
È possibile fare garage punk r’n’r in italiano, francese, greco, indonesiano? Peter Menchetti dell’americana Slovenly ne è convinto. E ha convinto anche i nostri Dirtiest
di Manuel Graziani
I primi di luglio ho assistito a un bel concertino r’n’r. Cosa niente affatto scontata e sempre più rara nella sonnolenta provincia del centro Italia, sprofondata in una sorta di coma vigile sotto l’onda ancora lunga del Covid. Per fortuna qualche spazio resiste, come il Torneo Antirazzista di Teramo dove hanno suonato i Los Infartos spargendo ottime vibrazioni nell’aria torrida di una notte di mezza estate. Mentre i quattro eroi locali torturavano elegantemente soul e R&B con furia garage punk, ho iniziato a immaginare i loro pezzi cantati in italiano. Mi sono proprio perso fantasticando e canticchiando alla sans façon ritornelli improponibili. A un certo punto i ragazzi hanno sparato un paio di pezzi in spagnolo. Non cover: pezzi originali. E lì mi sono convinto che questa cosa qui si possa fare anche in italiano. O in qualsiasi altra lingua.
Nel rock la subalternità nei confronti della lingua inglese è un tema vecchio, abbondantemente dibattuto, finanche abusato. In questa sede non m’interessa prendere posizione. Anche perché nel merito non ho una posizione preconcetta. Da appassionato cronista r’n’r mi limito a segnalare che l’americana Slovenly Recordings da qualche anno gode nell’andare a pescare gruppi in giro per il mondo, spingendoli sovente a esprimersi nella propria lingua. Penso ai nostri Dirtiest, ai cileni Perrosky, ai portoricani Ardillas, alle leggende spagnole Doctor Explosion, ai greci Bazooka e Νόμος 751, agli indonesiani Dirty Ass.
Per saperne di più ho chiesto lumi a Peter Menchetti, cuore e cervello dell’etichetta di Reno: “Allora, sì, ho spinto io a molti gruppi a fare canzoni nella loro lingua perché se guardi un po’ indietro i gruppi europei prima cantavano nella propria lingua. Mi riferisco ai gruppi garage negli anni 60 e ai gruppi punk nel periodo che va più o meno dal 1977 al 1982. Quasi tutti cantavano in italiano, in svedese, in olandese, ecc.”.
Di recente la Slovenly ha dato alle stampe Mauvaise Foi, il nuovo album dei Les Lullies di Montpellier. Un gruppo tutt’altro che in Mala Fede, quadrato ma non monocromatico, posseduto dal sacro fuoco del r’n’r e del punk settantasettino che shakera nell’esplosiva title track. Sul numero estivo di Rumore il nostro Claudio Sorge ha iniziato così la recensione: “Sempre più vicini all’essenza del rock’n’roll, i francesi Lullies pubblicano il loro secondo album e fanno il botto. Convertitisi definitivamente alla loro madrelingua, potete immaginarli come la versione francese dei Real Kids”. Cosa aggiungere alle parole di un decano come il nostro storico Direttore? Dico solo che non bisogna essere Franco Fabbri o David Toop per capire questa roba qui. Se nel vostro cuore c’è uno spazio per il power pop punk di cuoio dei Real Kids, appunto, provate ad abbandonarvi alla doppietta in odore junk shop glam Ce Que Je Veux e Soirée Standard, all’epica space di Ville Musée, al r’n’r anthemico di Dernier Soir e al pensiero di Johnny Thunders ripulito dalle droghe (Pas De Regrets). Energia, timing e melodia in dosi uguali. Tutto qui. E non è affatto poco.
“I Lullies li ho spinti io a cantare nella loro lingua” – continua Peter – “Anche i greci Bazooka, gli italiani Dirtiest, ma mi pare che questi e pochi altri ci hanno provato seriamente e si sono trovati bene. Invece non ho mai dovuto insistere con i gruppi ispanici perché molti già cantavano in spagnolo. Anche i Νόμος 751: tutti i loro pezzi erano già in greco, a parte uno che credo sia addirittura in serbo. Il motivo è semplice. La mia prima lingua è l’inglese e so che non è facile scrivere buoni testi, punto. Farlo in un’altra lingua è ancora più difficile. La maggior parte dei testi in inglese dei gruppi europei fa abbastanza cagare. E poi secondo me la musica cambia con la lingua. Un gruppo punk da Roma che canta in inglese è un gruppo punk dall’Italia. Un gruppo punk da Roma che canta in italiano è un gruppo punk italiano. Per me, fanatico della musica, la differenza è importante. Ci sono migliaia di gruppi punk ma ormai pochi gruppi di punk italiano. Certo, riconosco che i gruppi degli ultimi 20-30 anni che hanno cantato in italiano sono stati piuttosto commerciali. Alla maggior parte dei miei amici punk italiani fanno schifo: questo è il motivo per non essere come loro. Ma non vuol dire che non si può fare bene, ci sono molti esempi di chi ci è riuscito negli anni 60, 70 e 80”.
