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Todays-Festival
(Credit: Luigi De Palma)

di Andrea Pomini / Foto di Luigi De Palma

Must I Evolve? Il titolo era già bello pronto, suggerito da uno straripante Jarvis Cocker nel concerto che ha chiuso il programma del palco principale di TOdays, domenica 25 agosto. Tutto il ritornello della canzone, a ben vedere, potrebbe essere scritto dal direttore artistico di un festival giunto al momento della riflessione: “Devo evolvermi? Devo cambiare? Devo svilupparmi? Posso rimanere uguale? Devo crescere? Devo invecchiare? Devo integrarmi? E fare quello che mi dicono? Devo maturare? Come fate a esserne così sicuri? Devo evolvermi? Devo durare?”. Ma la realtà spesso ci supera in volata, e mentre siamo quasi a fine stesura arriva la notizia che Gianluca Gozzi, ideatore e direttore artistico della manifestazione torinese, ha risposto di fatto a molte delle domande. Tagliando la testa al toro e annunciando in un’intervista al Corriere il suo addio al festival, deciso da mesi e comunicato all’indomani dell’ennesimo buon risultato, al culmine di cinque anni in crescendo. Con enigmatica dichiarazione del committente, l’assessora alla cultura della città Francesca Leon (“L’Amministrazione, insieme alla Fondazione per la Cultura Torino, a Gianluca Gozzi e al team del Festival è già al lavoro per predisporre la prossima puntata del più interessante evento musicale dell’estate”) a seguire, poi chiarita dalla precisazione che lo stesso Gozzi è ancora in carica, ed è con lui che Comune e Fondazione si stanno comunque confrontando sul futuro.

Low - Rumore - Todays
Low (Credit: Luigi De Palma)

Resta questa edizione 2019, dunque. Un cartellone ricco di nomi amatissimi e scommesse, diverse delle quali vinte in scioltezza. Decisamente tarato sulla nostalgia degli anni ’90, e affollato di maschi bianchi oltre il livello di guardia (manciata di turniste a parte, l’unica donna davvero in programma è Mimi Parker dei Low, e gli unici un po’ più scuri sono Rafael Pereira dei Dengue Dengue Dengue e Adam Naas), ma illuminato da almeno quattro o cinque prestazioni straordinarie.

Venerdì 23

Bob Mould-Todays
Bob Mould (Credit: Luigi De Palma)

