
Matt Berninger, il frontman dei National, racconta il suo secondo album solista Get Sunk
di Stefania Ianne
Inizio Aprile 2025. Londra. Matt Berninger arriva per una minuscola serie di concerti e incontri con il pubblico e la stampa per promuovere il suo secondo album da solista, lontano dai suoi standard con i National. Passo praticamente il weekend a cercare di capire meglio quest’enigma nord-americano idolatrato dal pubblico e dalla critica.
Il primo incontro è una serata nella vetrina di ascolto degli amplificatori di lusso KEF, nel cuore di Londra. Matt arriva con le sue falcate lunghe, sornione, per una conversazione sulle nuove canzoni di Get Sunk insieme al giornalista radiofonico della BBC Wales, Huw Stephens. Chiacchierata informale mentre ci servono varie declinazioni di cocktail al gin. Berninger appare quasi disteso, con un bicchiere di vino bianco in mano. Ci dice si può concedere il lusso di rilassarsi ora che il disco è pronto e i video sono stati editati. Nulla può più cambiare, quindi non ha scelta e poi ha superato il periodo di depressione post partum che lo attacca alla fine di un disco. Rievoca l’infanzia idillica nei grandi spazi delle fattorie americane come motivo ispiratore dietro a gran parte del disco: “Ricordate Stand by Me, il film? Ecco la nostra infanzia era più o meno così”. La serata scorre veloce, l’intento promuovere entrambi: il disco e gli amplificatori. Berninger sussurra i prezzi di partenza, totalmente fuori dalla portata della maggior parte di chi è seduto in sala. Tesse le lodi dello sforzo collaborativo, a partire dalla bibbia, per passare ai suoi dischi da solista. “Non riesco a fare nulla da solo”, confessa, mentre i suoi musicisti e collaboratori Sean O’Brien e Julia Laws ascoltano dai margini della sala e ridono delle sue battute. Si vede subito dai loro sguardi che sono un gruppo affiatatissimo. Ci parla del suo amore per le palline da baseball perché sono fatte di pelle come noi e sono meravigliose al tatto. Le porta sempre con sé e ci scrive sopra idee per le sue canzoni. E poi ritorna di nuovo sull’infanzia, racconta di quando giocava a lanciare le palline da baseball con suo padre e come adesso lo faccia ancora con sua figlia. Strappa le risate mentre ci racconta di come durante il lockdown avesse cercato di cambiare carriera e di diventare un attore (se qualcuno si stesse chiedendo cosa abbia ispirato il singolo Breaking Into Acting). All’epoca aveva fatto l’audizione per White Noise di Noah Baumbach ma ovvio la produzione ha invece scelto Adam Driver… e così la sua carriera di attore è finita prima di iniziare.
Il giorno successivo, sono invitata alla Union Chapel di Londra per un concerto esclusivo, una delle 3 date acustiche in Inghilterra in preparazione per il festival Zermatt Unplugged in Svizzera un paio di giorni dopo. A quasi due mesi dalla pubblicazione di Get Sunk, praticamente nessuno tra il pubblico ha ascoltato le canzoni. La sala osserva un silenzio religioso e l’effetto nella cornice ecclesiale è magico, nonostante il nervosismo palese di Berninger, spesso nascosto agli occhi della maggioranza del pubblico per fare un tiro dalla sua sigaretta elettronica.
Infine appuntamento dal vivo di prima mattina, il giorno dopo il concerto, in un hotel opulento del centro di Londra. Un timido dalla personalità effervescente, pronto allo scherzo e alla riflessione, durante il tempo che ho trascorso con Berninger mi sono sentita travolta da una valanga di parole, come se stessi viaggiando sulle montagne russe senza possibilità di fermarne il flusso o di deviare il corso dei suoi pensieri. Matita in mano, Berninger riempie un foglio di carta di scarabocchi mentre mi parla non stop. Ecco la trascrizione integrale di questo incontro in una mattinata soleggiata.