Visto che sono stati tirati in ballo i nostri Dirtiest contatto Luca, bassista e cantante in capo del trio toscano, per farmi raccontare i passaggi della transizione inglese-italiano: “Dopo l’uscita del primo 7” abbiamo registrato quello che doveva essere il nostro LP d’esordio con testi esclusivamente in inglese. Quando abbiamo sottoposto il master alla Slovenly, Peter ci ha proposto di includere nel disco un pezzo cantato in italiano. Fino a quel momento nessuno di noi pensava neanche lontanamente di farlo e non ci piaceva l’idea ma la proposta aveva un fondamento. Come sai, poi, la Slovenly stava stampando diversi dischi di band non anglofone con canzoni scritte in lingua madre che ci piacevano molto, come ad esempio i greci Bazooka. L’esperimento dell’etichetta di caratterizzare il garage punk con una connotazione geografica stava dando degli ottimi risultati, quindi ho deciso di raccogliere la sfida nonostante il resto della band fosse contraria. Così abbiamo sospeso la pubblicazione dell’album per concentrarci sulla scrittura di un nuovo brano in Italiano. Dopo mesi di ascolti e ricerche sono riuscito a portare in sala un pezzo chiamato ‘Cento Shots’ che ha sorpreso positivamente il resto della band. Con ritrovato entusiasmo anche Fabio ha cominciato a cimentarsi nell’impresa scrivendo un secondo pezzo intitolato ‘Soldi’. Ciliegina sulla torta è stata la scrittura di un nuovo brano chiamato ‘Macherone’ che ironicamente recitava ‘Me lo fanno fare solo in italiano’. A quel punto ci eravamo fatti prendere la mano e visto l’entusiasmo abbiamo deciso di pubblicare un 7” con tre pezzi cantati nella nostra lingua. In seguito abbiamo scritto e registrato un nuovo album intitolato ‘Sovranista’, composto da un lato di nuovi brani in italiano e dall’altro di vecchi pezzi già scritti in precedenza in inglese”.
Non è per niente semplice trovare la chiave giusta per far entrare la complessità neolatina della lingua italiana dentro il tunnel angusto del punk r’n’r. Difficoltà tecniche legate alla metrica, profondità e impatto dei testi, credibilità del messaggio: tutte questioni che i più bypassano bellamente ciancicando parole in inglese maccheronico. Nel corso degli anni alcuni gruppi ci hanno provato a farlo in italiano, con poca fortuna. Diversi hanno imboccato la via più facile, la più familiare. Quella del beat, o meglio del bit. Cito a mo’ d’esempio l’esperimento dei Senzabenza, abbandonato presto, di Vol. 4. Negli stessi anni, seconda metà dei ’90 primi anni 00, abbiamo assistito a un fiorire sparso di gruppi pop punk sulla scia del successo planetario dei Green Day. Nei casi migliori gruppi divertenti o poco più, tant’è che non hanno lasciato alcuna traccia. Contestualmente l’hardcore italiano (e certo street punk) si è via via ahinoi inabissato fino quasi a scomparire.
