchemiche. Nella mia esperienza l’arpa è come una porta, o una chiave ‘verticale’. Anche la forza della vela credo stia nella verticalità. È uno strumento soave, ma molto più fisico di quanto si pensi. Quando la suoni devi praticamente abbracciarla e avvicinare il tuo viso a lei; mentre cerchi di superarti devi faticare ma anche sognare. Nella sua cosmologia musicologica, Schneider amava catalogare, dividere e riorganizzare suoni, animali, elementi, secondo i loro comuni archetipi. L’arpa è una presenza femminina ed elegante, fugace e celeste; è un po’ come l’anima nella psicanalisi junghiana. Nell’arpa celtica ho sempre visto una compagna del viaggio onirico, nel sogno che chiamiamo veglia. A differenza del pianoforte non è cromatica, tuttavia permette un’espressività di tocco unica, soprattutto se si usa l’antica, quanto insidiosa, tecnica con unghie. Mi ha sempre affascinato la sua completezza sonora elementale perché ha caratteristiche di Terra e Fuoco, anche se quelle di Acqua e Aria sono più evidenti. Esistono del resto tecniche bardiche specifiche per evocare gli elementi…”
Tecniche bardiche… puoi farcene cenno? Ti è possibile, rispetto al lavoro operato nella scena sonora di Ballate Mitomagiche?
A.R.: “Alcuni arpeggi, fatti a due mani sulle stesse corde, pare imitino il crepitio del fuoco, altri, più ampi, il fluire dell’acqua. Altri ancora, più accarezzati, ricordano il vento. Con l’arpa si possono generare molti armonici, i quali sono riconducibili all’elemento spazio e all’aura delle cose. La terra solitamente è rappresentabile col ritmo e i suoni percussivi e ciò riguarda anche i cordofoni, non solo i tamburi. In Ballate Mitomagiche l’arpa è quasi sempre presente, talvolta facendo cose molto articolate. Pur lasciando parecchio spazio ad altri strumenti e alla voce, ha edificato gran parte dell’ossatura del disco dirigendo il potenziamento del linguaggio. Ho cercato di concentrare tante cose apprese per metterle al servizio delle ‘canzoni’, nel tentativo di evocare i concetti, le emozioni e i simboli, che emergono dai mondi creativi alla base dell’album e del libro. Volevo che le canzoni fossero come arcani maggiori fiabeschi, leggeri e tragici ad un tempo (come Il Mago e le Torri o Il Matto e il suo Scettro), capaci di stimolare la fantasia e toccare nel profondo sia il dotto che il bambino”.

Tra l’altro, l’arco, inteso come strumento che emette suono e non solo come forma architettonica, ha valenza di connessione col divino… si ricollega in qualche modo al concetto verticale del Cielo come nel simbolismo della croce.
“Ci sono due opposti che devono lavorare insieme, in ogni arco e in ogni aspirazione d’armonia. ‘Pur discordando in sé stesso, è concorde. Armonia d’inversioni, come dell’arco e della lira‘, diceva Eraclito. È un principio che possiamo applicare per cercare di svincolarci dalle calcificate identificazioni della personalità (che è riconosciuta come maschera anche nell’etimologia). Battiato ha cantato di ‘shock addizionali’, come ricorderai. Eraclito è come il prezzemolo, sta bene con i carciofi alla Gurdjieff e i pomodori alla Jodorowsky”.
Dall’etno folk neo pagano alla new wave, sempre con una forte attenzione alla natura acustica neo rinascimentale e medievale; ma sul piano sinfonico e classico? Quali sono i tuoi riferimenti più profondi? Mi riferisco al tuo sentiero in quest’ottica, alla formazione sentimentale-musicale…
“Se intendi i grandi compositori occidentali dei secoli passati, ti direi che li ho analizzati soprattutto durante i miei studi universitari. Alcuni nomi, istintivamente: Corelli, Schubert, Debussy, Berlioz, ma anche tanti altri. Amo quando la ‘musica colta’ incontra quella popolare, il fiabesco e il sogno, quando evoca il notturno e il crepuscolare. La mia unica opera vagamente sinfonica, seppur nel suo celtico minimalismo è La Primavera del Piccolo Popolo, dove mi pare che certe armonie e melodie digradino lentamente ma con costanza, come paesaggi e luci mentre cammini nel bosco ascoltando musica in cuffia. Dischi così potrei farne molti altri, ma la mia aspirazione ora è quella di sintetizzare cellule più essenziali: le canzoni”.