Come sono andati questi tre giorni pieni di appuntamenti nel Regno Unito?
“È stato molto movimentato, divertente, è stato fantastico. È stato un vero piacere trovarsi in spazi così intimi e suonare queste canzoni in un modo davvero essenziale, acustico e intimo, prima ancora che qualcuno le abbia ascoltate. Non ci avevo pensato molto a questa cosa perché il motivo principale per cui abbiamo fatto questa roba acustica è stato perché avevo ricevuto un’offerta dal festival Zermatt Unplugged, un’offerta che non potevo rifiutare. Ho pensato di non aver mai fatto niente del genere, così abbiamo messo insieme questo trio solo per quel festival. Ho pensato: dai andremo in montagna in Svizzera, sembra divertente. Quel concerto è stato prenotato molto tempo fa e visto che avevamo appena finito il mio nuovo disco, ho pensato che avremmo potuto fare un paio di concerti per riscaldaci. Quindi questi (nel Regno Unito) sono stati un paio di concerti per prepararci per questa cosa in Svizzera. Ma poi mi sono reso conto che, cavolo, tutti ascolteranno le versioni acustiche di Get Sunk prima di sentire il disco, e ho capito che era rischioso, ma ehi, alla fine penso che la versione acustica funzioni bene e adesso mi sento davvero molto tranquillo”.
È un modo per testare le canzoni, suonarle per la prima volta a un pubblico che non le ha mai ascoltate prima. Come pensi che abbiano reagito? Ero lì ieri sera e il concerto è stato fantastico.
“Mi è sembrato che stessero ascoltando con estrema attenzione. In realtà mi piacciono molto i concerti in cui tutti parlano nel retro della sala, mi piace sentire i suoni del bar, o il suono delle persone che aprono le lattine di birra. Mi piace. Preferisco il rumore perché così non mi sento osservato troppo da vicino. Ma sì, ieri sera mi sono sentito molto… (lunga pausa, l’espressione dice tutto). Ovvio, sono su un palco con i riflettori puntati su di me e il microfono in mano e tutti hanno pagato il biglietto per potermi fissare e ascoltare, giusto? Ne sono cosciente, ma… me la sono cercata e credo di aver superato la sfida. Sì, a volte le grandi arene sono più facili perché sono impersonali. Ma alla fine non sono tanto impersonali. Comunque cerco di rendere anche quei concerti in quei posti enormi un affare molto personale. Ma ieri sera non avevo altra scelta, potevo solo fare un concerto intimo e personale”.
Penso che le canzoni in versione acustica funzionino molto bene e io ho ascoltato il disco. E poi, durante questo mini tour hai due musicisti straordinari con te.
“Ero sul palco con Sean O’Brien e Julia Laws, con cui ho scritto le canzoni e che sono presenti in tutto il disco. Quindi non ero solo. Non è un progetto da solista. In effetti, tutto questo disco, e persino il precedente disco solista, per molti versi è un progetto artistico molto più collaborativo per me rispetto ai progetti dei National. Poiché coinvolgo molte persone diverse e devo organizzare tutti e devo interagire con talmente tante persone diverse, che si tratti di Booker T. Jones o Sean, o Julia o Meg Duffy (Hands Habit). Ed è davvero una collaborazione stretta, lavoro a stretto contatto con così tanti artisti, a maggior ragione sui miei album da solista. Anche se devo dire che quando scrivo i testi, sono sempre da solo. Beh, a volte Sean è lì con me. Ho scritto molto quando Sean era presente nella stessa stanza, quindi non è del tutto vero. E ho sempre scritto molto quando l’intera band era presente nella stanza, ma in genere riesco a rimanere concentrato. Ma scrivo per la maggior parte quando sono da solo, ed è la parte che richiede più tempo: le parole. Le parole sono la parte più difficile… le parole, le parole sono la parte più difficile” (NdA: traccia con forza una linea sul foglio su cui sta scarabocchiando ogni volta che ripete: “parole”).
