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(Le croci di alcune donne uccise a Ciudad Juárez)

di Nicholas David Altea

*** Se sei stata vittima di violenze o conosci qualcuno che le ha subite, c’è una linea di aiuto sulla violenza, multilingue e attiva 24 ore su 24 in tutta Italia: 1522, chiamata gratuita ***

El Paso-Ciudad Juárez, andata e ritorno

Gli At The Drive-In sono originari di El Paso, TX (Usa), anche se poi qualcuno è nato a Puerto Rico, qualcuno in Libano e altri negli Usa. Però El Paso è centrale per la crescita dei membri del gruppo, per la nascita della band post hardcore, per i primi concerti e per il punto di vista privilegiato. La cittadina texana – la Sun City – è proprio sulla frontiera degli Stati Uniti d’America col Messico. Oltre quella linea, che pare fatta col righello, proprio dove la regolarità perde il controllo e inizia a crollare, c’è un altro mondo, dimenticato, o peggio ancora, evitato abbassando lo sguardo. Ciudad Juárez sta lì, sul confine. Conosciuta anche come Paso del Norte (Passo del Nord) ed è la città più popolosa dello stato messicano di Chihuahua. Qualcuno la ricorda per il prosperoso – ora non più brillante – Cartello di Juárez, uno dei più importanti punti di riferimento per il traffico di droga americano, all’epoca alleato sia con quello di Cali, che con l’ancor più popolare organizzazione di Medellìn – quella fondata da Pablo Escobar, per intenderci.

(Screen grab del video Invalid Litter Dept. degli At the Drive-In)

23 minuti in auto per fare 9 miglia o più di due ore di distanza a piedi per farne circa sei, nella polvere, per arrivare da Ciudad Juárez a El Paso. Due città che sono atrio e ventricolo nella stessa parte di cuore malato dell’America; la loro connessione come unica valvola di passaggio tra i due stati per oltre due secoli. Attorno c’è il deserto del Chihuahua, tanta sabbia utile per nascondere il peggio del mondo. A vederla così, coi suoi colori pastello, sembrerebbe solo una città molto povera fatta di case basse, strade grigie e tanto spazio attorno. Ciudad Juárez è ben peggio, area di contenimento creata alla fine degli anni ‘60 e, più recentemente, l’avamposto industriale messicano che in accordo con gli Usa, seguendo il trattato di libero scambio (il NAFTA, approvato nel 1992 e attivo dal 1° gennaio 1994), annulla i dazi doganali, prevedendo inoltre la rimozione delle restrizioni (fino ad allora vigenti su molte categorie di prodotti), inclusi motoveicoli, componenti di auto, computer, tessuti e prodotti agricoli. Al tavolo c’erano il Presidente degli Stati Uniti (George H. W. Bush), il Presidente messicano (Carlos Salinas de Gortari) e il Primo ministro del Canada (Brian Mulroney) che siglarono l’accordo il 17 dicembre 1992. 

(Screen grab Google Maps)

Questo accordo avrebbe portato lavoro nello stato latinoamericano limitando l’immigrazione negli States. Dalla parte Sud, quella più povera del Messico, arrivarono a lavorare molte persone in cerca di speranze; soprattutto donne. Il risultato, però, è stato quello di incrementare la grande presenza delle maquiladoras, ossia fabbriche a basso costo, piazzate nel territorio messicano dai colossi industriali americani e canadesi. A basso costo e quindi anche a basso stipendio per chi vi lavora ancora oggi. Oltre il 60% di questi lavoratori è costituito da donne e ragazze, molte delle quali hanno solo 13 anni. La miseria di 50 centesimi l’ora, 10 ore al giorno, sei giorni su sette con la domenica libera per santificarla a dovere e ripulirsi dai peccati, nel caso non sia abbastanza. Stipendi da fame senza via d’uscita. Un televisore dopo l’altro, un chip informatico dopo l’altro. Si lavora a ritmi altissimi nella catena di montaggio; e poi tutto va spedito oltreconfine, dai “buoni”. Se da una parte le aziende straniere traggono grande vantaggio, dall’altra il mercato interno messicano viene fortemente penalizzato.