Quindi l’evoluzione, o meglio, la ricollocazione dell’autorale acustico psichedelico e progressivo italiano: Branduardi, Rocchi, il primo Sorrenti e Chimenti, Fossati, il Concato di Giannutri. Il Mago e Le Torri, Il Matto e Il Suo Scettro, Cantico della Dea, Angelo del Mare (“irradiando luce su luce d’ombra”). Una volontà più netta in questo capitolo, vuoi parlarcene meglio?
“Ballate Mitomagiche è un disco fatto propriamente di canzoni. Le sonorità sono una summa organica e più matura di molti stili personali che ho elaborato nel tempo. Credo che i testi siano accomunati da un tratto particolare, mitomagico, si tratta non a caso del mio lavoro più cantato. Avevo molte parole da dire, e in alcuni casi le ho dette come se fossero le ultime. Il mio precedente Canti di Helughèa era piuttosto subordinato al romanzo Helughèa – Il Racconto di una Stella Foglia; la funzione musicale primaria era allora quella di permettere ai personaggi di raccontare storie, amplificare simboli, emozioni e presagi, nonché rivelare ulteriormente quanto il potere della musica sia in grado di aprire i portali invisibili. Adesso, Ballate Mitomagiche e il suo compagno letterario Helughèa – Il Guardiano Alato sono tanto indipendenti quanto comprimari. Nessuno dei due è essenziale per l’altro, ma congiunti permettono una profondissima immersione. Il libro è un elemento metamusicale del disco, il disco è a sua volta un elemento metaletterario del libro. Faccio un esempio: la protagonista si trova ad ascoltare alcune delle canzoni all’interno della vicenda, mentre altre fanno parte di un album che lei stessa ritrova in diverse epoche e dimensioni. Ho coniato il termine Mitomagia per necessità d’attrazione. Non amo gli intellettualismi, infatti il libro e il disco sono molto fluidi e ‘vivi’. Adoro il registro grottesco quanto quello poetico, la pelle d’oca quanto la risata, il brivido e la contemplazione, ma devo trovare dei compromessi per parlare indirettamente di qualcosa che è così stratificato e multidisciplinare, che spalanca mondi narrativi e simbolici”.
Ma qual è il senso e la funzione originaria del mitomagico?
“Dietro storie, intrecci, note e versi, c’è il mito, quindi la mitopoiesi, dove gli elementi creativi sono animati dal teatro degli archetipi. L’arte ci cura da sempre, tra catarsi e omeopatia: dai riti sciamanici alle fiabe popolari, da Euripide ai ventriloqui di strada, dai trovatori ribelli ai cantori altaici, da Shakespeare ai Surrealisti, da Dante a Tolkien, da Mary Shelley a Miyazaki. Tra maghi, animali immaginari, antenati mitizzati, vampiri, fate, angeli, yaksha, demoni, dèi, golem, chimere, alieni, spiriti elementali e così via, vi sono innumerevoli mascheramenti di un’unica sconfinata saga che parla di tutti noi. Il Mitomagico desidera accogliere una Magia Amica che governa il fantastico: quella dell’inusuale, del meraviglioso e dell’extra ordinario. Una magia che come un Bardo sa toccare tutte le corde facendo esaltare, stupire, spaventare, commuovere e riflettere. Il Mitomagico tiene conto di quanto questa ‘magia immaginale’ sia lo specchio del mondo: non si oppone alla banalità della realtà mondana, ma piuttosto ne mette in scena la maschera, e mascherando svela. Non cerca di ingannarti, ma ti fa vedere l’inganno, fa andare più a fondo”.
Quindi il magico-fantastico rivela l’ordinario?
“La più potente magia è con noi nella terra di mezzo, tra nascita e morte. L’illusione più grande ci convince che le cose siano permanenti e autoesistenti. È dunque una Magia Nemica, la grande illusione che sperimentiamo nel quotidiano. Una volta riconosciuta come tale, la “magia nemica” diventa anch’essa di supporto, come insegnato dai Maestri”.