Ed è difficile essere originali…
“È difficilissimo essere originali, è estremamente difficile non creare un testo che sia terribile e banale. Quindi ci vuole un’eternità. Ma allo stesso tempo non voglio scrivere testi che siano solo astratti, vaghi o scrivere poesie da frigorifero. Voglio dire, lo faccio e mi piace farlo, e amo gli scrittori che scrivono in questa maniera. Ma ci sono un sacco di scrittori che usano questo stile come quegli artisti che creano dei collage di parole come Bowie e Stipe e Bon Iver e anch’io cerco di scrivere canzoni in questo modo, ma solo quando i testi sono secondari. Adoro quel tipo di canzoni, ma sono così difficili da scrivere. Allo stesso tempo mi piacciono le canzoni che narrano una bella storia, proprio come le canzoni country che ascolti e pensi semplicemente, wow, perché i testi sono davvero, davvero, davvero studiati, perfettamente intelligenti, travolgenti e duri. Adoro quel tipo di canzoni, piccoli haiku creati con versi che rasentano la perfezione, precise come sono le canzoni country, e a volte anche le canzoni pop cercano di raggiungere lo stesso effetto. Ma poi c’è anche il flusso di coscienza, intendo il tipo di testi che Billy Woods e Kenny Segal stanno facendo nell’hip hop, e Kendrick e poi Adrianne Lenker una grandissima creatrice di collage di parole, come nella canzone Simulation Swarm. Penso che Adrian Lenker sia forse una delle più grandi autrici in assoluto in questo momento. Senza dimenticare persone come Billie Eilish che, quasi come una canzone country, crea questi testi perfetti accompagnati da melodie perfette, senza sforzo. What Was I Made For, penso sia un capolavoro. No Time To Die è un altro capolavoro”.
Vedo che ti tieni aggiornato sulle tendenze musicali attuali. A questo punto devo assolutamente farti questa domanda. Lunedì scorso ero al concerto di Kae Tempest, poeta e musicista inglese. E c’era un uomo accanto a me che ti assomigliava in tutto e per tutto. Per farla breve per gran parte del concerto mi sono chiesto: è lui o non è lui?
“Ero io!… No, non ero io. Almeno non credo d’esserci stato. Ero io? Ho un sacco di Doppelgänger, un sacco di gente compra queste montature cercando di copiarmi. No, non è vero, non ero io. Era bello?”
Era bello, ovviamente.
“Non poteva essere altrimenti”.
Mi chiedevo se fai davvero così, se vai ai concerti e ti nascondi tra la folla.
“Sì, lo faccio. Vado anche a molti concerti che non sono propriamente concerti indie rock. Per esempio, ho appena visto a New York una delle mie band preferite, i Cowboy Junkies, ho preso un tavolo in prima fila, e nessuno si è accorto di me. Era un posto enorme ed era pieno zeppo ma solo una persona in coda al bagno ha capito chi fossi e mi ha salutato. Ho potuto godermi nell’anonimato il concerto di una delle mie band preferite di sempre solo un paio di settimane fa, forse un mese fa. Quindi sì, vado spesso ai concerti sia i concerti indie e qualche volta a concerti più grandi in cui devo cercare un posto in fondo, dietro a tutti o nascondermi al balcone per riuscire a guardare il concerto, ma non è troppo difficile. Non mi sento assalito dai fan”.
A proposito di concerti, ci vuoi raccontare del concerto celebrazione di Patti Smith a cui hai partecipato di recente (NdA People have the power a Carnagie Hall, New York, 26 Marzo 2025)?
