I Black Pumas raccontano il nuovo album Chronicles Of A Diamond

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Black Pumas 1

Stefania Ianne ha ascoltato in anteprima il nuovo album dei Black Pumas negli studi della PIAS, dove era presente il cantante Eric Burton

di Stefania Ianne

Non succede spesso di assistere in anteprima a una sessione di ascolto nello studio di registrazione di una etichetta culto come la PIAS con il cantante e autore principale presente tra i pochi invitati all’evento. Noi ci siamo.

Eric Burton, appena sceso dall’aereo in arrivo da Austin, Texas, si siede tra il pubblico e ascolta pazientemente con gli occhi assonnati dal jet lag nascosti dietro un paio di enormi occhiali dalla montatura bianca. Cosa dire dei Black Pumas? Sono una bestia rara, praticamente inesistente, un puma nero probabilmente sarebbe una pantera, come ha dichiarato Quesada. Un gruppo raro quindi, nato dall’incontro tra un professionista del circuito texano, Adrian Quesada, alla ricerca di una voce per il suo progetto musicale del cuore, dopo aver lavorato a lungo alle sue basi musicali dal sapore soul e vintage, e un ragazzo, Eric Burton, che prima dell’incontro fatidico aveva come unica esperienza il busking, anni e anni trascorsi a suonare per le strade della nativa California, prima, e di Austin poi. Dopo aver passato 25 anni a sognare come un diamante dimenticato sul sedile posteriore di una Cadillac, Burton finalmente trova la propria voce incitato da un veterano come Quesada, che già conta un Grammy all’attivo con la mitica orchestra funk-latineggiante Grupo Fantasma. Al momento del fatidico incontro, Quesada si trovava nella condizione ideale per fare la musica che ama, superando gli stereotipi della musica latina crossover con cui era stata identificata la sua carriera. Il sodalizio con Burton è nato dalla premessa che i due andranno avanti fino a quando si stanno divertendo a fare quello che fanno. Questa posizione privilegiata di totale rilassatezza ha portato a un disco, il primo, dal sapore rétro sofisticato che ha colto nel segno e ha scatenato un’incredibile ascesa soprattutto per Burton, maturato da artista di strada a superstar nel giro di tre anni. E tutta la fiducia in sé stessi guadagnata nel corso di questi pochi anni si sente tutta nel secondo disco. Burton ci racconta, tra una canzone e l’altra che, se nel primo disco lui ha contribuito principalmente alle melodie su basi già esistenti create da Quesada, in Chronicles, il disco in uscita tra pochi giorni, la bilancia si sposta in favore del partner più giovane. Burton chiaramente ci dice, con una punta di orgoglio, che molte delle idee musicali più avventurose nel secondo disco sono proprio le sue.

L’ascolto parte attivato dal tecnico del suono, visualmente abbiamo davanti una marea di mixer e delle casse rétro. Al di là del mixer si intravede la cabina di registrazione con i microfoni. Tutto lo studio è decorato con oggetti di registrazione del passato analogico. Eric, con fare teatrale, si posiziona accanto a noi, per ascoltare insieme a noi.  E insieme ascoltiamo quasi tutto il disco. Evitano di farci ascoltare i due singoli già di dominio pubblico e accompagnati da due video dal sapore retro in cui Eric è il protagonista insieme al suo bellissimo cane dalmata, Nova. Quesada è sempre presente nei video ma all’ombra del suo flamboyant protégé, nascosto spesso dietro la sua chitarra.

Quanto più ascoltiamo le nuove tracce, più si evince che i due musicisti si stanno ancora divertendo parecchio.

“It sounds sooooooooooooooo gooooooood!” ci dice Eric. Sorride felice, è di buon umore. Vestito totalmente di nero, con un gilet jeans accessoriato da un marsupio maculato. Risponde di buon grado alle poche domande incentrate sul significato delle varie tracce. Ci dice che lui è semplicemente il veicolo tramite cui questa musica prende forma. Le sue intenzioni dietro alle varie tracce sono irrilevanti, conta quello che la gente ci legge dentro. Come per Colors, il singolo che li ha lanciati, non era sua intenzione interpretarla in quel modo, ogni canzone segue una sua traiettoria indipendente e in quel caso il loro singolo più famoso è diventato quasi un inno contro il razzismo, una celebrazione di tutti i colori.

La voglia e l’ambizione di Burton sono infinite, è concentrato sull’obiettivo, il successo, o creare musica che raggiunga la perfezione musicale. Ci dice: “Non chiedetemi cosa si faccia la notte a Austin, non ho idea. La mia idea di divertimento è passare tutta la notte sul portico con i miei amici a creare musica, anche se i vicini non apprezzano”. Anche durante il tour precedente, Burton ci dice che era solo interessato a cercare di veicolare nuove idee musicali. L’onestà e l’entusiasmo di Burton sono contagiosi, è dolcissimo con tutti, stringe mani con calore, si sente che è nato per questo ruolo. Un talento naturale. Sarebbe stato bello se il listening party fosse stato meno formale, certo le teste si muovono all’unisono, i piedi seguono il ritmo, ma lo studio non si trasforma nel caos di un club, anche se i mixer che tappezzano la sala da parete a parete avrebbero sofferto.

Si sente subito che Angel, uscito come singolo qualche giorno fa, è un rito di passaggio per Burton. Cantata da sempre nei loro concerti dal vivo, rientra nella categoria degli inni spirituali, che Burton sembra creare con grande facilità. Questa è una canzone nata durante la sua adolescenza, ripresa dai suoi archivi. “Quando tutto è orrore intorno, cerchi la bellezza ovunque”. E lui l’ha trovata in una launderette, una lavanderia a gettoni tappezzata di rosa “Mi sentivo una principessa” e come unico interlocutore una natura morta sbiadita.