Neanche il tempo di mettersi in fila, e il suono inconfondibile della chitarra di Bob Mould ci accoglie dall’interno, con gli accordi frenetici di Flip Your Wig. La sezione ritmica che ci si attende da un momento all’altro, però, non c’è: entrando scopriamo che Mould è solo sul palco, ma ci dà dentro come se non lo fosse. Bene, perché il repertorio è oro: tre pezzi degli Hüsker all’inizio e quattro alla fine (con la chicca Chartered Trips), due degli Sugar e otto di una carriera solista mai meno che dignitosa. Bene, perché l’energia dell’uomo è contagiosa, il trasporto autentico, l’attitudine quella forgiata in anni di furgone e sudore. Meno bene, casomai, perché l’effetto è quello di quando si levano basso e batteria dal mixer, e qualcosa inevitabilmente viene a mancare: i brani sono scritti per un trio e suonati esattamente come
Bob li suonerebbe in trio, ma tre quarti d’ora di power chords ininterrotti lasciano la voglia di qualcosa che spezzi il flusso. Due o tre versioni acustiche, magari, o qualche arrangiamento pensato per l’occasione. Ma l’emozione dei presenti è tangibile comunque. Quando attaccano i Deerhunter, va in scena uno dei numerosi contrasti di cui il festival si nutrirà. Paiono due mondi completamente diversi, da quanto la band indie-rock di Atlanta comunica invece distacco, metà arty e metà da professionista che sta lavorando. L’inizio è magnetico e dolce, preso addirittura da Microcastle (2008). Il resto è diviso in parti quasi uguali fra il successivo Halcyon Digest e il recente Why Hasn’t Everything Already Disappeared?, ed è più innocuo di quanto era lecito attendersi da un gruppo emerso come eccentrico e poco rassicurante. Un lento calando che culmina in un pezzo synth-pop ’80 con assolo di sax degno del peggior Clarence Clemons, che preferiamo scordare. A proposito di impiegati: Jason Pierce guida i suoi Spiritualized dall’estremo margine destro del palco, seduto su una sedia da ufficio, ma tutto il resto è passione e trasporto. La sua chitarra più altre due, tre coriste, l’impatto solenne del soul-rock più classico e una scaletta orientata sulle canzoni più che sulle dilatazioni psichedeliche, con l’occasionale impennata stoogesiana (She Kissed Me, ad esempio) a movimentare. Un approccio ai classici ormai rodato e reiterato, ma efficace come pochi, che sfocia in una meravigliosa versione dell’inno gospel Oh! Happy Day. Dura per i Ride, leggenda shoegaze che – chiamata a colmare il buco lasciato dalla defezione di Beirut – opta per una scaletta quasi equamente divisa fra materiale successivo alla riunione del 2014 e cose degli inizi, compreso un’ampio ricorso ai due primissimi EP. Il livello, sia della musica sia dell’entusiasmo del pubblico, è ovviamente diverso, ma i quattro compensano con un bell’impatto e un tiro non scontato. Certo, la doppietta Vapour Trail/Drive Blind sul finale, o un bis con Dreams Burn Down, Leave Them All Behind e Chelsea Girl, sono tutta un’altra cosa. Nel programma notturno presso l’ex fabbrica Incet, spiccano il folklore andino digitalizzato e proiettato nel futuro del duo peruviano Dengue Dengue Dengue, e il DJ set fra techno e tribalismi e del tedesco Wolf Müller alias Bufiman.

Sabato 24

Low - Rumore - Todays
Low (Credit: Luigi De Palma)

Pronti via, e arriva il colpaccio che nessuno o quasi si aspetta. Una delle ragioni per cui si va a un festival, dopotutto. Il francese Adam Naas sale in braghette e calzettoni sotto un sole micidiale, sconosciuto ai più. È un piccoletto col trucco pesante accompagnato da tre che sembrano usciti come lui dalla Los Angeles dei primi anni ’80, e con loro mette in piedi un’ipotesi soul/pop molto essenziale ed easy, attraversata tanto da arie anni ’50 quanto da fremiti funk. Ma la differenza la fa lui, con la sua voce e la sua presenza scenica, il suo ammiccare a modelli illustri (Prince, George Michael) e la sua visione già assai nitida sul presente e sul futuro. Sicuro come un veterano e fresco come il ragazzo che è, finisce con il trucco sbavato e la gente in delirio.

Poi tocca a One True Pairing, ovvero Tom Fleming dei Wild Beasts, ed è un altro salto mica male: dal cuor leggero e dal piedino battente con cui ci ha lasciato Naas, a una combinazione di chitarre cupe, elettronica poco ispirata e voce monotona da crooner senza i mezzi. Forse i testi sono eccezionali, chissà, o forse sarebbe un peccato ancora maggiore. Poi il peggiore lascia spazio ai migliori, in un altro passaggio di consegne abbastanza ripido, e i Low appoggiano l’asticella dove quasi nessuno può arrivare, in questo momento, ovunque. Chi altro suona da così tanto – siamo a un quarto di secolo più uno – e suona sempre nuovo, sempre più coraggioso, sempre meglio? L’umore è quello dell’ultimo album Double Negative, suoni di chitarra che si sbriciolano e aria da fine del mondo, svolte repentine e bellezza sepolta nelle rovine del nostro mondo. La maggior parte della scaletta arriva da lì, ma vi si incastrano perfettamente anche cose vecchissime, come la lunga Do You Know How To Waltz? e il suo crescendo di tensione e rumore, da cui emerge maestosa Especially Me. Che è una delle canzoni più belle non solo dei Low ma della storia della musica, eppure persino lei suona quasi troppo convenzionale e normale, in un contesto così intenso, compatto, avanti. La performance è sbalorditiva da ogni punto di vista, non ultimo quello strumentale. L’attenzione è totale, in una sorta di liturgia che vorresti non finisse mai. Soprattutto se a seguire c’è Hozier, colui che a quanto pare ha attirato la maggior parte della gente presente. Che per essere bravo sarà pure bravo, sa stare sul palco e ha una band da par suo, ma agisce in una zona di cantautorato mainstream che non offre appigli a chi è interessato a uno qualunque degli altri nomi in cartellone, o a un lettore di Rumore qualsiasi. Meglio spostarsi verso la Cinematic Orchestra, con il suo downtempo jazzato in bilico fra raffinatezza d’autore e autoindulgenza, prima che gli Art Of Noise in versione The Art Of What?! diano un senso al nome del loro nuovo progetto con un DJ set audio/video di classici propri, collaborazioni e produzioni conto terzi, piuttosto traballante.