“C’erano tantissimi artisti che mi hanno sempre ispirato, tantissimi geni e tantissimi musicisti a cui rubo le idee. C’era Kim Gordon, ho rubato tantissima roba dai Sonic Youth e da Kim Gordon e da Bruce Springsteen e Michael Stipe. C’era persino Courtney Barnett che ho già copiato in passato. Sharon Van Etten e tutti gli altri. Karen O e poi Paul Banks. Insomma è stato molto divertente. C’era Benmont Tench, ascolto Benmont Tench suonare le tastiere da quando ero adolescente e sul palco mi giro e sta suonando le tastiere dietro di me, da non credere. E poi vedere Patti Smith che mi guardava cantare, leggere la sua poesia, è stato pazzesco”.
Ho visto le foto dell’evento, come ti sei sentito e cosa hai cantato?
“Non so se ero ancora in grado di pensare! Stavo semplicemente cercando di assorbire il tutto. E ho parlato con tantissime persone, il backstage della Carnagie Hall è minuscolo, ma c’erano circa 50 persone, c’erano anche dei registi, c’era anche Jim Jarmusch! E poi ho visto Scarlett Johansson. Sono entrato per primo e mi sono seduto su un seggiolino proprio a lato del palco, mentre Michael Stipe passava. Sono amico di Michael Stipe e mi sono aggrappato a lui il più possibile perché lo conosco da molto tempo. Ero da solo mentre ripetevo questa lunghissima canzone o poesia, Piss Factory, e il testo è piuttosto esplicito. Mentre la recitavo tra me e me, alzo lo sguardo e Scarlett Johansson è li davanti a me, e sta camminando avanti e indietro con i suoi appunti con quello che avrebbe letto lei, era una lettera a Robert Mapplethorpe. Ma sai tutti erano riverenti, tutti nervosi, nessuno si disturbava a vicenda, nessuno aveva il telefono in mano, nessuno si faceva selfie nel backstage. Così potevi semplicemente parlare con chiunque e anche persone che non avevi mai incontrato prima, dicevano “Ci sei anche tu, sì, fantastico. Quale canzone di Patti fai stasera?”
Quindi hai cantato Piss Factory?
“Sì, ho cantato Piss Factory e mi è piaciuto molto, credo di averla fatta bene anche se ero terrorizzato”.
Ma il concerto sarà pubblicato?
“Non lo so, non lo so. Non lo so, spero di sì”.
Una domanda che volevo farti riguarda la tua voce. Quanto sei stato soddisfatto della tua voce nel corso della tua carriera da vocalist? Perché so che, per esempio, Nick Cave odia la sua voce e David Bowie è sempre stato molto insicuro della sua (M.B. esclama incredulo: Davvero?). Quindi mi chiedevo come ti senti nei confronti della tua voce.
“Per niente soddisfatto. Non è tanto la mia voce. È il fatto di riuscire a trovare le note giuste. Sono estremamente musicale, ma non è che riesca a sentire un suono e a intonarlo, o se per esempio mi chiedi di cantare un Do maggiore, non ci riesco. Non ne ho idea. (NdA: Emette un suono). È un Do maggiore? Lo sai? Facciamo finta che lo sia. Penso che il problema non sia la mia voce, invece mi chiedo: sono intonato? La mia preoccupazione maggiore è se sono intonato piuttosto che la mia voce, perché i miei cantanti preferiti sono gente come Bob Dylan, Tom Waits, Leonard Cohen, Johnny Cash, David Bowie e Michael Stipe, per gli uomini. E poi donne come Patti Smith, Liz Phair, Kim Deal, Roberta Flack e Ann Peebles. E poi Otis Redding, il più grande cantante di sempre, la voce più bella di sempre. E cerco di cantare come Otis Redding, ma so di somigliare più a Tom Waits, ma Tom Waits che cerca di cantare come Otis Redding a volte è persino migliore di Otis Redding. Capisci cosa voglio dire?”
Sì, capisco. Forse un’ultima domanda prima che ci interrompano: scrivere diventa più facile o è sempre una lotta?
