
L’editoriale del numero 394 di Rumore, novembre 2024, di Rossano Lo Mele
Riprendendo in mano vecchi dischi che non si ascoltano per intero da un po’. Tutto è limpido fra le prime tracce, ripassando quelle più celebri, ma qualcosa dall’archivio mentale scivola sempre, procedendo verso la coda. Non tutto è a fuoco: come per esempio nel caso di The Miseducation Of Lauryn Hill, il debutto solista della ragazza dei Fugees. L’esordio capolavoro che ha modificato
la nozione di rap al femminile, essendo al contempo uno degli album chiave per comprendere lo srotolarsi della storia del rap tutta. Come in quel vecchio film di Nanni Moretti: si cresce insieme, si cambia insieme. Così le unioni inossidabili di un tempo si sfaldano, come è successo a lei, visto che negli ultimi mesi si è discusso più dei suoi litigi, denunce, repliche e ripicche nei confronti dell’ex socio Pras (il terzo era/è Wyclef Jean) che della sua musica. Ma torniamo appunto alla musica: l’album dei ricordi personali si era smarrito un pezzo per strada. Il penultimo brano dell’esordio di Lauryn (roba di un quarto di secolo fa abbondante) è una cover di Can’t Take My Eyes Off You. Ripresa in una luminosa versione alla… Lauryn Hill, il massimo che in definitiva si possa o debba chiedere a una cover.
Lo scongelarsi tiepido della memoria avvicina questa canzone a un altro elemento: dieci anni fa esatti uscì Jersey Boys, uno dei più riusciti film di Clint Eastwood. La storia (basata su un musical) di quattro paisà statunitensi con la faccia da schiaffi che dagli anni 60 in poi hanno fatto innamorare l’America bianca. Se non l’avete mai incrociato, la visione è obbligatoria, se suonate o avete suonato in una band si ride per non piangere. Can’t Take My Eyes Off You: forse il brano più famoso di questi Jersey Boys. Che in realtà si chiamano Frankie Valli & The Four Seasons. Autori di una musica pop ben eseguita e suonata anche meglio, una specie di versione pastorizzata, cuorinfranti e da juke-box dei Beach Boys, per dirla sommariamente. La canzone in questione l’avrete ascoltata più o meno consapevolmente in un centinaio di rom com su Italia 1: un pilastro della storia del pop. Tanto che Lauryn Hill, per l’appunto… Di recente si è tornato a parlare dei Four Seasons non tanto per i loro successi, quanto per le condizioni di salute di Frankie Valli. Che del quartetto era il cantante. Frankie ha 90 esatti, classe 1934. La sua agenda dice che fino ad aprile 2025 non ci sono più pagine vuote. Vive praticamente in tour, se non fosse che da qualche settimana viaggiano su TikTok dei video girati dai suoi fan piuttosto mortificanti, per Frankie si intende. La star si esibisce dal vivo – in completo e asciutto come sempre – con una band alle spalle. I cantanti che lo seguono avrebbero il compito di sostenere la sua esibizione, ma da quello che si vede Valli è imbambolato sul palco: non
riesce a prendere gli attacchi, in pratica biascica e si muove, ma senza cantare. Una coreografia sorretta appunto dai backing vocals alle sue spalle, che però diventano irrinunciabili e centrali. Questo ha fatto rimbalzare nel mondo l’accusa di molti fan storici: abuso – per ragioni economiche – nei confronti di una persona anziana, non in possesso degli strumenti necessari a scegliere cosa sia giusto o meno per la propria condizione. Accuse a cui ha subito replicato – come riportato dal “Guardian” – Frankie stesso: non ci provate! Io ho sempre deciso cosa fare nella mia carriera e non sono manipolato da nessuno, continuerò a esibirmi fino a che ne avrò la forza, vivo per inseguire la musica.
Rivedendo i video – che hanno il difetto di essere brevi, impietosi, figli di un’altra epoca – i dubbi rimangono, ma del resto: proprio su queste pagine abbiamo già affrontato il tema della senescenza
del rock. Tutti abbiamo osservato le intemperanze di Perry Farrell dal vivo con Dave Navarro durante il tour di reunion dei Jane’s Addicition: certo, lì il problema non si chiama vecchiaia, certo, nel frattempo il tour si è concluso e la band sciolta, certo, Perry non è mai stato equilibrato come il Professor Tamburello, ma insomma: da un lato fa parte del pacchetto instabilità, dall’altro ci si chiede in nome del denaro quanto si debba o possa tirare l’elastico. Eppure per la prima volta nella storia coabitiamo con l’autentica stagione della vecchiaia del rock: David Gilmour che – a chi gli chiede ancora di Roger Waters – risponde che oggi, pienamente attivo a 78 anni, non gliene importa più nulla di un fatto successo quando era nei suoi 30 anni. L’album di Tucker Zimmerman, classe 1941, è uno dei più celebrati del 2024. Già nel 1994, praticamente ottantenne, Frank Sinatra si esibì per due serate al Fukoka Dome in Giappone, per un totale di 95mila spettatori. Negli anni 40 per addensare lo stesso numero di paganti gli ci vollero ben 27 serate una dietro l’altra al Paramount Theater. E noi siamo qui a fare le pulci a Frankie Valli? Che nel frattempo, l’anno scorso, ha sposato a Las Vegas una donna con 30 anni meno di lui. Ed è seriamente impegnato, assieme al figlio Emilio, a difendersi legalmente e non dalle minacce dell’altro figlio, Francesco, accusato di violenze e violazioni di domicilio privato. Frankie è vivo e lotta: più di noi. Del resto lo cantava già nel 1967: “And I thank God I’m alive / You’re just too good to be true / Can’t take my eyes off you”.