Credo che un brano come Chanson des Bardes, nel modo in cui è cantata, sarebbe piaciuta non poco a Johnny Hallyday. La canzone francese che ruolo ha avuto in questa fase di composizione, così quanto la tradizione del decadentismo? Qualcosa che, a distanza, ti associa anche ai Rosa Crux a bene vedere…
“Devo confessarti che i confini di un autore in questo caso non esistono. David Lynch diceva che le idee sono come il pesce, che nessuno chef crea il pesce ma si limita a prepararlo. Io non mangio il pesce ma mi nutro di questa metafora. La scrittura di Chanson des Bardes è sorta nel sogno: ero una specie di spirito, testimone della vita di un druido ignaro di me. In pochi istanti ho rivisto i momenti salienti della sua esistenza. Se la passava maluccio, era uno degli ultimi del suo Ordine. Non mi fidavo del tutto del suo cuore, per via di certe sue azioni che non riuscivo a comprendere ma, a un tratto, egli ha preso un’arpa gotica e ha iniziato a suonare e a cantare sugli scalini di un tempio, conquistando la mia sensibilità. A quel punto mi sono svegliato di colpo e totalmente rapito dalla canzone ho riscritto l’intero brano. Nelle settimane seguenti ho compreso che Chanson des Bardes aveva un ruolo inaspettato nel nuovo romanzo, nel quale viene riscoperta da Bardolph. Un personaggio decadente e grottesco, misterioso guardiano di un cimitero ed ebbro d’arte come Carmelo Bene. Lui e altri sulla scena analizzano il testo cantato, che cela diversi enigmi e profezie. Altri tipi di ‘bardo’ sono invece quelli intesi dai tibetani: tra una morte e una rinascita, o tra sonno e sogno. Il concetto di stadio intermedio non a caso avvicina quello di Tempo Verticale“.
Convergenza tra musica neo medievale e rinascimentale con la dimensione etnica. È un tratto molto saliente della tua composizione e della tua produzione. In modo molto “tradizionale”, esente dalle stereotipie formali della new age. In questo sei molto “gabrieliano” e “kennethiano”: quanto lo studio delle culture spirituali nordiche e asiatiche, e in particolare il celtismo e il buddhismo, hanno influito sulla definizione dello stile?
“Di solito quando mi dedico a qualcosa voglio andare in profondità, per innamoramento da cercatore e perché sono molto autocritico ed esigente. Queste qualità fanno di me un artista poco avvantaggiato nella macro-diffusione, perché tutto ciò che faccio, e il modo in cui lo faccio, va controcorrente. Le attuali tendenze lasciano perplessi, quasi tutti sono pronti a inchinarsi alle leggi algoritmiche (‘bow down before the one you serve‘, per dirla coi Nine Inch Nails) e in troppi si assomigliano, senza però creare alcuna ‘scena alternativa’. In generale, i modelli spinti dai sistemi mediatici superiori sembrano nuovi, ma sono sovrapponibili ad altri già consolidati. Purtroppo risaltano superficialità e opportunismo. La celtitudine è una caratteristica particolare: ce l’hai o non ce l’hai. Se all’interno di un bosco sei affascinato dalle ombre e fantastichi su ciò che si cela oltre gli alberi, se la nebbia stimola la tua fantasia e sei felice perché ti permette di guardare direttamente la luce senza esserne abbagliato, allora hai questo bellissimo morbo e sarai sensibile anche a certi linguaggi musicali. La filosofia buddhista è ben più di una filosofia, è estremamente precisa e scientifica, sperimentabile. Certe cose vengono chiarite e argomentate con la logica e l’osservazione, e siamo invitati a fare continua esperienza di ciò che studiamo. Ma non solo questo: tra le tante dottrine sapienziali è quella che presenta un sistema completo, chiaro e consolidato, con benefici pratici dimostrati anche scientificamente monitorando il cervello dei meditatori. Siamo lontani dai dogmi e dai fanatismi religiosi o materialisti. Che poi, parlando di materialismo, mi pare completamente irrazionale credere che la coscienza nasca dal nulla e finisca nel nulla, quando nessun altro fenomeno nel cosmo si comporta così”.