“L’ispirazione va e viene. A volte scrivo bene e tutto scorre, poi altre volte la vena si inaridisce. Ho avuto un lungo periodo di secca non molto tempo fa, prima di iniziare a lavorare agli ultimi due dischi dei National, davvero lungo, ero bloccato ed è stato il periodo di blocco più lungo della mia vita. È stato un periodo davvero brutto, ma poi la vena ha ricominciato a scorrere lentamente ed è tornata l’ispirazione e in questo momento sto scrivendo moltissimo. Probabilmente adesso il flusso rallenterà ma, se mai avessi un altro blocco, penso che mi sentirò tranquillo se non riesco a scrivere per un po’, non mi sentirò terrorizzato dalla possibilità che l’ispirazione non torni mai più. Questa è la parte più brutta, a volte quando l’ispirazione svanisce per tanto tempo, pensi: questa volta è finita per sempre. Pensi che questa volta la musa, il desiderio di creare arte ti abbiano lasciato per sempre. A volte perdi il tuo coraggio e quello che ti fa felice e la fiamma si spegne. E quando la fiamma è davvero spenta ti sembra che non ci sia altro che acqua, fango e freddo intorno a te e non ci sono dei fiammiferi, non c’è niente da bruciare. Pensi che non ti scalderai mai più in questo e non rivedrai mai più la luce. È così che funziona la paralisi della depressione, la paralisi del blocco dello scrittore. Gli artisti attraversano spesso questa fase, perché partoriamo un sacco di roba e poi pensiamo, ok, devo trovare qualcos’altro da partorire, per poi renderci conto che siamo vuoti e stufi di partorire. E quando pensi che non riuscirai mai a trovare quei fiammiferi e a non riuscirai mai più ad accendere questa cosa, l’ispirazione, allora a quel punto entra in gioco il panico. E io ho attraversato una fase di panico pensando di non riuscire mai più a scrivere. Ma poi qualcosa si è acceso, un piccolo guizzo qui, un piccolo guizzo lì, e un’altra cosa là, la stanza ha iniziato a illuminarsi e ho ricominciato a scrivere, e la fiamma è tornata, il mio cervello è tornato. Il mio cuore è tornato. Quindi ora so che a volte fa buio e devi solo avere la pazienza di aspettare fino al mattino, sai, o prendere delle medicine (NdA: ride nervosamente)”.
In questi giorni hai citato spesso il motto latino Ad Astra per Ardua in relazione all’ultima traccia del disco, Times of Difficulty. Ho anche visto la tua foto vicino a George Orwell alla BBC su Instagram, a proposito. Non so se la conosci, ma c’è una statua di Oscar Wilde vicino a San Martin-in-the-Fields a forma di bara e sul fondo della bara c’è una citazione tratta da “Il ventaglio di Lady Windermere” che dice più o meno così: siamo tutti nella fogna, ma alcuni di noi guardano le stelle. Ti identifichi con questa sensazione?
“Credo di conoscere quella scultura. Penso che si possa guardare anche un cielo nuvoloso, un cielo senza stelle, o l’acqua, persino una pozzanghera, basta fissarla abbastanza a lungo, o va benissimo guardare un formicaio, o un pettirosso che cerca vermi sotto il mare di terra. Puoi guardare un pettirosso che cerca di capire dove si trova un verme con le zampette per 15 minuti per riuscire a districare un po’ della merda che ti frulla per la testa, sai, perché anche quel pettirosso ha tutti i suoi problemi. E i suoi problemi sono le sue uova, oppure deve trovare un verme o i suoi piccoli moriranno di fame. E poi ci sono io, una creatura minacciosa gigantesca, a pochi metri di distanza. Ma deve uscire a cercare vermi nonostante tutto. Quindi quel pettirosso è stressato e deve cercare di sopravvivere ogni giorno. Quando guardi un pettirosso che cerca un verme e poi pensi a te stesso, pensi: sono solo una scimmia che cerca di fare cosa? Scrivere una canzone? Ma cosa sto facendo? Mi capisci? Forse dovrei andare a cercare dei vermi (risate). È divertente cercare i vermi. Lo facevo per poter andare a pescare. È difficile trovare i vermi, ma poi impari a trovarli. E come si trovano i vermi? Osserva i pettirossi e poi vai a scavare dove scavano loro. Un pettirosso ti dirà dove si trova un verme. E se vuoi andare a pescare, basta osservare i pettirossi. Se ti connetti con la natura, risolvi i tuoi problemi. Impari molto, impari a prendere un pesce mentre guardi il pettirosso che cattura un verme”.
