Tom Coll racconta Skinty Fia, il terzo album dei Fontaines D.C., fra il sempre vivo amore per l’Irlanda e una nuova vena politica

di Letizia Bognanni

Quando una giovane band ti folgora col primo album e ti convince con il secondo, quando annuncia il terzo a breve distanza dall’ultimo la paura della delusione è sempre forte: e se stessero solo battendo il ferro e si ripresentassero con un disco moscio, di maniera, uguale ai precedenti? Per fortuna, non è questo il caso dei Fontaines D.C., in uscita con Skinty Fia – dopo Dogrel (2019) e A Hero’s Death, nostro disco dell’anno nel 2020 -, un lavoro che già si candida a entrare in molte classifiche di fine anno: “I Fontaines D.C. sono al terzo album, sempre in netta crescita”, scrive Maurizio Blatto nella recensione che potete leggere nel numero in edicola, dove è disco del mese, “e vantano un’identità precisa. Giusto riconoscergliela. Hanno una loro voce, anzi questo è un disco nel quale la voce ha un ruolo preponderante, come se ripartisse dalle armonie degne dei fratelli Wilson di Sunny sul precedente A Hero’s Death, il segnale poco compreso, nonostante le meritate lodi generali, che i Fontaines fossero una band raffinatissima. Carica, ‘urgente’, ma senza un solo dettaglio sonoro inutile o fuori contesto”. Skinty Fia – frase irlandese che può essere tradotta come “la dannazione del cervo” – è il disco più politico della band di Grian Chatten, Carlos O’Connell (chitarra), Conor Curley (chitarra), Conor Deegan III (basso) e Tom Coll (batteria), e una sorta di dedica all’Irlanda e riflessione sulla propria “irlandesità” da lontano, scritto e registrato mentre tutti i membri ricostruiscono le loro vite altrove. Ce lo siamo fatti raccontare da Tom Coll.

Questa è la mia terza intervista con voi, in una delle precedenti chiedevo come stavate vivendo la pressione di dover ripetere un successo come quello dell’esordio, ora dopo il successo ancora maggiore di A Hero’s Death e le recensioni già entusiaste di Skinty Fia, ti chiedo com’è essere definiti la miglior band in circolazione.

“Diciamo che stiamo cercando dare il giusto peso a queste cose, per non diventare troppo convinti o presuntuosi. Ma ovviamente è bello avere questo tipo di riconoscimento, siamo un gruppo di persone che vogliono avere soddisfazioni dal lavoro che fanno, dalla nostra musica”

Il nuovo album è molto ricco e vario, è sempre più limitante definirvi solo post punk, cosa è cambiato in questi anni?

“Sicuramente abbiamo avuto più tempo, siamo stati fermi fra Dublino e Londra per un anno abbondante, senza niente da fare se non sviluppare le nostre ispirazioni separatamente, ognuno di noi ha ascolti e idee diverse, che è una cosa buona, penso che si veda che le influenze in questo disco siano più ampie. Abbiamo anche avuto più soldi a disposizione per la produzione, anche se abbiamo lavorato ancora con Dan Carey. Ma principalmente abbiamo avuto più tempo per scrivere le canzoni, prima di tornare in studio. Fra l’altro abbiamo registrato in un posto più grande e anche questa cosa penso che si senta, o almeno spero”.

L’autore principale dei brani è Grian, quanto è importante il vostro contributo alla scrittura?

“Abbastanza, soprattutto in questo disco. Abbiamo passato tre o quattro mesi a scrivere, e abbiamo cercato di viverlo come un vero lavoro, dal lunedì al venerdì dalle 8 alle 18, è stato interessante. Skinty Fia è il nostro lavoro più collaborativo dei tre, quasi nessuna canzone era già completamente scritta quando siamo arrivati in studio”.

Le poche cose negative che ho sentito su di voi riguardano il vostro presunto essere troppo “bravi ragazzi”, non abbastanza punk, però io trovo questo disco anche piuttosto provocatorio, a modo suo, per esempio penso alla discrepanza fra il titolo e il testo di I Love You, o alla storia dietro il titolo della prima traccia In ár gCroíthe go deo. Avete l’impressione di essere un po’ fraintesi in questo senso?

