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Di Rossano Lo Mele

Scriveva Pier Vittorio Tondelli a metà anni 80, a proposito degli Smiths, nel suo celeberrimo zibaldone chiamato Un Weekend Postmoderno: “Il lato letterario è quello che avvince maggiormente negli Smiths. Un lato letterario che potrebbe lasciare anche perplessi (quel Morrissey fotografato sempre accanto alle stesse edizioni di Oscar Wilde: avrà letto solo quello?), ma che poi emerge dai testi prepotente e ben indirizzato. Così l’universo mitico del gruppo appare incluso in quella stagione dell’adolescenza, e della prima giovinezza, avara di piacevolezze e ricca invece di difficoltà, di domande non risolte, di angosce, di struggimenti, di conflitti, di passioni, di intensità autodistruttive, di star male…”

Il rock del resto nacque proprio per questo, come risposta a una domanda d’intrattenimento ed escapismo giovanile. Nacque come musica per quei malesseri appena citati da Tondelli e perfettamente enucleati nel classico Sociology Of Rock del decano britannico Simon Frith. Però poi gli anni passano, gli ascoltatori crescono e anche il rock stesso si fa più ampio, colto, autoriferito, ambizioso. Dal 1971, come ci ha insegnato l’omonimo testo di David Hepworth, il rock comincia a guardarsi alle spalle. Pur nell’accogliere ancora ascoltatori nuovi e giovani, la musica rock comincia a elaborare il fatto che esista un passato, il suo passato. Da lì non saremmo mai più tornati indietro, retromania e tutte quelle cose lì. La narrazione rock, tuttavia, pur col passare dei decenni, sembra non essersi accorta (soprattutto quella più largamente pop) di questo fenomeno. Ed è spesso rimasta impantanata in un eterno racconto dei sentimenti al giovanile, quanto inquadrato da Tondelli a metà anni 80 rispetto agli Smiths. Che all’epoca erano infatti una band di ventenni, che solleticava quei rimestamenti tipici dei coetanei dell’epoca. Detto diversamente: spesso abbiamo l’impressione che la musica pop e rock continui a parlare un linguaggio per eterni diciassettenni, anche quando è interpretata da sessantenni. Il che crea una certa distopia. Un conto è cantare che non ci lasceremo mai attorno ai 20, un altro è farlo a 60 anni, con la pretesa di averne 20. Il tempo passa, si modificano i sentimenti, si sposta la lancetta e l’età, si alternano gli ascoltatori e rimanere fedeli a un sé stesso immaginato, vissuto, trapassato, diverso, sembra più un fenomeno pirandelliano che racconto artistico.

Per esempio: in piena epoca Britpop uscì questo disco dal titolo Vauxhall & I. Mentre l’attenzione del pubblico rock si concentrava soprattutto sulle diatribe tra Oasis e Blur e sulla conseguente ascesa dei vari Supergrass, Travis, Radiohead e così via, Morrissey se ne tornava con un disco. Uno dei suoi tanti dischi dei ’90. CD in convenzionale jewel case, copertina anonima (la sua faccia), libretto interno pure. In quegli anni Morrissey vive di fama riflessa e pubblica dischi ogni anno o quasi, alcuni tremendi. Qui dentro però c’è qualcos’altro, e lo si nota già dai primi 16 secondi del disco. Prodotto da sua maestà Steve Lillywhite (questo resta il disco di Moz con le chitarre migliori), l’album è una lettera aperta a se stesso e ai pochi altri che lo circondano (da sua stessa ammissione in Now My Heart Is Full). Continuando nel parallelo con Oscar Wilde, si potrebbe affermare che Vauxhall & I è il De Profundis di Morrissey. Una lunga lettera aperta in 11 capitoli e 40 minuti. Con prodigi narrativi tipicamente alla Moz: il tu sdoppiato a cui si rivolge Why Don’t You Find Out For Yourself parla di chi sta ascoltando? Di un discografico? Di tutti e due assieme? Oggi un suo collega ci farebbe su un post lamentoso su Facebook, lui ci ha scritto questa cosa qui. In Used To Be A Sweet Boy fa i conti con la sua evoluzione guasta da ragazzino a uomo. In Hold On To Your Friends si aggrappa ai pochi amici – di nuovo – rimasti, retaggio dell’età adulta raggiunta. In I Am Hated For Loving amplifica la sensazione di solitudine pneumatica in cui è piombato, di nuovo, in quanto uomo. In Billy Budd cita sì Herman Melville, ma soprattutto fa i conti col suo passato, con gli anni passati dalla fine degli Smiths, dicendo che si è dovuto cercare un nuovo lavoro. Raccontando altrove di quante volte è stato respinto o accoltellato alle spalle, rimasto senza pelle. Ma è così che va la vita, chiude, poco più avanti.

Vauxhall & I rimane uno dei grandi capolavori dell’introspezione rock. E, come tutti i capolavori, parlando di sé, parla a tutti. Usciva 25 anni fa esatti, metà marzo 1994. All’epoca Morrissey aveva 35 anni tondi, un uomo. Fra un paio di mesi ne fa 60. Così ne approfittiamo per fargli gli auguri in anticipo. Pier Vittorio Tondelli scrisse di lui: “In questa voce, in questo grido, posso cogliere le speranze del ragazzo che sono stato e dei ragazzi che tutti siamo stati”. Parafrasandolo al presente e a Vauxhall & I potremmo così chiosare: un grido che coglie le speranze e le paure degli uomini che tutti siamo.     


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