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di Mauro Fenoglio

“Soar the bridges that I burned”- The Colour Of Spring (1998)

Lo si capiva che c’era qualcosa che non andava. Quando nel 1984 uscì il video di It’s My Life, primo singolo del secondo album dei Talk Talk. Un video girato da Tim Pope per prendersi gioco del cosiddetto lip sync, il trucco con cui cantante e musicisti mimano il pezzo su una base preregistrata. Il video mostra estratti da documentari di animali. Stormi di uccelli, scuole di pesci e mandrie di antilopi imbizzarrite fanno da sfondo a un tipo segaligno in primo piano immobile, mani ben ficcate dentro alle tasche del cappotto. Aria torva, dalla fisicità per niente in linea con l’impomatata bellezza delle star di quegli anni. Lui ti guarda immobile e piccoli ghirigori neri passano sulla sua bocca, mentre dietro struzzi, giraffe e balene si prendono la scena. Un sintetizzatore aperto e un ritmo in levare seguono la sua voce nasale, lungo una melodia incalzante. Sembra pop, ma capisci subito che c’è anche qualcos’altro. Lo capisce pure la EMI che obbliga la band a rigirare il video, per illudere il pubblico che cantante e band suonino e ci credano davvero, come fanno tutti gli altri. È solo l’inizio.

Cambio scena. Una discoteca, una qualsiasi, a metà anni 80. Di quelle generaliste, dove la pista si riempie con pezzi della new wave sdoganata dal 1984 in poi o con gli ultimi successi dei Duran Duran. Quando arriva Such A Shame, secondo singolo del disco dei Talk Talk del 1984, quella stessa sensazione provata davanti al video di It’s My Life. La voglia di ballarla, sapendo che pur essendo una hit, ha qualcosa di fuori posto, che la rende irresistibile. Sarà la mancanza di appeal fisico del cantante, il suo tono nasale cosi peculiare, la totale assenza di sovrastruttura. Insomma, alla fine attendi che il DJ spari Such A Shame per buttarti in mezzo alla pista e dichiarare che tu, solo tu, hai capito tutto. Nonostante tutto debba ancora succedere. In una giornata in cui l’inverno fatica ancora a passare la mano alla primavera e il freddo resiste, Mark Hollis, voce e leader dei Talk Talk, sparisce per l’ultima volta. Se ne va a 64 anni, come ha sempre fatto, in silenzio, idealmente muto, con le mani ficcate nelle tasche del cappotto. Senza disturbare o chiedere un ultimo applauso. Come durante tutta la sua frequentazione (perché parlare di carriera sarebbe riduttivo e quasi offensivo) con la sua compagna di sempre, la musica. Che forse Mark Hollis sia la versione non letteraria di Bartleby Lo Scrivano, protagonista di un famoso racconto di Herman Melville (autore di Moby Dick)? Nel libro, Bartleby esegue diligentemente il lavoro di copista ma si rifiuta di svolgere altri compiti, sconcertando il suo principale con la risposta “preferirei di no”. Poi smette di lavorare del tutto, fornendo come unica spiegazione la medesima frase. Il “preferirei di no”di Bartleby è la stessa frase sussurrata a più riprese da Hollis all’industria musicale. Dagli anni dei primi screzi con la EMI per le scelte artistiche dei Talk Talk, alla loro svolta (cosiddetta, ancora una volta, per provare a semplificare) sperimentale e le ulteriori beghe legali con l’etichetta, fino all’abbandono quasi naturale della musica, nel momento in cui il viaggio era stato compiuto e album irripetibili erano stati prodotti. “Preferirei di no”, per continuare a stare indomitamente dalla parte opposta a come dovrebbero andare le cose. “Preferirei di no” per uscire di scena a fine anni ’90, senza rivendicare eroismi, assentandosi dolcemente, ma in modo non negoziabile. Un gesto, in fondo, simile a quello di Lucio Battisti. Decisioni per le quali non esistono possibili narrazioni al contorno, che ne debbano determinare a forza ragioni o rivendicazioni, perché è tutto lì, spiegato semplicemente dalle parole stesse. Quanti, in cuor loro, vorrebbero dire addio cosi, senza voler necessariamente suggerire altro.