Essere donna a Ciudad Juárez

C’è un aggravante che nel 2019, ormai 2020, sembra assurda – ma lo era ugualmente nel 1997 o nel 1993 – eppure qui è ancora così: se nasci donna, oltre a tutti i problemi che già sorgono in questo territorio di frontiera, è peggio che in ogni altra zona del mondo. Sei carne da macello. Non calcolata. Non protetta. Non rispettata. Non difesa. Questa è la città che odia le donne. Questa è la città con il più alto numero di femminicidi del mondo, giusto per non farsi mancare primati che non vorremmo nemmeno conoscere. La capital de las mujeres asesinadas suona come il titolo di un thriller sudamericano, ma è uno degli appellativi che a Ciudad Juárez (o Juárez) tocca tenersi stretto. Non sono solo parole, sono anche (e soprattutto) numeri.

A Ciudad Juárez, 913 donne sono state uccise dal 2010 e altre 3.000 sono scomparse dalla metà degli anni ’90. Nel solo 2017 sono stati segnalati 86 femminicidi, in crescita del 34% rispetto al 2016. Il 98% di questi casi è impunito, secondo National Citizen Femicide Observatory. Un problema non certo circoscritto alla zona, ma che si distende a macchia d’olio con un conteggio: tra il 2014 and 2017, 8,904 donne sono state ammazzate in Messico, secondo il Congresso nordamericano in America Latina (NACLA). La Associated Press ha riportato che nel 2018 3.580 donne e ragazze sono state ammazzate in Messico, vittime sia di violenza domestica che di organizzazioni criminali – narcotraffico in testa a tutto.

In questi numeri ci sono le storie di Esmeralda, Veronica, Lupita, Brenda, Claudia Ivette, o ancora Alina, la protagonista del reportage del giornalista Mimmo Càndito, quando andò a documentare la situazione a Ciudad Juárez per “La Stampa”. Non sono nomi di fantasia; sono una piccolissima percentuale delle centinaia di donne morte. Per parlare di quelle scomparse dobbiamo scomodare il termine “migliaia”, che a pronunciarlo fa venire la pelle d’oca malgrado il caldo desertico. Il rispetto verso le donne tocca minimi mondiali: il risultato è una serie di fattori che si incontrano e creano un mix devastante di povertà e violenza, disagi socio-economici rafforzati da mancanze sociali e culturali nel rispetto delle donne. Lo afferma anche Sergio González Rodríguez, autore di Ossa nel deserto e intervistato da Alessandro Armato e ripubblicata poi su “minimaetmoralia:

Dipende dall’educazione patriarcale, che fondamentalmente proviene da una cattiva educazione cattolica. E dalla crescita vertiginosa delle città messicane, come conseguenza di un abbandono troppo rapido del mondo rurale, con la sua cultura e le sue regole

L’autore non è l’unico ad affrontare il tema: ne scriverà anche Roberto Bolaño in un capitolo del suo libro 2666. Letteratura, ma pure dati e informazioni. L’investigatrice scientifica ed esperta di big data, María Salguero, ha deciso di creare una mappa in cui indica ogni omicidio contro le donne avvenuto negli ultimi 4 anni (dal 2016 al 2019) in Messico. Quella che vedete qua sotto è Ciudad Juárez. Non si riesce a leggere il nome della città perché ci sono troppe croci (ogni croce un omicidio: gialla 2019, rossa 2018, viola 2017, azzurro 2017) che occupano e nascondono le scritte.

Una serie di omicidi che hanno tratti comuni, una ritualità, come dice sempre Sergio González Rodríguez:

Quasi sempre le vittime prescelte erano donne con certe caratteristiche: giovani, more, spesso immigrate senza radici nella zona. Venivano uccise in modo quasi rituale e a intervalli simili. Sto parlando degli anni tra il 1993 e il 1995, nei quali c’è stata un’alta incidenza di questo tipo di crimini. In seguito, sono avvenuti diversi omicidi, ma in modo sporadico. È chiaro che degli oltre 400 omicidi di donne commessi a Ciudad Juárez dal 1993 a oggi, non tutti sono il prodotto della stessa mano. Ma per i molti che presentano delle similitudini si può parlare di omicidi in serie.

O come dice l’antropologa Marcela Lagarde nel 1997, tra le prime teorizzatrici del concetto di femminicidio, citando responsabilità sociali ma meditate:

Il femminicidio implica norme coercitive, politiche predatorie e modi di convivenza alienanti che, nel loro insieme, costituiscono l’oppressione di genere, e nella loro realizzazione radicale conducono alla eliminazione materiale e simbolica delle donne e al controllo del resto. […] Tutto ciò avviene per sottrarre la violenza contro le donne alle sanzioni etiche, giuridiche e giudiziali che invece colpiscono altre forme di violenza, per esonerare chi esegue materialmente la violenza e per lasciare le donne senza ragioni, senza parola, e senza gli strumenti per rimuovere tale violenza. Nel femminicidio c’è volontà, ci sono decisioni e ci sono responsabilità sociali e individuali.