Citando il musicologo Marius Schneider, nel capitolo Musica e Magia “Nel primo stadio della creazione la natura del mondo è puramente acustica… Anche i primi uomini erano esseri sonori e luminosi che planavano nell’aria“, mi ha fatto pensare a Tìndril e agli Heludin, e guarda caso la Custode può varcare e aprire grazie alla chiave della Musica. Rudolph Steiner, che citi nel libro, sostiene – ne L’Essenza della Musica – che il modello della musica è nel devacian, in quanto la musica fisica è copia di quella spirituale o eterica. Helu, quindi, potrebbe incarnare simbolicamente il senso del devacian? Ergo, l’umanità può salvarsi solo se comprende che deve armonizzarsi col proprio devacian?
“È chiaro che la musica è vicina all’invisibile e alle dimensioni più profonde. Tra le arti è la meno vincolata al mondo della rappresentazione, tuttavia anch’essa è dipendente dagli stessi codici che formano la base del linguaggio di pittura, poesia e scultura (con buona pace del grande Schopenhauer), seppure in maniera apparentemente meno diretta. Con questo dovrei rimangiarmi alcune pagine del mio primo saggio, sarebbe una bella performance (sorridendo, il riferimento è a Musica e Sapienza. Antiche Tradizioni Musicali e Spiritualità, Agorà & Co Edizioni, 2013, nda). In molte genesi ci sono dèi che cantano, persino in quella moderna di Tolkien. Si tratta di un Mito che si rinnoverà sempre. Le forme di esistenza superiori sono meno materiche, viene detto, e meno materia significa più vibrazione libera. Ma il suono, qui nella terra di mezzo, si manifesta attraverso la materia. Perciò possiamo prendere a plettrate l’aria, ma ci servirà una chitarra; se gridi troppo resti afono. Secondo le visioni tradizionali, lo strumento porta nel mondo qualcosa che sta dietro il velo. Nella cultura indiana questa potenzialità indeterminata viene associata alla vibrazione, una sorta di seme del suono. In manifestazione non c’è primato tra suono e materia, sono interdipendenti, eppure il suono ci suggerisce di lavare via il peso grossolano e di liberarci (vedi il significato e l’uso del Mantra). Dunque, al pari della magia amica di cui parlavo prima, il suono ci spinge verso una visione spirituale. La via è falsa ma conduce alla meta, alla fine Schopenhauer usa un po’ la mano de dios ma la butta dentro in qualche modo… Nel romanzo, Tìndril potrebbe ricordare una Lasa etrusca o una Dakini, non solo un elfo alato o una fata. Certamente confluiscono in lei tantissimi aspetti simbolici, ma la cosa che mi rende fiero è che sia dotata di una psiche tutta sua, inizialmente poco umana. È una Heludin, ha un profilo psicoemotivo che conosco quanto quello di una vecchia amica: una sua anima individuale. Ed è questa la mia aspirazione come scrittore, unire il livello simbolico con quello iperrealista”.
Tra l’altro, lo steineriano devacian ricorda da vicino il tantrico tibetano dewachen, ossia il reame di pura luce di Amitabha cui è connessa Tara come TasciPartsema. Tìndril, Tunma, Tyfed, possiamo intenderle come forme di Tara? Libri e Musica (Prajnaparamita/Sarasvati) del resto hanno questa funzione di via-veliero-nave e strumento verso la consapevolezza, non credi?
“Sono tutte associazioni splendide e veritiere. Tutte e tre inoltre hanno come consonante iniziale T. Ossia Tum = Tam, il risveglio, la forza e la trasmutazione, connessa all’energia sciamanica del Tamburo. Certamente le figure femminili di Helughèa mettono in scena vari aspetti del femminino e della compassione, tra luci e ombre: l’amorevole e gentile Tìndril, l’irata e feroce Tunma, la Paladina Tyfed. Riguardo a Tara, una delle prime sublimità insegnatami, è che possiamo vederla in ogni cosa in realtà. In ogni essere indipendentemente dal sesso, e questa capacità dipende dalla nostra mente”.

Restando un attimo su Steiner, Il Goetheanum sembra una navicella, ha un corpo che ricorda una nave spaziale… nave-arpa?