“Davvero ci vedono in questo modo? In realtà penso che sì, in un certo senso può essere definito provocatorio, di sicuro è anche il nostro disco più politico. Nei primi due album eravamo molto apolitici, parlavamo di emozioni, non volevamo essere una band politica e ci andava bene così. Ma da quando ci siamo trasferiti a Londra è come se fosse venuto fuori il nostro nazionalismo irlandese latente – be’ ‘nazionalismo’ è una brutta parola oggi in Europa, ma intendo dire che andare a vivere a Londra ti fa sentire più orgoglioso di essere irlandese, e questa cosa ha molto influenzato il disco, che è la cosa più politica che abbiamo mai fatto. Ma è bello anche sapere che siamo considerati bravi ragazzi (ride)”.

Hai sentito la poesia di Bono in cui paragona l’Ucraina all’Irlanda? Io l’ho trovata imbarazzante, però ho anche provato a giustificarlo pensando che lui appartiene a una generazione che ha effettivamente visto le bombe. La storia del paese quanto condiziona invece l’irishness di voi delle generazioni più giovani?

“Be’, non l’ho sentita ma penso che paragonare l’Irlanda all’Ucraina in questo momento sia piuttosto indelicato… per quanto mi riguarda, posso dire che entrambi i miei genitori sono cresciuti nel nord-est dell’Irlanda negli anni 70/80, ed era un posto totalmente diverso da quello che è oggi, e penso che la mia generazione sia davvero fortunata, perché il processo di pace degli anni 90 ha prodotto un cambiamento reale, è stata una delle cose più importanti mai successe nella storia dell’Irlanda. Devo ammettere che noi più giovani siamo anche ignoranti rispetto a certi temi, ma penso che sia anche giusto non lasciare che le proprie idee siano condizionate dagli avvenimenti del passato, è importante vivere nel presente”.

A proposito di Bono, ho sentito la vostra cover di One, e devo dire che non me l’aspettavo, mentre non mi ha sorpreso sentirvi suonare i Cure. Avete intenzione di continuare con le cover, magari con qualcosa che ci spiazzi ancora di più?

“A essere sincero spero di no, sono un po’ stufo delle cover. Ne abbiamo fatte un po’ ultimamente, ed è bello, è bello mettere qualcosa di te nella musica di qualcun altro, ma al momento non mi va più, voglio sentirmi eccitato dalla musica che scriviamo noi e basta”.

Mi dici qualcosa sul significato del cervo e del titolo? So che hai avuto un ruolo importante nella scelta.

Skinty Fia è un’espressione che alcuni miei parenti ancora usano, in particolare una zia di mio padre che è madrelingua irlandese. È una cosa piuttosto rara ormai, quasi nessuno parla più l’irlandese. È un’esclamazione, può essere tradotta come ‘dannazione del cervo’, che suona piuttosto poetico. Ci piaceva usarla come titolo perché è una frase molto irlandese e ormai in disuso. Sono sicuro che anche nelle altre lingue ci sono espressioni come questa, che sono scomparse o stanno scomparendo, è una cosa affascinante”.

Roman Holiday suona più americana rispetto al resto del disco, la chitarra in particolare, per caso dobbiamo aspettarci una svolta americana, come quasi tutte le band “brit” a un certo punto?

“Non lo so, non riesco a immaginarci a fare un disco molto americano… però è vero, tanti gruppi fanno questa cosa a un certo punto, perciò chissà, probabilmente succederà anche a noi… comunque mi piace molto Roman Holiday, è vero che ha quest’atmosfera americana, è divertente da suonare. E poi in questo periodo sto ascoltando molto Tom Petty e quel genere di cose, perciò non si può mai dire”.

Vi ho visti dal vivo due volte, la prima nel 2019 e la seconda lo scorso novembre, la seconda volta vi ho trovati incredibilmente migliorati, il live era in un teatro ed era dura stare seduti. È stato il break pandemico a caricarvi?