E forse trovi una connessione spirituale e riesci a essere totalmente ispirato dalla natura.
“Si, vedi ho appena scritto una canzone insieme a quel pettirosso e a quel verme. Posso collaborare con Dio. Sì. Sì. Sì, quel pettirosso e quel verme stanno semplicemente collaborando con Dio, giusto?”
Penso che il problema principale nella nostra società in questo momento sia proprio questo: siamo talmente distaccati dalla natura che siamo separati dal nostro lato spirituale.
“Siamo separati da Dio. Ed è per questo che cerco di non scrivere sul telefono, cerco di metterlo giù, perché quando lo guardi, vieni risucchiato in un cunicolo spazio-temporale che non è reale. Il mondo reale è qui. I veri cunicoli spazio-temporali sono lassù, esistono, ma questo nelle nostre mani è un cunicolo spazio-temporale finto. Contiene un sacco di falsità. Ma allo stesso tempo questi telefonini e i social possono diventare una comunità sicura per alcuni quando il mondo reale leti attacca. Penso alla comunità trans, ai bambini, a tutte le minoranze si ritrovano in quel cunicolo spazio-temporale nelle nostre mani, nei social media. Quindi può diventare un luogo sicuro per le persone, ma allo stesso tempo è irreale. Puoi combattere contro i demoni che ti assalgono dal tuo telefono e dai social, quanto vuoi, ma sono solo un branco di demoni che si urlano addosso. Solo quando ti trovi in una stanza e il tuo vicino di casa è una persona di un colore diverso dal tuo, o non binaria, o un russo che vive nel tuo quartiere, un lettone, un ucraino, solo quando interagisci effettivamente con il mondo reale capisci che palestinesi, israeliani, ucraini, irlandesi e americani sono tutti esattamente la stessa cosa, combattiamo tutti contro questa stessa truffa che ha solo nomi diversi, capitalismo, comunismo, sono tutti giochi di facciata. Tutto si riduce in ricchezza e potere e siamo tutti vittime della chiesa cattolica, del patriarcato e del prezioso denaro. Perché sono tutti determinati a cercare di capire come diventare ricchi? Cos’è la ricchezza? Elon Musk è ricco secondo un concetto astratto chiamato denaro, immagino, ma sembra essere per molti versi povero di anima e di cuore, privo di carattere, privo di coraggio e amore. Non mi sembra una persona ricca”.
Il mio problema principale è che la maggior parte delle persone sembra andare in quella direzione e accettare l’intero stile di vita basato sulla ricchezza e sulla povertà spirituale.