Un problema ovviamente diffuso, come si può vedere nella mappa generale del Messico tempestata da croci. Uno stato cimitero, praticamente. Ogni passo – per così dire – un luogo del delitto (o del ritrovamento).

In questa situazione nascono ovviamente moti di rivolta e associazioni. ‘Ni una mas’ (Non una di meno) è il noto slogan che si può leggere sui muri o sui pali, accompagnato da un croce rosa o nera a Ciudad Juarez. Un modo diretto, un urlo delle madri rimaste senza figlie che chiedono giustizia che vogliono che questo mattatoio legalizzato finisca. Si è arrivati anche ad un’app per cercare di salvare le donne in pericolo

Gli At The Drive-In e Invalid Litter Dept.

(Copertina singolo)

Su questa tragedia – troppo taciuta dalla polizia locale, dai federali e da chiunque detenesse un poco di potere – gli At The Drive-In, nel 1999, scrivono un pezzo contenuto dentro al loro ultimo album prima dello scioglimento, Relationship of Command (2000), pubblicato nel 2001 come singolo, con tanto di video: Invalid Litter Dept. che tradotto, sarebbe il “deposito della prole inutile”. All’epoca il tema non era così conosciuto e discusso. Il testo non è propriamente esplicito, se non si conoscono alcuni dettagli della faccenda, tanto che il video diventa fondamentale nella narrazione e nella spiegazione con i sottotitoli. Livelli di un’intensità potentissima che raccontano i delitti che si perpetrano nella cittadina messicana.

Ovviamente la band non è l’unica ad affrontare il tema, e negli ultimi anni molti artisti ci lo hanno fatto, a loro modo, con le proprie peculiarità. Qua sotto, se scorrete la gallery potete riascoltare alcune canzoni legate al femminicidio di Ciudad Juárez.

1. Tori Amos – Juárez

La cantautrice american Tori Amos, dopo aver letto delle violenze a Juárez scrisse un brano dal titolo omonimo che inserì nel suo album To Venus and Black (1999-2000)

2. Los Tigres del Norte – Mujeres de Juárez

Brano della band di San José di musica nortena estratto dal disco Pacto de Sangre (2004) che racconta la mancanza di azione governativa nella ricerca dei colpevoli.

3. Misfits – Where Do They Go?

Nel brano del disco The Devil’s Rain (2011) viene proprio citata la cittadina di Juarez.

4. The World is a Beautiful Place & I am No Longer Afraid to Die – January 10th, 2014

Il brano è estratto dal disco Harmlessness (2015) ed riferito alla vendicatrice in parrucca bionda che uccise due autisti per vendicare tutte le donne operaie che viaggiavano sole e che erano state uccise sui bus che le portavano a lavoro. per le donne che erano state assassinate viaggiando da sole su autobus pubblici. Diana, la cacciatrice di conducenti, meglio conosciuta come La Cazadora de Choferes.

5. Intocable – Día 730

Gli Intocable sono una band folk popolare tex mex e musica norteña (un mix di polka latina e corrido). Nel brano uscito nel 2016 con l’album Highway, si tratta in maniera diretta fin dall’inizio il tema del femminicidio

6. Sheer Mag – Can’t Stop Fighting

Brano tratto dal terzo EP della band e pubblicato nel 2016 che affronta subito nelle prima righe il tema delle operaie delle maquiladoras.

Dal 1993, decine di donne sono state assassinate a Juarez, in Messico. I loro corpi sono stati picchiati, strangolati e violentati nel deserto. La maggior parte delle donne lavorava in fabbriche chiamate Maquiladoras.

(Sottotitoli che accompagnano il video degli AtDI)

I corpi trovati nelle tombe del deserto, lungo i bordi delle strade della città nel 1993, furono la prima scoperta degli omicidi che accese l’attenzione sul caso. Da lì in avanti la questione crebbe nel tempo e acquisì sempre più risalto: si inizia così a parlare di femminicidio, un vero e proprio genocidio di genere verso una categoria senza potere e senza diritti: le donne.

Il brano della band texana inizia con note acute e ansiogene, poi parte la batteria e un arpeggio che pare una chiusura, un outro, insomma, sembrano già i titoli di coda, e invece è solo l’inizio della recita vocale, dello spoken word ossessionato di Cedric Bixler Zavala. Nel frattempo sul video scorrono immagini in bianco e nero della frontiera, dei titoli di giornale che parlano delle morti e delle scomparse, dei resti di abiti e scarpe dopo le violenze.