“Suggestione meravigliosa, una nave-arpa. Mi ci portò una cara amica, all’indomani di un festival solstiziale vicino a Basilea dove ho suonato. Ciò che apparve ai miei occhi l’ho percepito simile a un’astronave aliena, mi sono sentito proiettato in alto. Una fortezza celeste, da un futuro arcaico, espressione del mistico e sapiente novecentesco. Una struttura inusuale, eppure in perfetta armonia col paesaggio collinare di querce secolari ed erba verdissima. È esattamente ciò che i miei occhi vorrebbero vedere nei luoghi antropici: la bellezza dell’umano (o sovrumano) ingegno, perfettamente integrata coi boschi. ‘Ah, se solo i poeti fossero i riconosciuti legislatori del mondo!’ diceva P. B. Shelley. I colori poi: un grigio vivo e fresco, tra l’altro mai mi sarei aspettato di contemplare così il rosa. L’assenza di angoli, per nulla in contrapposizione col rigore delle forme. Armonia degli opposti appunto, ancora una volta”.
In quest’ottica come vanno interpretati gli Shayfedyani, se teniamo conto che i cosiddetti alieni sono forme di vita sottili che vivono a stretto contatto con gli esseri terrestri da tempo? Segnano qualche relazione con gli iperborei o i cosiddetti bianchi?
“Gli Shayfedyani sono esseri incredibilmente potenti nel cosmo, ma sono mortali e hanno delle pericolose oscurazioni mentali, tanto pericolose quanto grande è il loro potere. Sono entità di cui si potrebbe parlare per ore. Li ho sognati per molto tempo. Risuonano nelle figure psichiche più ambiziose e latenti. Del resto, un tema importante del romanzo è quello della guerra atomica terrestre, ma anche universale”.
Lo scontro tra Ghèa e Ghèon fa molto Henki-Enlil/Annunaki rispetto alla sorte riservata alla genesi dell’uomo, è molto sumerica, seppur fondata su ragioni diverse. Ghèon infatti non viene accettato, viene bandito come un Lucifero… Te la senti di approfondire?
“È un mito davvero radicato, e nella mia narrazione è esploso tanto nell’incendio universale quanto nella goccia di insostenibile malinconia che scava nell’anima della protagonista. Tutti i conflitti del mondo sono i conflitti della nostra mente. C’è l’archetipo del Grande Padre, un Animus terribile di cui si parla troppo poco, ma che è anche una chiave (spezzata) del patriarcato. In tutti i miti, fateci caso, le dee infere hanno sempre una connessione con il mondo superiore (lunare), quindi non sono mai completamente oscure. D’altro canto, Plutone, Lucifero e compagni, se ne stanno là, solitari nel profondo, e non emergono. È un archetipo davvero difficile da toccare, anche per questo sono molto soddisfatto del risultato nel trattamento narrativo”.
Ghèon ricorda da vicino anche l’immagine che Lautréamont adatta per il Creatore, che a sua volta porta al Saturno di Goya, ma in realtà si tratta di una sorta di parte, di archetipo collettivo su cui lo stesso Ghèon si è definito. In Era Oscura parli infatti degli “dèi che sono dentro noi”… è l’annoso problema indicato da Jung prima e da Hillman poi: senza una ricollocazione e una pacificazione in noi degli archetipi continueremo a cibare la guerra, vero?
“Esattamente. Nel romanzo, Ghèon si crede un creatore universale ma questo nasconde la sua sofferenza, che diviene pericolosa per le sorti cosmiche. Ogni dittatore non nasce tale, si manifesta con delle predisposizioni perché in passato sono state messe le condizioni per tutto ciò. Nell’universo tutto sorge da cause, altrimenti ciascuno di noi avrebbe un universo vuoto tutto per sé. L’idea che un demiurgo creatore crei dal nulla un apprendista sterminatore di civiltà mi pare perversa. Qualcuno potrebbe ribattere con ‘dio ha concesso il libero arbitrio’, ma mi convince di più il ‘liberi tutti’ del nascondino. Dove sarebbe il libero arbitrio, se ogni scelta che prendiamo non dipende esclusivamente da noi ma è condizionata da innumerevoli fattori? Quindi, godiamo nel pensare a quando lo sterminatore la pagherà cara? Credo che questo godere sia solo sofferenza, opposta alla liberazione. Da dove vengono le coscienze di tutti quegli animali che vengono uccisi ogni giorno? Siamo già fortunati se proviamo compassione per chi viene brutalizzato, certamente, ma se poi l’aguzzino dovesse nascere come vittima? Diventa di nuovo meritevole di compassione? E la ruota continua a girare, ciò che accade ogni giorno ne è la prova. Dentro di noi facciamo i conti con malinconie antichissime che a volte sembrano avere vita propria. Con l’arte cerchiamo di sbiancare quelle ali nere e saturnine, anche per questo ho citato Dürer nel video di Melancholia“.