A sorpresa, riesco a raggiungere Eric con una mia domanda. Gli chiedo: la tua musica sembra nascere da una spiritualità innata. Qual è l’esperienza più profondamente spirituale per te, creare musica o cantare per il tuo pubblico?

“Sai, penso che il punto di partenza sia sempre dentro di te. Credo che in ogni individuo ci sia un certo senso di spiritualità, in un modo o in un altro. La disposizione a esternare la propria spiritualità nasce sempre da quello che hai dentro, insomma alla fin fine è un tutt’uno. Solo quando riesco realmente a comunicare le idee complete, trasformate in una canzone, in quello che è stato realizzato in studio, sono le persone, il dialogo che si instaura con loro, a rendere il tutto reale, perché si crea un senso di fratellanza, rimanendo nel contesto della spiritualità. E posso dire che per me la spiritualità è un viaggio alla scoperta di sé stessi, noi siamo esploratori di noi stessi. Molti musicisti come me siamo stati cresciuti nel contesto religioso, io personalmente da giovane ho fatto parte di un coro per circa 6 mesi, forse un anno e alla fine ho capito che il mio viaggio (spirituale) è tale, è mio  e io devo cercare di capire cosa significhi per me, quale sia la mia verità, chi è la versione migliore di me. E per me ogni canzone serve a iniziare questa conversazione. È come una scatola di cioccolatini, non hai idea di quello che puoi trovare. Non avevo idea che avrei iniziato a citare Forrest Gump…” (risate del pubblico). Eric coglie subito l’occasione per svelare un dietro le scene che riguarda una delle canzoni più intriganti del disco Ice Cream (Pay Phone). Eric continua: “È stato divertente cercare l’ispirazione nei riferimenti più disparati, vi ricordate del film Big? e Tom Hanks che rappa “shimmy shimmy cocoa pop…” È stato questo piccolo refrain a cambiare la canzone. Ero partito da un’idea di qualche tempo fa, e abbiamo iniziato a registrare ma sapevo che serviva qualcosa per contrastare la ripetitività del looping. È stato divertente e sì, è tutto molto spirituale, da entrambi i punti di vista è come lo Ying e lo Yang, nessuna parte è più importante. Molto spirituale.”

Qualcun altro gli chiede se il gruppo avesse un piano, se avessero deciso a priori quale sarebbe stato il suono del nuovo album prima di iniziare a registrare.

“Nel nostro processo di composizione il punto di partenza è molto solido perché Adrian ha una storia musicale molto intensa e per il modo in cui lavora. E all’inizio ero felice di mettere le mie scarpe da tip-tap e di improvvisare sulle sue idee musicali, come è successo per il primo album. E anche in questo disco il modo in cui Adrian lavora è il filo conduttore, ma volevo lavorare sulla mia visione e cercare di creare musica che mi emozioni e grazie al cielo ho ancora il posto in centro dove abbiamo messo un sacco di strumentazione, è praticamente il mio studio e in continuazione cerco di convincere gente un po’ brilla dopo un paio di pinte a lavorare sulle mie canzoni. Ma è un processo organico, ci sono voluti 4 anni per finire. Non siamo puristi del suono, abbiamo seguito il nostro istinto, quello che ci piace fare, e siamo molto riconoscenti ai produttori come Shawn Everett che è bravissimo a aggiungere colore o John Congleton, una forza della natura nello studio. Yeah man”. Eric aveva già citato come per esempio John Congleton fosse stato chiamato nello studio solo per lavorare sulla voce ad un certo punto”.

E l’ultima domanda, un altro ragazzo nel pubblico chiede come sono riusciti a trovare il mix perfetto di canzoni vecchie, Angel probabilmente risale a 12 anni fa e precede il primo album, e di nuove ispirazioni.

Eric dice che né Adrian né tantomeno lui stesso avevano previsto che Eric avrebbe veramente trovato sé stesso nello studio di registrazione. “Innanzitutto avevo bisogno di trovare la mia voce, sembra ironico, nel processo creativo e ho imparato molto da solo o con il gruppo e anche semplicemente osservando Adrian. Tutto nasce dall’energia collettiva che si crea nello studio. Ma pian piano, non potevo solo adattarmi all’estetica di qualcun altro, alle idee musicali di Adrian, che è un modo di lavorare che comunque amo. Ma allo stesso tempo avevo bisogno di fare qualcosa in cui credo al 100%, di portare in studio la mia visione. E credo che il mio crescere dal punto di vista creativo ci abbia reso più vicini con Adrian. È incredibile come abbiamo lavorato alle nostre idee separatamente per poi ritrovarci per finalizzarle insieme. Non sono il tipo che arriva nello studio solo per dare solo il tocco finale”.

Pensi che tu e Adrian adesso abbiate un’idea più completa di cosa siano in essenza i Black Pumas?

“Sicuramente sì. Indosso più cappelli in questa nuova versione dei Black Pumas. È vero, mi manca il suono del primo disco e posso dire che le canzoni praticamente si scrivono da sole se sono ispirato da quello che sto ascoltando, ma se devo fare uno sforzo per scrivere una canzone il tutto diventa un’esperienza terribile”.

Dopo aver riascoltato il disco con noi il tuo rapporto con le tue canzoni è cambiato? Come le trovi?

“Io e Adrian abbiamo preso la decisione di fare musica insieme per divertirci, vogliamo creare musica che siamo felici di ascoltare. E prima di vedere la reazione positiva del pubblico mi sono reso conto che le nostre canzoni sono valide, e non mi stancherei mai di ascoltarle, anche se sono super critico con me stesso per cercare di capire cosa sto facendo bene”.

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