“Credo di sì. Quando ci hai visti la prima volta eravamo molto giovani come band, ed eravamo nel pieno di un tour di 18 mesi, una cosa a cui non eravamo abituati e per la quale forse non eravamo pronti. La pausa è stata importante in questo senso, perché eravamo stanchi per il tour, siamo tornati a casa e siamo dovuti rimanere lì con poco da fare a parte suonare i nostri strumenti da soli, questo probabilmente ci ha fatto migliorare. Andare in tour è bello ma è anche vero che suoni ogni sera le stesse 15 canzoni, non c’è molto spazio per espandere la tua visione musicale e per creare qualcosa di nuovo. Stare fermi ci ha dato modo di farlo. Adesso siamo anche un po’ più vecchi e maturi. A 27 anni ho più la testa sulle spalle, come gli altri, e questa è una cosa buona per noi. E poi abbiamo anche più tempo e modo di produrre dei concerti di qualità, con strumenti migliori etc. anche questo fa sicuramente la differenza”.

C’è una canzone del disco che preferisci?

“No, cambia ogni settimana. In questo momento probabilmente è Nabokov, l’ultima traccia del disco. Abbiamo iniziato a suonarla nei concerti ed è molto bella da suonare live”.

Di cosa parla Nabokov? Non riesco a trovare il nesso fra titolo e testo…

“Sinceramente non te lo so dire, ma ha una storia divertente: Curley ha scritto la musica, era l’ultima settimana dopo che avevamo scritto per tre mesi circa e per tutto il tempo lui diceva ‘ho una canzone’, ‘ho una canzone’, ‘però non è pronta’, e l’ultima settimana gli abbiamo detto ‘Curley, devi farci sentire questa canzone adesso’. È una canzone dell’ultimo minuto, alla fine ce l’ha fatta sentire e il titolo era Nabokov ma non c’era ancora il testo, così Grian l’ha scritto molto velocemente”.

Ho letto una recente intervista a Grian in cui si lamentava delle troppe domande sulla letteratura e la poesia, però penso che sia abbastanza inevitabile, visti i tanti riferimenti nelle vostre canzoni. Anche a te dà fastidio che vi trattino da “topi di biblioteca”?

“Non saprei… è vero che scrivevamo tante poesie quando eravamo all’università, che è stata una bellissima esperienza per tutti noi. Ma ad essere sincero non ho più scritto niente da allora, mi sono molto allontanato da questa cosa, e da quella parte della mia vita. Sono una persona diversa perciò sì, in un certo senso anche io non amo molto quel genere di domande”.

Come mai hai deciso di aprire una tua etichetta?

“È stato subito dopo aver finito di scrivere e registrare questo disco, l’abbiamo registrato fra la fine del 2020 e il 2021, e dopo c’è stato un periodo in cui non avevo molto da fare e ho avuto l’idea di una compilation di musica tradizionale irlandese, dagli anni 20 del secolo scorso a oggi. Si tratta di un mondo e una cultura che significano molto per me, perciò l’ho fatto durante questo anno di pausa perché non riesco a stare senza fare niente”.

Pensi di concentrarti solo sulla musica tradizionale oppure vuoi scoprire i nuovi Fontaines D.C.?

“No, per il momento penso di pubblicare musica tradizionale e basta… ci ho pensato quando abbiamo finito l’album, pensavo: se metto sotto contratto una giovane band ci sarà troppa pressione, hai la vita di una giovane band nelle tue mani, e se fai un brutto lavoro sono le loro vite che puoi danneggiare. Perciò probabilmente non lo farò”.

Perché ve ne siete andati dall’Irlanda, visto che ci siete così legati?

“Bella domanda, non lo so (ride). Stavamo scrivendo il disco e la ragazza di Grian è di Londra, perciò lui si è trasferito a vivere con lei, era più o meno il periodo della pandemia. Io ho vissuto a Dublino per sette anni e amo l’Irlanda, la considero ancora casa mia. A dire il vero all’inizio sono stato a Londra per tre mesi e poi sono tornato a Dublino, non mi piaceva molto, era troppo grande per me, la gente non mi sembrava molto amichevole… sostanzialmente mi sono trasferito solo per scrivere. Ma poi ho iniziato a vedere anche il lato positivo, ci sono tante opportunità che Dublino non offre. Dublino stava passando un periodo un po’ strano, era molto ferma, il lockdown è stato duro, non c’era una bella atmosfera. E in generale mi sembra che quello che rendeva Dublino speciale, l’attenzione alla cultura, non ci sia più, si costruiscono hotel dove c’erano siti culturali… quando mi sono trasferito a Londra pensavo di starci un paio di mesi e invece sono ancora qui”.