Evoluzione tecnica causa povertà spirituale ed emotiva, come sta accadendo del resto alla società attuale. Ghèon pare quasi un archetipo non tanto del male, quanto dell’errore: considera l’umano un difetto anziché una via per illuminarsi, in opposizione allo Yogi nella caverna, sbaglio?
“No, no, è un’interpretazione assolutamente veritiera. Sai, questo libro mi è “arrivato” a puntate. Non è stata una “canalizzazione” istantanea come per il precedente. Nella fase creativa iniziale mi sono chiesto più volte come si sarebbe delineata la psiche di un essere che sembra incarnare l’Antagonista Assoluto, in un impianto votato al superamento del classico dualismo bene-male ereditato dal precedente libro”.
Sul finale Fedya compie il processo buddhista del “nutrimento del demone”, per trasmutare l’ira di Ghèon. Quest’ultimo, al contempo, suggerisce una posizione tradizionalista nell’approccio occidentale inerente al Kali Yuga: attendere che bruci tutto – guerra nucleare – onde poi ricreare/rigenerare dal nuovo. Con Helughèa – Il Guardiano Alato auspichi la possibilità di poter girare la ruota prima dell’avvento del fuoco, a ben vedere tutta l’arte contemporanea consapevole ci sta provando, su quale dato pensi sia possibile evitare il nuovo Errore/Orrore?
“Quello che fa la ragazzina è simile al Tonglen. Il prendere su di sé le sofferenze e donare tutti i benefici. Assieme alla percezione del sé, scompare anche la paura del prendere su di sé la sofferenza altrui. Queste cose non sono esplicite, ma chiaramente certi insegnamenti ricevuti si riversano inevitabilmente nelle storie. La compassione verso ciò che ci spaventa è una grande arma trasformativa: “L’odio non può sconfiggere l’odio, solo il non-odio (esser pronti all’amore) può” (Dhammapada), questo è evidente in ogni pagina della storia di qualsiasi civiltà e nelle nostre vicende quotidiane. Indipendentemente da ciò che riusciremo o non riusciremo a impedire, ciò che possiamo certamente fare è cercare di non essere travolti dalle paure, dalle emozioni distruttive, dalle isterie collettive. Il problema è che dall’alto, come sempre, si permettono di orinare sui popoli in totale disinvoltura. Oggi fanno fare la guerra e domani vanno a cena insieme, non è successo anche dopo la prima guerra mondiale? Come possiamo condannare un popolo, dal momento che buona parte degli individui non generano più uno spirito critico? Come sciogliere un karma collettivo? Possiamo solo seminare il campo o non germinerà mai nulla, se non c’è saggezza tutto diventa pericoloso. Quindi possiamo provare e riprovare a sviluppare certe qualità, nonostante i fallimenti che ‘per nostra natura normalmente attireremo‘”.
Il Guardiano Alato, l’Androgino-ermafrodita, è al contempo unità: tra maschile e femminile, tra ente terrestre ed eterico, tra terra e cielo, tra alto e basso. Lautréamont e Guénon lo glorificano entrambi come Eroe, in quanto artefice di equilibrio, di ricollocazione della verità (centro/mezzo), sebbene Lautrémont – come anche Baudelaire (penso all’immagine che dà del poeta tra i rozzi uomini) – ne evidenzi l’impossibilità di comprensione da parte dei senzienti umani. Credi possa esserci una svolta attraverso il medium dell’arte?
“Sono platonicamente convinto che sia così, negli individui. Femminile e maschile sono presenti in ogni cosa e non c’è una ricetta universale. Non è una questione di genere, né di inclinazioni sessuali. Sono aspetti riconoscibili, ma sempre complementari. Bisognerebbe educare in questo modo, ma mi pare che la macchinazione contemporanea si sia appropriata di questo tema banalizzandolo e distorcendolo, per creare ancora più divisione. Mi stupisce che questa ormai vecchia tecnica manipolativa ancora non sia chiara a tutti”.