Nel 1998, dopo aver pubblicato il suo unico, inarrivabile album solista, Mark dichiara: “Scelgo la mia famiglia. Forse altri sono capaci di farlo, ma io non posso andare in tour ed essere un buon padre allo stesso tempo”. Prima di salutare, nel 1998 interviene al piano (non accreditato) in Chaos, contenuta nell’album Psyence Fiction degli UNKLE. E poi la produzione dell’album di Anja Garbarek, Smiling & Waving, del 2001 e un brano strumentale commissionato nel 2012 per la serie TV Boss. Poi più niente, perché tutto era già stato detto. La parabola artistica di Mark Hollis ha continuato ad affascinare i critici per decenni. Nato a Tottenham, Londra, dovrebbe diventare uno psicologo per bambini e finisce come analista di laboratorio. “Non vedevo l’ora di tornare a casa dal lavoro, per scrivere e suonare”. Nel 1977, forma i Reaction, che si sciolgono dopo il primo singolo e nel 1981, insieme a Paul Webb, Lee Harris e Simon Brenner, dà il via all’avventura Talk Talk. Ad unirli l’amore per Bowie e i Roxy Music. Il primo album (The Party’s Over, del 1982) arriva in pieno apogeo new romantic, mentre Hollis dichiara il suo amore per Otis Redding, Burt Bacharach e i Can. Insomma, c’era proprio qualcosa che non andava. Brenner molla e arriva il produttore Tim Friese-Green, che diventerà il partner di scrittura fisso di Hollis. Da lì, il resto è storia nota. Il successo di It’s My Life del 1984 (più all’estero che in patria) e le prime avvisaglie della svolta musicale, con The Colour Of Spring del 1986. Il trio diventa ensemble e Hollis e Friese-Green scrivono tutto. Il loro canto del cigno, su un palco è il concerto a Montreux nel luglio dell’86. Ma oramai i Talk Talk sono il laboratorio di idee di Hollis. Nel 1988, col budget fornito dalla EMI, Hollis e Friese-Green mettono da parte i sintetizzatori, per far posto a Miles DavisJohn ColtraneBéla Bartók e Claude Debussy. Si chiudono ai Wessex Studios di Londra per dodici mesi per partorire The Spirit Of Eden. Con i tre Talk Talk, altri 13 musicisti. Fra i vari strumenti, un’armonica, una tromba, l’oboe, bassi acustici, clarinetto e corno inglese. Oltre al coro della Chelmsford Cathedral. Per un’opera capitale per quello che solo qualche anno dopo avremmo chiamato post rock. Anche se nel giardino dell’Eden, nel buio e nel silenzio, s’incontrano il jazz, il blues e il rock più avventuroso senza preclusioni o obbiettivi aprioristici, che vadano al di là della ricerca, testarda allo sfinimento, della perfezione.