“Tutti sanno che il loro tempo mortale è breve. Il tempo stringe, come dice Booker T. Jones, e credo che la vera ricchezza sia la salute, il tempo, l’amore e la gentilezza. Questa è l’unica valuta che conta: quanto amore puoi assorbire e dare nel lasso di tempo di cui il tuo piccolo codice del dente di leone ha bisogno per crescere a partire dalla terra e per la durata della tua vita, che tu sia una formica, un verme, una balena o una tartaruga. Ho appena letto di due tartarughe: avevano circa cento anni l’una e centodieci l’altra, e hanno appena avuto il loro primo cucciolo! Quindi, se ti stai interrogando sul tempo e sulla tua vita, se ti stai chiedendo cosa fare della tua vita, beh, chiedi a un verme, chiedi a una balena o a una tartaruga, hanno tutti la stessa risposta. E la vita di alcune di queste creature dura pochi giorni, sai? Chiedi a una cicala mentre aspetta 17 anni prima di nascere per poi volare in giro per una settimana o due, accoppiarsi e morire. Cosa farà della sua vita? È incredibile. Chiedi del tempo a chi parla una lingua diversa, chi ha una cultura diversa e scoprirai una struttura completamente diversa. Il tempo e l’identità, io contro di loro, tu contro di me, i pronomi, tutto questo è diverso in ogni lingua, lo è sempre stato. Quindi tutte queste regole su cosa sia il genere, cosa sia un’identità, cosa sia un cittadino, cosa sia una nazione, sono tutte astratte e folli. Cos’è Bitcoin? Tutte queste cose sono una follia, l’unica cosa genuina è la gentilezza, l’amore e il coraggio contro la paura. Ma la paura è più facile da vendere. Quindi la paura sembra vincere in questo momento. La paura è l’opposto di Dio, è l’opposto dell’arte, la paura è l’opposto del carattere e dell’amore ed è quello che vedo quando vedo Elon Musk. Vedo un ragazzino spaventato. È quello che vedo, quando vedo così tanti uomini al vertice. Putin è un ragazzo terrorizzato. È ovvio. Trump è un essere traumatizzato e strano. Onestamente, per molti versi, guardo quegli uomini e provo altrettanta compassione ed empatia per il danno che hanno dentro di loro e per il fatto che stanno cercando di vendicarsi di qualcuno, dei loro padri, immagino, probabilmente dei loro padri. Io ho un padre fantastico. Non devo vendicarmi di mio padre. Ma sì, vedo dei bambini traumatizzati in molti di questi uomini, soprattutto in questi uomini tossici, perché la tossicità scorre anche nelle mie vene. Sono un uomo bianco eterosessuale della zona ovest di Cincinnati, sai? Questo comporta un bagaglio, dei privilegi, del potere. Mio padre era un avvocato e da ragazzo sono stato fermato varie volte ma la polizia mi ha sempre lasciato andare perché riconoscevano il mio cognome. Quindi ho avuto una vita completamente diversa da quella del ragazzo gay o del ragazzo di colore o di qualsiasi donna. Ho avuto una vita più facile e ne sono ben consapevole. Mi sento molto in colpa per questo. Sono anche cattolico, quindi c’è quel senso di colpa di fondo. L’intera Chiesa cattolica sta attraversando una crisi. E io sono un buon cattolico, sono un buon cristiano, ma i cristiani stanno attraversando una vera crisi d’identità. Non so più quali insegnamenti segua la maggior parte dei cristiani, certamente non quello che ha detto Cristo. Non prestano attenzione al nome del tizio che hanno sulla maglietta. C’è tantissima ipocrisia, e la paura viene usata e venduta per controllare ed è tutto talmente ovvio, ed è così da sempre. È così fin dagli Egizi, in un modo o nell’altro. Ma abbiamo raggiunto il punto di rottura da almeno 15 anni. Non so, credo la gente riesca a vedere cosa sta succedendo e credo che ci stiamo svegliando, spero”.
In realtà in questo momento non riesco a pensare positivamente o intravedere una soluzione.
“C’è una soluzione, vedrai. Non so se credo nella teoria del pendolo, ma credo che non debba distruggerti. Puoi essere felice e il tuo cuore può rimanere libero e senza paura. Puoi essere coraggioso, felice, creare arte ed essere veramente te stesso, a prescindere da quello che dicono. E ci vuole solo fiducia, non lasciare che la vinca paura”.
E magari puoi provare a diffondere il tuo messaggio il più possibile attraverso la tua arte. Questa è l’unica soluzione possibile.
“Si, forse”.