Nel primo romanzo il percorso tra Helu e Ghèa aveva una caratterizzazione orizzontale, in quello odierno del Guardiano Alato è verticale. Si manifesta il simbolo della croce, che ha nel suo centro l’armonizzazione e l’equilibrio del tutto. Ma dove sta il centro che dovrebbe sancire il cuore/la rosa? Sia nel cuore degli heludin che in quello degli umani?
“In effetti la ‘rosa’ compare anche verso la fine del libro. La natura umana permette di fare esperienze ad ampio spettro, dalle bassezze più atroci alle magnifiche vette. Tutto questo potenziale è difficile da gestire ma ha anche una grande opportunità. Il nostro mondo e le dimensioni invisibili sono interdipendenti. Un’ecologia dell’invisibile ha uno straordinario potenziale educativo e rappresenta un’eredità arcaica importantissima, nei miei romanzi si parla sempre di superamento di confini e di interdipendenza. Il Fantastico permette di usare una potente lente di ingrandimento nell’osservare certi meccanismi”.
Il conflitto pare controiniziatico in quanto genera distruzione e inquinamento, è fondato su false verità a cui i cittadini della Terra, di Ghèa, credono. Fatto curioso tra l’altro: fuoco chimico (nucleare), inquinamento e distruzione, sembrano i tre soggetti antagonisti precipui, come le maschere contro le radiazioni. Tornano anche nella tua narrazione…
“Il terrore atomico su scala mondiale ci accompagna da molte decadi. Il romanzo è ambientato negli anni caldi, quelli dal ’46 ai Settanta, e poi si proietta nel futuro. Ci sono prospettive davvero tremende, piuttosto insolite per una narrativa che inizialmente sembrava soavemente fatata. È stato definito iperrealismo ipermagico”.
Domanda e provocazione futurista: siamo davvero certi che la purificazione, seppur terribile attraverso il fuoco, non possa poi condurre a una nuova età dell’oro? Ossia, supponiamo che fosse più che mai veritiero oggi il motto “guerra sola igiene del mondo” dall’uomo? Certo, anche i Ghèon dovrebbero scomparire però, o si creerebbe una nuova élite…
“I cicli di cui siamo testimoni sono poca cosa rispetto ai giri di ruota cosmici, eonici. Eppure, anche all’interno di ogni respiro c’è un sorgere, poi un centro apparente, infine un rilascio. ‘Che lungo addio che la guerra fu per noi, all’utopia…’ credo che ci abbia risposto Renato Mercy Carpaneto degli IANVA nella sua canzone legata a quel tema. La guerra non è una soluzione, mai lo è stata. Credo che la sola igiene del mondo sia quella della mente, a tale scopo è utile la Meditazione in tutte le sue applicazioni possibili. Rilancio con “meditazione sola igiene della Mente (e quindi del Mondo)”.
Lo chiedo perché, su questo punto, anche tu ispiri una domanda cruciale per l’odierno, e che in passato posi anche al pittore Saturno Buttò. L’arte è ancora in tempo? Oppure ha ragione Baudrillard quando afferma(va) che è troppo tardi?
“Sento spesso voci che parlano di una rinascita o di un tracollo, di un cambio di frequenza. Credo che questo vociare ci sia sempre stato. Da quello che mi dicono, anche nei primi anni Novanta, al sorgere della New Age. Ciò che inquieta è il rimbambimento organizzato che mira a distruggere persino il livello attentivo e la capacità di “cercare” di conoscere. Chiunque è arrivato a leggere fino a questa mia risposta è egli stesso la risposta. Ci sono e ci saranno sempre individui che vanno controcorrente, che sono curiosi e che esercitano la loro soglia di attenzione senza pregiudizi. Mi auguro solo che sapremo organizzarci meglio per valorizzare l’arte e lo scambio che ci spingono a evolvere”.
Pensando a Bataille e alla sua analisi sulla coesione sociale (Stati), l’avvento di una nuova guerra parrebbe inevitabile perché non c’è più spazio, né su un piano fisico né su un piano mentale… come se fossimo a un ingorgo, stagnanti come specie, sovraccarichi?
