Finalmente, Kendrick Lamar

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Kendrick Lamar mancava in Italia dal 2013. Il concerto di Milano all’Ippodromo è di sicuro uno dei più attesi degli ultimi anni e non poteva che confermare la grandezza del rapper di Compton

Di Daniele Ferriero

L’aria è gonfia, carica di umori, ancora straripante di barre e vibrazioni. Il corpo di ballo sfila per l’ultima volta sul palco, dopo meno di un’ora e venti di show concluso con l’anti-manifesto di Savior, pronto a prendere posizione al fianco di Kendrick Lamar per sancire la fine di ogni cosa e di questa data. Più di un concerto, la serata si è rivelata lo spettacolo d’arte varia d’un pubblico che sa cos’è l’amore e vuole dimostrarlo a ogni canzone. Una passione luminosa che solo negli ultimissimi minuti riesce a scalfire il professionalismo granitico del mc fino a incrinarlo, costringerlo a sorridere e riscaldarsi di vera emozione. Il colpo d’occhio finale che ci portiamo a casa è un’impareggiabile poesia visiva: un tableau vivant dove l’artista di bianco vestito viene circondato da trenta persone come un cerimoniere e la sua gente, le ballerine che svettano con i loro lunghi abiti scarlatti e i ballerini in completo a pantaloni neri, camicia bianca e fascia altrettanto cremisi. Una celebrazione in purezza, il rituale che prevede dei sacramenti a base di rime ed esistenzialismo, filosofia morale e basse frequenze. Tra le persone accorse sembra essere piovuta addosso un’unica fanatica sensazione. È difficile muoversi tra la folla senza farsi assordare dalle grida di giubilo, le invocazioni lacrimevoli, l’esaltazione a un passo dall’estasi religiosa. Al culto sembra partecipare metà del mondo conosciuto, compreso il gotha della scena hip hop italiana: paiono esserci Ghemon, Nitro, Big Fish, Mace e chissà quanti altri ancora accorsi per studio e per passione. Un pubblico qualcosa più che partecipante e cosmopolita. Per alcuni versi, essere presenti qui e stasera significa condividere un momento storico. Non è solo la prima data di un tour mondiale di un artista contemporaneo fondamentale (a nove anni di distanza dal concerto ai Magazzini Generali di Milano), quanto la consacrazione anche italica del fatto che la musica rap è l’idioma popolare del ventunesimo secolo, la lingua ignota di quest’unica vita e dei suoi spasmi. Una sensazione confermata non tanto dal successo assoluto e ormai assodato di questa cultura (nonché dal diluvio di pezzi rap e derivati anche nelle classifiche italiche), ma dalla capacità di Lamar di infilarsi al centro di una miriade di correnti, fenomeni e pensieri diversi: c’è il personale e il politico, l’esibizionismo e la fragilità dell’ego, il pubblico straniero che stasera rivaleggia per quantità con quello italico, la voglia di rispettare e rispecchiare le radici quanto di spaccare ogni argine e puntare all’assoluto di ciò che ancora è da inventare. 

A questa prismatica collezione di profondità e virtù il pubblico dell’Ippodromo ha risposto osannando l’artista e affollando lo show. Ogni canzone viene scandita e a tratti sepolta dalle urla degli astanti, quasi che fosse più chiara e intellegibile la reazione dei presenti che le rime stesse macinate da Kendrick. Quando sale finalmente sul palco sull’intro di United in Grief, alle 21.30, il religioso silenzio viene in effetti brutalizzato dalla cacofonia esagitata dell’attesa: “I hope you find some peace of mind in this lifetime,” urliamo e sussultiamo come un unico corpo e una singola isterica voce.  Da lì, il diluvio e una scaletta che saltella tra le tappe discografiche del Nostro con la stessa grazia del corpo di ballo e di un fan in visibilio che non sa più a che santi votarsi, visto che si riparte da zero e si ricomincia da Good kid, M.A.A.D City. Tra le pieghe del volto, Kendrick porta i segni della concentrazione assoluta e indiscriminata dello sportivo giunto in finale. È raccolto su se stesso, in testi, opere, parole e persino omissioni, e così si manterrà per tutta la serata: una stella sfavillante pronta a collassare in buco nero.  Pare essere così importante questa data di inizio del tour mondiale, questa sorta di grande prova generale, che a differenza del solito Lamar non si prende neppure la briga di rimbrottare quanti ripetono senza problemi e senza pensiero la n-word. Parla pochissimo, tra un pezzo e l’altro, si muove senza posa, non ha praticamente un attimo di cedimento o dubbio. Una statua titanica impastata di tensione e arte. Il concerto, d’altronde, ha uno slancio ancora da calibrare tra novità ed esperimenti, ma possiede anche tutti i crismi dell’esibizione concepita come un fatto artistico totale. I muri di led, gli schermi ai lati e le frasi scritte che a tratti ciondolano sul fondo vengono a creare un microcosmo intertestuale che approfondisce e complica ulteriormente l’opera del Nostro. Le coreografie del corpo di ballo, incredibilmente accompagnate dai movimenti stessi di Lamar, operano insieme alle luci per delineare una teatralità che su questo palco, in questa cultura, con questo pubblico, possono facilmente passare per avanguardia. È una musica ancora in divenire, un’arte che non si può limitare alle “semplici” canzoni: nient’altro che una crisalide pronta ancora a sbalordire.

Peccato solo che i suoni difettino in resa, potenza e precisione. Sarà colpa del gargantuesco spazio all’aperto o delle occasionali ventate che trascinano via note e fonemi, ma l’impressione è che ci si perda spesso ampi frammenti dell’arazzo qui musicato. Sono soprattutto le basse frequenze a dominare, con sub tamarri che fanno vibrare la struttura e sfumano letteralmente le immagini stesse riprese e rilanciate in diretta sui megaschermi ai lati del palco.  Nel mezzo, gli elementi sonori più raffinati e meno impattanti si perdono via, così come ogni tanto si perde, purtroppo, anche la voce. Per la stessa ragione, la band invisibile che ha suonato nascosta per tutto il concerto rischia di smarrire la gloria dovuta e meritata. Tuttavia, tanta è la grazia, la forza e la bellezza, che il pubblico non ne risente affatto. Siamo un’unica marea festante di lacrime e voci rauche, una folla saltellante che esplode a ogni HUMBLE., Bitch Don’t Kill My Vibe, King Kunta, Alright o DNA. e s’illumina d’immenso coi cellulari in mano quando tocca a LOVE.  E in effetti, proprio quando parte la base di quest’ultima, mentre ancora moduliamo a ripetizione “Be Humble… Sit down…”, nemmeno Kendrick può resistere: è così colpito dalla risposta del pubblico da invitare i tecnici a fermare tutto e godersi il momento, così, tutti insieme. Perché Kendrick Lamar è quel tipo di artista che non ha bisogno di conferme né di trucchetti, di coristi né di doppie di rinforzo. Il suo spettacolo è dritto, elettrico e compatto come una stella che infiamma il cosmo. A dirla tutta, non ha bisogno nemmeno del migliore impianto possibile. In fondo, ha già tutti noi.

La scaletta

Savior (strumentale)
United in Grief
m.A.A.d city
Money Trees
Backseat Freestyle
The Art of Peer Pressure
Swimming Pools (Drank)
Poetic Justice
Bitch, Don’t Kill My Vibe
N95
Count Me Out
King Kunta
i
Alright
Institutionalized
The Blacker the Berry
BLOOD.
 DNA.
ELEMENT.
Silent Hill
LOYALTY.
LUST.
HUMBLE.
LOVE.
Savior

Redazione Rumore
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