L’ingegnere del suono (Phill Brown, ingaggiato per il suo lavoro after hours con i Traffic, vent’anni prima), presente alle sessions, ne descrive l’atmosfera, dandole quasi un significato mitologico. “Era molto psichedelica. C’erano candele e luci al petrolio o stroboscopiche. A volte lo studio era immerso nella totale oscurità. Eri disorientato dall’assenza di luce diurna, incosciente del tempo che passava”. In effetti, i musicisti suonano, improvvisando, totalmente isolati nell’oscurità, avvolti nel profumo d’incenso, senza sapere esattamente come sia la struttura completa dei brani a cui contribuiscono. Il lavoro di cura del suono in post produzione è immenso. Alan McGee dice di Eden: “È il suono di un artista a cui sono state date le chiavi del regno, e che restituisce arte”. Impossibile non pensare alle traiettorie ardite dei Radiohead, da OK Computer in poi, o a Field Of Reeds dei These New Puritans, o all’evoluzione dei Death Cab For Cutie, giusto per scegliere qualcuno dal mazzo, senza rivolgere lo sguardo a quelle sessions. La santificazione del suono e dell’equilibrio fra pieni e vuoti, che troverà ulteriore estremizzazione due anni dopo col finale The Laughing Stock. Ma ormai i Talk Talk sono solo Hollis e Friese-Green (Webb se n’è andato due anni prima). Il numero di musicisti coinvolti cresce fino a 18 (scelti da una lista iniziale di 50), gli interventi ancora più isolati dal contesto generale dei brani e la regia di Mark Hollis spinta fino a dichiararsi soddisfatto solo quando ogni musicista ha “espresso il proprio carattere e raffinato il proprio contributo fino all’essenza più pura e vera”. Tago Mago dei Can e John Coltrane i modelli di una ricerca ai limiti, perseguita con dedizione totale, liberata da qualsiasi aspirazione terrena che non sia la perfezione, nel momento in cui si manifesta. Cosi totalizzante, che l’album diventa la fine della band: Mark Hollis, infatti, sussurra il suo secondo “preferirei di no”, chiedendo più spazio per dedicarsi alla famiglia. I Talk Talk lasciano con due album senza immediato riscontro commerciale e con la critica ancora incapace di coglierne la portata, preparando comunque la strada al post rock che verrà da lì a poco. Ma non è finita. Nel 1998, a otto anni dalla fine della band, non annunciato, esce un album con una copertina in bianco e nero, molto curiosa. È una foto di Stephen Lovell-Davis che immortala un pane pasquale siciliano, che dovrebbe raffigurare l’agnello di Dio. “Mi piace come sembra che qualcosa esca dalla testa. Voglio pensare che sia una fontana di idee”.

Quell’immagine racchiude il testamento spirituale di Mark Hollis. Il suo modo di sussurrare il suo ultimo “preferirei di no” a chi lo ascolta. Un album (Mark Hollis del 1998) definito, con superficialità, come uno dei più quieti della storia della musica, che in realtà racchiude una filosofia di intendere il suono, rispettandone religiosamente spazi e silenzi, quasi impossibile da immaginare oggi. Ancora un devoto gruppo di musicisti e strumenti per lo più acustici, par offrire al mondo un rifugio d’intimità talmente nuda, da mettere i brividi. Nelle parole di Hollis il codice per leggerla: “Volevo fare un disco dove non riesci a capire quando sia stato prodotto. Due album che amo, sono Sketches Of Spain e Porgy And Bess di Miles Davis. Gli arrangiamenti usati per evocare un’atmosfera. Io volevo fare la stessa cosa. Mi piace il carattere e la realtà degli strumenti acustici. Anche l’ambiente in cui la registrazione avviene deve ascoltarsi su disco. Ecco perché ho regolato il volume degli strumenti in modo che riverberino come parte di un suono totale. Cercavo strumenti che potessero crescere attraverso i loro limiti, come il clarinetto, la tromba o il flauto. Per far sentire l’ambiente, ho dovuto creare le condizioni per rilassare I musicisti e fargli trovare la loro personale chiave interpretative. Per me l’ambizione estrema è quella di fare musica, che non ha una data di scadenza, può esistere oltre il suo tempo”. Impossibile andare oltre, a quel punto. L’ultimo “preferirei di no” è un atto quasi necessario. Hollis si ritira a Wimbledon con la moglie e i due figli. La contemporaneità è qualcosa che non lo riguarda più. Nel silenzio e nell’assenza. Si era capito molto tempo prima, che ci fosse qualcosa che non andava. È che era impossibile da spiegare a parole.



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