Domenica 25

Sleaford Mods-Rumore-Todays
(Credit: Luigi De Palma)

Parliamoci chiaro: noialtri italiani gli Sleaford Mods li adoperiamo al 30-35% delle potenzialità. Ci sono quelli che imparano i testi a memoria, c’erano pure al Todays, e loro magari arrivano al 45-50%, ma tutto il resto si perde. Gergo, riferimenti socio-culturali, quotidianità, nomi. Eppure, prima ancora della musica è la loro stessa esistenza ad essere qualcosa di incredibile. Due avanzi di pub, vecchi, proletari, con nessuna intenzione di piacere a chicchessia, puri come pochi e senza maschere di sorta da indossare per il concerto, mossi da un’urgenza – forse non il termine adatto, per due che diventano famosi passati i quaranta, ma ci siamo capiti – rara da riscontrare, oggi più che mai. Andrew Fearns è l’economia: base (apparentemente?) rozza e minimale, un dito e un tocco per farla partire (burlando in un centesimo di secondo centinaia di producer con sguardo fisso sul monitor e dita tarantolate), una sola posizione a seguire (mano destra in tasca, mano sinistra con Menabrea appoggiata sul pacco), ritmo di due birre ogni tre canzoni circa, la faccia che è un misto fra entusiasmo da primo fan del gruppo (“Cazzo che bomba ‘sta base”, “Cazzo che testo da paura sta cantando il mio socio”) e stupore di chi ancora del tutto non ci crede, pensando che se ne torna a Nottingham con un paio di migliaia di sterline nette in tasca a data. Jason Williamson è invece l’abbondanza, l’eccesso, la logorrea studiata parola per parola, i tic e i movimenti di un attore che dà tutto al suo monologo (lavorava a inscatolare polli, ma ha pure studiato teatro, e si vede). Il pomeriggio gratuito del parco Peccei, scenario post-industriale perfetto, potrebbe già bastare.

Parcels-Rumore-Todays
Parcels (Credit: Luigi De Palma)

Allo Spazio 211, pochi metri più in là, attaccano invece i Parcels. Qualcuno dice che se gli Sleaford Mods li vedessero li menerebbero, e in effetti: australiani, berlinesi di residenza e molto francesi nelle frequentazioni (escono per Kitsuné/Because, i Daft Punk in persona hanno prodotto un loro singolo) e nel suono, i cinque sono più o meno il contrario. Magrolini, capello lungo ma acconciato, magliette bianche e aria sixties da giovani modaioli. Poi cominciano a suonare, ed è come se Get Lucky fosse una porta d’ingresso in un’altra dimensione, verso territori pop, funk e house perfetti per scaldare l’atmosfera di un festival, con canzoncine deliziose che smuovono anche i sassi. Vale quanto detto per Adam Naas: trattandosi di quasi esordienti, la chiarezza di idee e la maturità sono impressionanti.
Chi è già discretamente maturo sono i belgi Balthazar, alfieri di un rock corposo dai molti riferimenti, ora tenebroso ora pop (non si capisce se sia un riflesso condizionato, ma quasi tutti nel prato a un certo punto dicono “dEUS”, seppur con i distinguo del caso, e chi siamo noi per contraddirli?). Né carne né pesce, ma presenza scenica invidiabile e un sacco di testosterone sparso nell’aria senza farsi mai beccare sul serio, a rilascio lento, da tipo che ci prova con la tua fidanzata. “Le donne vogliono farseli e gli uomini vogliono essere come loro”, sintetizza felicemente un collega di Rumore molto alto che non citeremo.

