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di Fernando Rennis

Fedeli alla psichedelia e aggrappati alla dimensione realist(ic)a del quotidiano, i Vibravoid (che avevamo intervistato in precedenza quattro anni fa qui) continuano da più di trent’anni a sfornare dischi e calcare palchi di tutto il mondo. La loro forza è proprio questa: fare l’unica musica che per loro ha valore, senza risultare superati o fuori moda. Un ruolo difficilissimo da assolvere nell’era di Spotify e di Ableton, eppure così facilmente assimilato e interpretato con sincero interesse da uno dei gruppi più eterodosso del panorama internazionale. Li avevamo già intervistati qualche anno fa e sarebbe utile rileggere quell’articolo per capire come, non solo i Vibravoid siano costantemente iperattivi, ma anche come il tempo non cambi di una sola virgola il loro modo di intendere la musica e la vita. Ora, come allora, ci troviamo di fronte a un gruppo logorroico (nel senso migliore del termine), che non ha paura di esporsi e, soprattutto, non ha alcun dubbio sulla propria identità e sul proprio cammino: un esempio di coerenza e resistenza fuori dagli schemi. I loro pregi più sorprendenti sono la fedeltà al loro credo estetico e la frenetica necessità di buttar fuori materiale, poco importa che si tratti di ristampe, inediti, registrazioni dal vivo o versioni deluxe contornate di rarità. Nel solo 2018 hanno pubblicato il condensato psych e kratrock Vibrations From The Cosmic Void, ennesimo capitolo di una discografia bulimica, un live in formato audio e altri progetti sono naturalmente in cantiere. Abbiamo parlato con Christian Koch, che ricalca a pieno i tratti somatici della band: un’oasi sonora che, in barba all’ipertecnologizzazione e fregandosene del morbo retromaniaco di questi anni, persiste nel diffondere il verbo psichedelico.

Qualche anno fa, su queste pagine, dicevate che “la psichedelia è la madre di tutta la musica moderna”. Lo pensate ancora?

“Assolutamente, gli anni Sessanta erano un periodo in cui il pop moderno veniva esplorato, definito e portato alle masse. È un fatto storico e non ha nulla a che vedere con il mio pensiero personale. La psichedelia non era la fonte ma il maggior catalizzatore di quei tempi, era un’esplosione di vita moderna, così come la conosciamo ancora oggi: non è cambiato molto, tranne il fatto che le persone sono diventate più stupide e maleducate, cosa che fa capire perché, nel frattempo, non è avvenuto alcuno sviluppo artistico e sociale”.

Ci sono album o artisti contemporanei che stanno ispirando la vostra musica?

“Non ne ho idea, molti gruppi suonano stoner metal o indie shoegaze e usano per copertine e poster idee che ho sviluppato qualcosa come venticinque anni fa. Anche la parola “void” sembra molto popolare, così come parole “dead”, “black” o “electric”, per i nomi delle band. C’è davvero un gruppo che si chiama “Electric Black Dead Void”?! Credo possa essere il nome definitivo per una band! Quello che era il nostro logo, adesso è diventato il classico sfondo per le copertine di un ipotetico secondo album heavy metal…posso dire tranquillamente che questo accade perché abbiamo anticipato le nuove band, quindi è impossibile essere stati influenzati da esse. Suoniamo musica psichedelica da quasi tre decenni, da molto tempo prima che i nuovi gruppi avessero sentito la parola “psichedelico”, quindi: come potrebbero essere un’ispirazione per noi questi gruppi?”

Avete cominciato nel 1990, com’è cambiato il vostro approccio con la musica da allora? Voglio dire, in entrambi i casi: quello tecnico (il digitale, l’uso del computer) e quello discografico (lo streaming ecc).

“Non c’è stato alcun cambiamento: detestiamo ancora la musica fatta dopo il 1970, perché è peggiorata sempre di più. Usiamo sostanzialmente le stesse tecniche di registrazione che usavamo negli anni Novanta. I computer non hanno cambiato nulla, se non il fatto che adesso le persone che possono far musica sono molte di più. Non m’importa di tutta questa storia del digitale, perché non ha alcun valore per me. Il formato digitale è utile perché rende disponibile le cose a tutti e preserva l’ambiente, perché non viene prodotto alcun mezzo fisico. D’altra parte, il sovraccarico di roba disponibile confonde le persone, le rende pigre e superficiali. Pensa alle “fake news”, nulla di nuovo rispetto agli ultimi cento anni: sono state sempre il mezzo della propaganda, quindi, perché sono diventate l’argomento dei nostri giorni? Tutto questo per dire che non sono i mezzi che ci influenzano, ma la vita vissuta, quella reale. Diciamo le stesse cose di trent’anni fa e il tempo ci ha dato ragione, ecco perché ci possiamo permettere di essere così radicali al giorno d’oggi. In fondo, puntavamo sul vinile quando non era ancora tornato di moda”.

Il vostro ultimo album è uscito a maggio, dove lo collochereste all’interno della vostra vasta discografia?

Vibrations From The Cosmic Void è un po’ diverso da tutto il resto, dato che è il primo vero concept album che abbiamo fatto. Mushroom Mantras e Wake Up Before You Die avevano un concetto forte, ma il nostro ultimo album riveste la sua tematica principale di arte e vita reale. Stiamo organizzando il Rheinkraut Festival, una celebrazione del krautrock, che è nato a Düsseldorf cinquant’anni fa, e dei movimenti di protesta del Sessantotto. Ecco, l’album è fortemente influenzato dalle idee e dagli ideali di quel periodo e cerca di creare una nuova interpretazione della Kosmische Musik e del krautrock. Quest’ultimo, per noi è un approccio tedesco alla musica psichedelica internazionale, che è simile al prog italiano degli ultimi anni Sessanta e dei primi Settanta. In questo senso, Vibrations From The Cosmic Void è un album molto personale”.

Nonostante voi siate una sorta di oasi sonora, avete sicuramente avuto occasione di vedere con i vostri occhi la scena musicale tedesca. Cosa ne pensate?

“Be’, non posso dirti molto in merito: di solito queste band suonano una sorta di stoner metal o indie rock depressivi. Negli anni Ottanta ho cominciato ad ascoltare musica degli anni Sessanta e da allora non ascolto altro: pop, elettronica e hip hop non m’interessano, sono prevedibili e noiosi. Non so nemmeno se apparteniamo effettivamente a una sorta di scena tedesca, siamo europei, che è molto più importante”.

Credete che la vostra psichedelia sia un tentativo escapista di evitare una realtà deludente e noiosa, oppure una sorta di “step successivo” che vi permettea di capire questo periodo storico?

“Non saprei. Lavoriamo al posto di pensare: facciamo arte perché l’arte è futuro, non c’è nulla che lo possa creare eccetto la creatività. Forse possiamo aiutare le persone a capire le relazioni e come queste siano in realtà. Posso dire che non cantiamo di favole, ma della vita reale delle strade: la spazzatura, i senzatetto, l’inquinamento, i rifugiati e tutte quelle cose che determinano la nostra vita e da cui non possiamo scappare”.

Ultima, classica, domanda che, però, nel vostro caso è quanto mai fondamentale: quali sono i vostri progetti futuri?

“Pubblicheremo l’edizione per il decimo anniversario di The Politics Of Ecstasy, a febbraio sarà la volta della versione in vinile del nostro live al Rheinkraut Festival e io continuerò coi miei progetti di op art. Ovviamente continueremo incidere e suonare coi Vibravoid!”


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