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(Illustrazione di copertina del libro I ferri del mestiere)

di Rossano Lo Mele

Il casino dei giornali di settore riguarda anzi tutto il linguaggio scelto. Anzi, il casino dei giornali di settore è che quando li legge davvero una persona interna (a quel determinato settore) ci si rende conto di quanto poco l’informazione sia accurata. Prendiamo il caso per antonomasia: il giornalismo scientifico. Il povero Piero Bianucci (“La Stampa”, uno dei più autorevoli, se non il migliore divulgatore di cose scientifiche su carta degli ultimi decenni) fra qualche mese spegne 74 candeline. Che gli si conceda una meritata pensione e riposo. Dietro di lui non c’è il vuoto, ma quasi. Inserti salute dei quotidiani. Mensili di tecnologia che si avventurano su sdrucciolevoli temi medici. Resoconti sanitari di cronaca. Non farò esempi solo per non mettere in imbarazzo nessuno (firme e testate) e perché ho ancora un mutuo ventennale da estinguere. A chi lavora nell’ambito e ne legge non resta che mettersi le mani nei capelli. Panzane, disinformazione, scelta randomica dei vocaboli. Metà cialtronaggine, ma metà anche visione giurisprudenziale delle cose: si tratta in fondo di temi “difficili”, nessuno li capisce, un po’ di oscurantismo misto a ignoranza non ha mai ucciso nessuno, no? In effetti no, e così si insiste. Pancreas, prostate, idropi, edemi buttati lì a casaccio. La solita storia: siamo un popolo di umanisti, scrittori, poeti, amatori, le ragioni del cuore anzi tutto. Eppure, di fronte alla domanda posta a Bill Werde – ex direttore di “Billboard” negli Stati Uniti – sul cosa studiare per diventare dei buoni giornalisti musicali lui rispondeva: medicina. Se, insomma, alle ragioni del cuore tardo romantiche sostituissimo quelle “ippocratiche” forse otterremmo una scrittura e un’informazione più ricca e attendibile.

(Che poi: il linguaggio medico avrebbe di suo una tale ricchezza da permettere metafore, sinonimi, acrobazie linguistiche inimmaginabili). E lo so bene che esiste tutta una stampa scientifica affidabile. Di settore, appunto. Come quella musicale. Oppure prendiamo il linguaggi sportivo, sempre ingrigliato dentro a una narrazione motivazionale – cadere, rialzarsi, 100%, le sfide della vita e via così – oppure, per dirla con Aldo Grasso, incarcerato nel cosiddetto “covercianese” (siamo in Italia, giusto?): scarichi, ripartenze, inerzia, prospetti.   

I Ferri Del Mestiere: rubo il titolo a un vecchio, meraviglioso saggio/collage firmato da Fruttero & Lucentini. I due smontano la scrittura narrativa dividendola per aree e temi e suggeriscono come affrontarla. E la scrittura musicale come sta messa, dovendo fare un bilancio alla fine del 2017? Non male, si assiste a un’esplosione di scritture, quindi a un’inevitabile sperimentazione e avanzamento del linguaggio. Ma certo anche il nostro mondo è affetto dal covercianese. Recensioni che parlano ai quattro frequentatori feriali della parrocchia dark wave goth psych fuzz tech house. Dobbiamo migliorare, essere più comprensibili, e da tutti. Perché in quest’era post ideologica non è infrequente che un lettore non di settore s’imbatta in riviste di settore. E del lettore – lo diceva già Indro Montanelli – bisogna sempre avere supremo rispetto, che abbia la quinta elementare o un dottorato in crossmedia in qualche università dell’Ivy League americana. Però una cosa, una almeno, si può affermare di questi panini di carta che stringete tra le mani: si tratta di oggetti narrativi compilati con così tanta passione da parte di chi ci scrive che l’inaccuratezza non trova quasi mai (quasi) domicilio, nelle riviste musicali. Un buon risultato. Un settore dove la conoscenza verticale supera ancora la competenza orizzontale. Che sarà anche sorpassata nella società liquida delle piattaforme a scorrimento veloce e della grande distrazione di massa, ma che è però portatrice della più importante risorsa, per chi lavora con la creatività e le parole: l’identità. L’identità – quella di un musicista, come quella di un artista in genere o quella collettiva di una testata – si acquisisce con gli anni di apprendistato, le singole biografie, i libri letti, i dischi ascoltati e la capacità di mettere in relazione testi e contesti. Che è una cosa un po’ diversa dall’occuparsi di temi sconosciuti pretendendo di, alla fine raggirando chi legge (e se stessi). Quattro anni fa Bill Werde, nell’abbandonare la scrivania di direttore a “Billboard” lasciava questo messaggio, rispetto al mondo della musica e dei musicisti: “Maybe, just maybe. We should focus on their art”. È quello che proviamo a fare tutti i giorni e che ci proponiamo di fare anche nel 2018. Buona fine d’anno e buona lettura, nel mezzo.   


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