Intravenously polite it was the walkie-talkies / That had knocked the pins down / As their shoes gripped the dirt floor / In the silhouette of dying

Racconta di sottomissioni e obblighi, di “scarpe che restavano intrappolate sul pavimento sporco delle sagome morenti”.

(Screen grab video)

Il refrain melodico e quieto, che funziona da intermezzo nella canzone, dice Dancing on the corpses’ ashes: è un immagine forse legata alla celebrazione della morte come festa, tipica della tradizione messicana: il Día de Muertos.

Yeah, they had plans for him / They has spun the last of the pimps / Polyester, satin nailed jewelry lips / While the guillotine just laughed again

Da queste parole esce invece l’altra faccia della violenza, che è il ricatto e la prostituzione di queste operaie sotto il controllo della malavita.

And the paramedics fell into the wound / Like a rehired scab at a barehanded plant / An anesthetic penance beneath / The hail of contraband amplifica il senso delle morti e delle cicatrici perenni sotto la mattanza dei narcotrafficanti.

(Screen grab video ATDI)

On my way, nails broke and fell / Into the wishing well, wishing well, wishing well è il passaggio cruciale dove si sottolinea (anche con le immagini) il momento di maggior pericolo per le donne. Al mattino presto quando partono dai loro paesi per raggiungere le maquiladoras o al ritorno da esse. I viaggi in bus sono momenti di speranza. Speranza di uscirne vive da quel viaggio sfiancante, dove il rischio di essere violentate – anche dagli autisti – è all’ordine del giorno. Tutto è permesso perché la donna non conta nulla, se poi è povera e giovane, non conscia dei propri diritti di essere umano, chi le crederà mai? Che tu sia narcotrafficante o semplice autista, puoi farne quello che vuoi. Un patriarcato diffuso a più livelli sociali. Ci sono alcune immagini del film Bordertown del 2007 (diretto da Gregory Nava, con Jennifer Lopez, Antonio Banderas, Kate del Castillo, John Norman, Martin Sheen) che cercano di raccontare (non sempre al meglio) alcuni di questi casi dal punto di vista di una giornalista.

Nella realtà, alle continue violenze sui bus, nasce anche una figura che ha del mitologico ma è esistita davvero, ossia Diana ‘La Cazadora de Choferes’ cioè, la cacciatrice di autisti. Si prende con forza le prima pagine dei giornali diventando in breve tempo simbolo di ribellione, uccidendo due autisti come gesto di vendetta per le passeggere operaie violentate o uccise. Ne nascerà anche un film dedicato a lei, una produzione messicana, Diana la cazadora de choferes.

Nelle parti successive del testo della band texana, emerge l’immagine delle fabbriche che fa da sfondo, ma soprattutto la connivenza e il disinteresse delle autorità locali e federali nell’apportare misure rigide per interrompere questi omicidi legalizzati. Un fallimento totale del governo messicano.

And a silencing that still walks the streets / Dancing on the corpses’ ashes / In the company of wolves / Was a stretcher made of / Cobblestone curfews / The federales performed / Their custodial customs quite well /Dancing on the corpses’ ashes

Nel video passano poi altri stralci dei quotidiani dove viene dato risalto alle associazioni della madri e a piccoli passi per migliorare la situazione sempre più grave e ingestibile, dove la maggior parte delle vittime è tra i 15 e i 25 anni.

La canzone si conclude con l’urlo finale del cantante Cedric Bixler Zavala. Ci sentirete i lamenti e le grida di aiuto di Esmeralda, Veronica, Lupita, Brenda, Claudia Ivette, Margarita, Guadalupe, Gladiola, e tutte le altre rapite, torturate, violentate, mutilate, strangolate, fatte a pezzi, sciolte nell’acido e abbandonate in discariche o fosse, alle soglie del 2020. Un urlo che vale per Juárez e per tutto il resto del mondo dove accade ciò. Dopo aver guardato intensamente le foto delle croci rosa con i nomi scritti in modo gentile, con la vernice nera e i fiori a far da contorno, quel colore avrà tutto un altro significato.

*** Se sei stata vittima di violenze o conosci qualcuno che le ha subite, c’è una linea di aiuto sulla violenza, multilingue e attiva 24 ore su 24 in tutta Italia: 1522, chiamata gratuita ***


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