
I Palace raccontano le ispirazioni musicali, naturali e soprannaturali dietro il loro terzo album, Shoals
di Letizia Bognanni
Shoals è il terzo album dei londinesi Palace – il frontman Leo Wyndham, Rupert Turner (chitarra), Will Dorey (basso) e Matt Hodges (batteria) – dopo So Long Forever (2016) e Life After (2019). Un nuovo capitolo di una storia musicale fatta di riflessioni sull’essere umani e gli alti e bassi emotivi che ne derivano, in forma di un rock epico e sognante. Come i precedenti e anche di più, Shoals è un album profondo, riflessivo, coraggioso nell’investigare alcune delle grandi domande della vita nei suoi 12 ipnotici brani. L’album parte dalla pervasiva ammirazione per la vastità e la potenza dell’oceano per esplorare grandi dilemmi esistenziali: subconscio, sogni ed esistenzialismo, come convivere con la paura e imparare a gestirla, con il titolo che prende ispirazione dai branchi di pesci dal comportamento apparentemente imprevedibile, e da come i loro veloci cambiamenti di rotta assomigliano a come si muovono le paure e le ansie nel mondo intorno a noi. Ne abbiamo parlato con Wyndham, Turner e Hodges.
Vorrei partire proprio dall’inizio, perché non si trovano molte informazioni su di voi in giro, perciò vorrei che mi raccontaste come vi siete conosciuti, come sono nati i palace.
“Siamo tutti vecchi amici, ci conosciamo da quando eravamo teenager, e abbiamo sempre condiviso la passione per la musica, amavamo ascoltarla e tutti suonavamo qualche strumento. Quando avevamo circa 21/22 anni abbiamo deciso di formare una band, solo per divertimento, per suonare un po’ la sera a Londra, era più che altro un pretesto per vederci e uscire insieme. Suonavamo in studio una volta alla settimana, facevamo qualche serata, e poi gradualmente è diventata una cosa sempre più seria, ma all’inizio era davvero solo un divertimento”.
Riguardo il nuovo album, i brani hanno un filo rosso che unisce le canzoni, lo definireste un concept?
“In un certo senso sì, possiamo definirlo così. Ma non è stata una cosa che abbiamo pianificato dall’inizio, ci siamo resi conto sono in un secondo momento della presenza di questi temi, di questo concept che collega la mente e il mare e paragona lo stato mentale ai banchi di pesci. Solo dopo che l’album è stato pronto abbiamo capito che c’era questo collegamento, che questa idea della grandezza e della potenza dell’oceano era strettamente legata a quella del nostro stato mentale al tempo in cui abbiamo scritto le canzoni, e più andavamo avanti a registrare e perfezionare il disco più questa cosa veniva fuori. Il titolo ovviamente viene da lì, dall’idea che il banco di pesci, il modo in cui si muove, ci ricorda i meccanismi della mente, ma anche la nostra musica”.
E come mai proprio l’acqua?
“È una cosa che risale già agli inizi della band, è proprio la nostra musica che ci fa pensare all’acqua, fin dai primi tempi quando provavamo abbiamo sempre pensato che il nostro sound ricordasse l’acqua, il mare, che potesse essere arrabbiato e aggressivo e allo stesso tempo tranquillo, come il mare appunto. Abbiamo sempre avuto questo legame, è una cosa istintiva, forse perché siamo tutti cresciuti vicino al mare, è sempre stato parte delle nostre vite. Il fatto di vederlo e sentirlo, di vivere vicino all’oceano, inconsciamente dev’essere entrato nella nostra musica, e in quest’album in modo particolare, è come il battito del cuore del disco”.
Da dove venite? Non siete di Londra?
“No, io (Leo) vengo da vicino Brighton, Matt viene dal Dorset, nel sud-ovest dell’Inghilterra, ma a un certo punto ci siamo tutti trasferiti a Londra”.

Come avete lavorato con il lockdown e le varie regole anti-covid, come vi siete organizzati?
“È stato un periodo strano ovviamente, ma in un certo senso anche liberatorio, abbiamo cominciato a scrivere nell’estate del 2020, con il primo lockdown, perciò ci mandavamo delle note vocali con idee per le canzoni, abbiamo lavorato da soli e in un certo senso come dicevo è stato liberatorio, ci sentivamo liberi di provare cose diverse e lavorare per conto nostro invece di stare insieme in una stanza a cercare la magia. E l’atmosfera a Londra era stranissima, c’era silenzio, nessuno per strada, sembrava il film 28 giorni dopo, era come un mondo nuovo ed è una cosa che comunque ispira. E quando alla fine abbiamo potuto lavorare insieme abbiamo portato questa ispirazione, questa energia in studio. È stato un processo diverso dal solito per noi ma divertente, e alla fine pensiamo che sia andata bene”.