“Sul piano fisico lo spazio c’è eccome, il problema è come viene gestito. Le grandi città sono affollate, ma era un problema già a fine Ottocento. Il piano mentale, invece, vive qualcosa di inedito nella storia dell’umanità. Hanno trovato il modo di dare potere d’acquisto a un esercito di ignari quindicenni per far arricchire delle marionette con dei click: i neoboomers… a riguardo, penso agli ipotetici commenti di Frank Zappa. La televisione a confronto era meno alienante, perché non ti negava quella sana solitudine che ti spinge a innamorarti della ricerca, a sforzarti di conoscere, a valutare con meno condizionamenti”.

Ci sono dei brani, Namarie in particolare (ma anche Cantico Della Dea e Meth Aion), dove il flusso armonico acustico – il modo di crearlo – e l’intreccio tra voce femminile e maschile, ricorda da vicino Hosianna Mantra dei Popol Vuh. Quel tipo di ricerca, anche rispetto alla relazione con lo spazio e le pause. Ce ne puoi parlare?
“In quest’album c’è il supporto vocale e strumentale di Alice Petrin. La sua voce si affianca alla mia in Namarie, Era Oscura, Mainades, Ethereon e Merseburger Zaubersprüche, ha un timbro molto originale rispetto alle voci eteree più canoniche. Conosce diversi strumenti musicali e ha studiato canto barocco, ma primariamente è un’appassionata delle musiche folk, anche lontane da quelle nordiche, come ad esempio quella greca e ottomana. È presente nei live di Arthuan Rebis Trio, assieme a Nicola Caleo, mio storico partner musicale orientato verso forme più moderne. In effetti ho usato molte tecniche vocali in questo disco, dai canti gutturali a quelli armonici, ma mai per mero sfoggio. A volte nelle seconde voci uso registri che possono confondere: alcuni pensano che in Cantico della Dea o Melancholia ci siano linee canore femminili ma sono sempre io. Cantico è un brano musicalmente ripetitivo, ma solo parzialmente mantrico come in certi episodi firmati Popol Vuh. Le strofe accompagnano infatti in un viaggio ultravisivo, evocando visioni poetiche in ogni parola. Le sonorità sillabiche, la semantica e il senso ultimo della canzone, cercano di far sposare tutte queste immagini apparentemente molto lontane. È una sorta di preghiera cosmica”.
Forse ha a che fare con l’intimità del sacro? Se per sacro s’intende una musica pura e non filtrata nel pop…
“Come esempi di canzoni evocative penso a Il Sogno di Maria di De André, al sublime misticismo di parole che hanno il sapore dell’argilla sublimata. De André sembra raccontare un volo sciamanico quanto la nascita di Cristo. Un caso contrapposto, che parla di morte e non di nascita, ma che condivide il potere evocativo, è Who by Fire di Leonard Cohen. Se ci avviciniamo al Sole, penso allora a tante cose di Battiato, caratterizzate da una scrittura fatta di associazioni apparentemente contrapposte che spingono alla trascendenza o alla crescita evolutiva. Casi famosi così espliciti di mescolanza tra canzone e spiritualità, tra sacro e pop, purtroppo sono più che rari. Tutto questo, assieme a molto altro, rientra tra i riferimenti del mio corpus ideale mitomagico. In diversi brani di Ballate Mitomagiche l’armonia non è molto ripetitiva, seppur le modulazioni siano quasi bandite (come in tutta la musica sacra antica). Ci sono tanti passaggi armonici in Angelo del Mare, ad esempio, tuttavia il brano non intende perdere la bussola della sua missione. Le pause e i silenzi sono sempre importantissimi per me. La musica sacra, da quella sciamanica a quella greca o orientale, ha la ripetitività come caratteristica per indurre a uno stato di trance: Mainades non nasconde questa sua derivazione. Il canto armonico in greco antico, dedicato a Dioniso, si ripete variando altezze, eppure fioriscono tanti dettagli sempre diversi. In generale, ho cercato di sublimare i principi sciamanici in piccole gocce per permettere all’album di non rinunciare a una natura opposta, più barocca, quindi dinamica, narrativa, ricca di accordi, melodie e timbri. Il concetto di pop è relativo a questo punto, il mio potrebbe essere un disco pop sulla Luna, su Plutone, Nettuno o Saturno, ma pensandoci bene potrebbe avere un discreto seguito anche su Mercurio”.