Balthazar-Rumore-Todays

E Johnny Marr? Eh, Johnny Marr. Qui vengono i problemi. Johnny Marr fa un concerto per certi versi caloroso e coinvolgente, per altri deludente. Sentire Bigmouth Strikes Again, How Soon Is Now?, This Charming Man e There Is a Light That Never Goes Out suonate da chi le ha scritte e registrate – e segnate così a fondo con la sua chitarra – non può che essere fantastico, per chi ha amato gli Smiths anche solo la metà del sottoscritto. Sentirle cantate esattamente con le linee vocali e gli arrangiamenti del nemico Morrissey, ma senza la sua voce, suscita i primi dubbi. Lo fa per rivendicare un peso maggiore di quanto pensiamo sul repertorio sacro? Per avvertirci in qualche modo che l’altro ha scritto i testi ma quei testi con la musica li ha intrecciati lui? O lo fa perché la gente così le ricorda e le vuole, costi il karaoke che costi? I dubbi li fuga purtroppo la cover di I Feel You dei Depeche Mode, scelta sconcertante (un tuo contemporaneo? Più famoso di te? Il suo pezzo più famoso?) ed esecuzione rock pompata, al diavolo le sfumature e le tensioni dell’originale. Roba da birreria, accolta da esultanza. Lo stesso non si può dire invece dell’altra metà della scaletta, brani dalla produzione solista di Marr che lasciano lo stesso debole segno dei dischi che li contengono, roba senza infamia né lode che non è andata lontano (mentre il vecchio sodale almeno 15/20 canzoni egregie le ha imbroccate, va detto) e che il pubblico sostanzialmente lascia passare, in attesa del singolo degli Smiths successivo. Meglio va alle due tracce degli Electronic (il duo fondato a fine anni ’80 con Bernard Sumner dei New Order) che completano il greatest hits, anche se riascoltandole capiamo perché ce ne fossimo sostanzialmente scordati. Ma è un concerto artisticamente fiacco, senza spinta in avanti, che pare esistere solo per dare alla gente quello che vuole. Il contrario di Jarvis Cocker, che alla gente dà quello che vuole lui (come facevano gli Smiths, del resto), e che al confronto si staglia sul palco dello Spazio 211 come un gigante. Potrebbe vivere da signore con due sole canzoni fra le mille che ha scritto, i presenti tornerebbero alla cassa a pagare un altro biglietto per sentirle, e invece imposta il suo concerto su materiale per lo più inedito, che andrà a dar forma al suo prossimo album come Jarv Is…, nome ufficiale del progetto/band. C’è anche qualcosa dei suoi due precedenti album solisti, naturalmente, e un oscuro lato b dei Pulp (His ‘N’ Hers, 1994) come unica concessione al culto dei Pulp, ma ci sono soprattutto un artista sempre in movimento, un intellettuale tanto ironico quanto lucido, un grandissimo performer. Riuniti in una sola persona che cattura i presenti e li tiene in pugno dall’inizio alla fine, nonostante canzoni che canzoni non sono per come aggirano canoni e obblighi del pop pure echeggiandolo in mezzo a una sfrenata pompa prog, e grazie a una capacità di dialogare con il pubblico che rimanda a un confessore, a un fratello maggiore, a un visionario. Riconciliati con noi stessi e, per quanto possibile, col mondo che ci circonda, siamo dunque pronti per Nils Frahm. Che ci aspetta all’ex Incet con un palco pieno zeppo: pianoforte, piani elettrici, sintetizzatori di vario genere, effetti e calde luci soffuse. L’entusiasmo è quello di un bambino la mattina di Natale, la musica un concentrato sublime di dolcezza e umanità, fra poesia neo-classica e fremiti techno. Migliore chiusura di festival non poteva esserci.

Grazie a Francesco Vignani

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