Il disco è molto ricco, vario, io ci sento da James Blake ai Doves, cosa avete ascoltato, musicalmente cosa vi ha ispirato?
“Molte cose diverse a dire il vero. James Blake ha avuto sicuramente una grande influenza su questo album, volevamo mettere più elettronica ma sempre unita al nostro modo di usare i veri strumenti. Anche i Mount Kimbie sono stati una delle nostre influenze, e poi naturalmente tutti abbiamo ascoltato cose diverse che hanno in qualche modo condizionato il risultato, anche musica più tradizionale come Kevin Morby, e poi i Radiohead sono sempre nei nostri ascolti”.
Come dicevate, un argomento importante toccato nell’album è la salute mentale, cosa di cui ultimamente si parla ma purtroppo non nelle sedi dove ce ne sarebbe più bisogno, visto quello che stiamo ancora vivendo, ad esempio qui in Italia il governo aveva promesso un bonus psicologo che poi all’atto pratico è scomparso.
“Sicuramente c’è più apertura riguardo a questa cosa, le persone ne parlano più apertamente rispetto a prima. È sempre stato un argomento che la gente tendeva a nascondere sotto il tappeto, le persone non si sentivano a proprio agio ad ammettere di avere un problema di questo tipo, soprattutto gli uomini, per via di un’idea sbagliata di mascolinità, per fortuna adesso si sta normalizzando l’idea che possiamo dire quando soffriamo e cercare un aiuto. Però questo non significa che sia per tutti e ovunque così, non è ancora così abituale parlarne, ma stiamo andando nella giusta direzione e più la gente ne parla, più desidera esprimere se stessa, più si capirà che non è necessario essere il tipo di ‘maschio’ che non si sente mai in certi modi. Qui in Inghilterra è ancora abbastanza radicata questa mentalità all’antica, anche perché siamo abituati culturalmente a non esprimere le emozioni, ma è importante capire che solo parlandone hai la possibilità di risolvere certi problemi”.
Avete definito l’album “una lettera d’amore alle paure”, quali sono le vostre paure, e come le affrontate?
“Dipende, penso che tutti abbiamo delle paure e spesso sono molto comuni, ad esempio io avevo paura di crescere, di dover affrontare il mondo, e penso che l’album incarni questo tipo di paura e soprattutto il modo di affrontarla, di aprirsi al riguardo. Si tratta di paure esistenziali, sulla vita e il tuo scopo nella vita, e nel mio caso anche semplicemente la paura di morire, ma anche la paura della persona che diventerai”.
Where Sky Becomes Sea parla proprio della morte, e di cosa potrebbe esserci dopo. Voi in cosa credete?
“Penso che tutti crediamo in qualcosa, che non vogliamo pensare che non succeda niente dopo che moriamo. Abbiamo un lato spirituale che è importante per i nostri testi. Ovviamente non siamo sicuri di cosa sia questo qualcosa ma lo avvertiamo e speriamo che sia un luogo di positività e luce… non crediamo nell’inferno, o almeno speriamo (ridono). In ogni caso è una cosa divertente da esplorare nei testi, cosa succede, dove andiamo, se ci ricongiungeremo con le persone che abbiamo amato, che è quello che speriamo tutti probabilmente”.
Come scrivete di solito? Scrivete insieme, partite dalle parole, dalla musica…
“In realtà spesso partiamo dalla struttura della canzone, quando siamo insieme iniziamo da un’idea di struttura e improvvisiamo, di certo le parole non sono mai la cosa che arriva per prima. Aggiungiamo, togliamo, cambiamo, facciamo a pezzi… e a volte ci vuole mezza giornata altre volte cinque anni. Per questo come diceva Matt il lockdown è stato stimolante per noi perché ci ha costretti a lavorare in modo diverso”.
Qual è stato il contributo creativo del produttore Leo Abrahams?
“Ha contribuito moltissimo, è stato come se facesse parte della band, ha dato il suo punto di vista e le canzoni sono arrivate alla loro forma finale anche grazie a lui, non suonerebbero in questo modo se non ci fosse stato lui. È stato un lavoro lungo ma ne siamo davvero felici. Nel disco ci sono canzoni che amiamo particolarmente perché sono ‘strane’, diverse dalle altre, come la title track, o Salt, che non vediamo l’ora di suonare dal vivo”.