Ma qui parliamo di un altro punk, più rozzo, tarchiato, non ideologico. Parliamo di garage punk spettinato e mediamente lo-fi. Come i Dirtiest, che hanno imboccato la via dell’italiano passando dal Queens. Ironia irriverente in forma di slogan. Ancora Luca: “Non ci è mai piaciuto essere troppo espliciti nei testi, al contrario adoriamo essere velenosamente ironici e irriverenti. La combinazione di questi due fattori ci ha portato a scrivere testi che, è vero, assomigliano a degli slogan. La scrittura in italiano ha portato necessariamente a un cambio di stile anche a livello strumentale. In quel periodo ci piacevano molto gli Spits e i Personal & the Pizzas che erano anche della nostra stessa etichetta. I Ramones poi sono un riferimento e sentivamo che quel modo di cantare si sposava molto bene con i nostri nuovi testi. In generale il punk rock cantato in italiano non ci è mai piaciuto, mentre il movimento garage beat degli anni 60 e il primo hardcore torinese mi ha sempre influenzato. Gruppi come Rangers, Negazione, Raw Power, mi sono sicuramente serviti da ispirazione, anche se prima di cimentarmi nella scrittura dei testi ho fatto una ricerca lunga ed estenuante di gruppi del panorama punk per lo più sconosciuti. Anche Peter della Slovenly ci ha dato una mano in tal senso inviandoci via via dei brani interessanti da ascoltare da cui prendere ispirazione. In definitiva non abbiamo trovato dei riferimenti utili e funzionali al nostro stile quindi ho cominciato a scrivere le canzoni partendo da frasi brevi dal significato forte per poi sviluppare il resto del testo e della canzone. L’intento è sempre stato quello di evitare l’uso di parole troppo lunghe e poco musicali come succede spesso per tanti gruppi italiani punk che non ci piacciono. Per quanto riguarda invece i contenuti dei testi per la prima volta ci siamo trovati a dover cercare uno stile che non fosse né banale né troppo cantautorale. Quindi lo sforzo maggiore è stato quello di dover creare un nostro stile per discostarci da ciò che avevamo sempre evitato”.
Anche Fabio, chitarrista del gruppo e sopraffino costruttore di chitarre r’n’r col marchio Billy Boy, aggiunge la sua: “È risaputo che a Peter piace far cantare le proprie band nella loro lingua madre. Credo che come richiesta sia intelligente, soprattutto per il genere punk e per le band non inglesi o americane. È bizzarro vedere cosa può venir fuori da questo ‘disagio’ nello scrivere i brani perché il punk è caratterizzato da strutture semplici fatte di pochi accordi suonati con l’attitudine giusta. Credo sia un aspetto interessante, dato che una determinata lingua influenza veramente tanto la metrica di un brano musicale e modifica in modo diretto ciò che siamo soliti fare con gli accordi di chitarra, soprattutto se si cerca di spiegare un concetto o mandare un messaggio chiaro. Peter dice un po’ scherzosamente che molto spesso non si capisce cosa dicono le band non inglesi o non americane che cercano di emulare i loro miti… poi ci ha confessato che anche certe band americane o inglesi sono incomprensibili. Tornando a noi, le prime reazioni sono state di rifiuto e repulsione verso la richiesta di Peter: non tanto perché odiamo la lingua italiana ma perché i brani punk più belli del mondo sono nati con la lingua inglese e le sue derivazioni. In fondo sia in inglese che in italiano dici le stesse stronzate, ma ti sembra di essere più in sintonia con il punk se canti in inglese. Devo ammettere che Luca mi ha sorpreso molto riuscendo ad incastrare le parole e soprattutto gli slogan come è stato detto in un modo talmente perfetto da farmi rivivere le sensazioni che provavo ascoltando band del calibro dei Ramones. Riprendere il loro modo di suonare, sinceramente, è stata una scelta ironica e nello stesso tempo una specie di esperimento. Siamo una band in continua evoluzione e quando ci annoiamo viriamo su cose nuove. Il disco sul quale stiamo lavorando ora, oltre ad essere suonato con un approccio stilistico strumentale che riprende un po’ i vecchi Dirtiest, ha nuove tendenze hardcore punk per quanto riguarda le velocità dei pezzi e la struttura ritmica. Per i testi invece sarà una scoperta: ci sono dentro lingue diverse, dialetti sparsi qua e là, scimmiottamenti vari, in modo irriverente e ironico come sempre”.
In attesa di ascoltare come sarà il nuovo album gramelot punk dei toscani, c’è una buona occasione per assaggiare il punk cosmopolita di casa Slovenly. Sarà infatti tricolore la nuova edizione del festival itinerante organizzato dalla label di Reno. La carovana del We’Re Loud Fest Italia, in programma dal 6 al 12 ottobre 2023, partirà dalle Isole Tremiti per poi arrivare a Roma-Civitavecchia, imbarcarsi su battello ubriaco fino a Barcellona e infine approdare al Funtastic Dracula Carnival di Benindorm.



