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editoriale_297

di Rossano Lo Mele

Ho visto Liam Gallagher una sola volta dal vivo, allo Juventus Stadium. Non stava suonando. Giocava a calcio, invitato dall’amico Alessandro Del Piero. Era una “Partita del cuore”. Mentre questo giornale è già comodamente in edicola, il rock continua inesorabile a macinare la sua storia e a impomatare se stesso. Sta per succedere qualcosa di grosso: proprio nel mese di ottobre 2016 si celebra il ventennale e la storia di uno dei gruppi inglesi più famosi di tutti i tempi: gli Oasis. Ventennale, ma in che senso? Nel senso che viene ripubblicato in questi giorni il terzo album della band, Be Here Now. Cito dalle note: “Inciso con il produttore Owen Morris agli Abbey Road Studios (…) tra l’ottobre 1996 e il maggio 1997, Be Here Now è forse l’album inglese più atteso di tutti i tempi. Nel corso dell’estate gli Oasis si erano esibiti alla Knebworth House davanti a 250.000 persone: due concerti che per molti sono stati il simbolo degli anni 90. Originariamente uscito alla mezzanotte di giovedì 21 agosto 1997, Be Here Now ha venduto 700.000 copie in soli tre giorni ed è tuttora l’album inglese che ha venduto più velocemente al momento alla pubblicazione. A oggi ha totalizzato oltre otto milioni di copie nel mondo. Dall’album sono stati estratti tre singoli: ‘D’You Know What I Mean?’ e ‘All Around the World’, che hanno raggiunto il numero uno delle classifiche, e ‘Stand by Me’, che ha conquistato la posizione numero due. Il sette ottobre 2016, data di uscita della nuova edizione Chasing The Sun Edition, è il 20esimo anniversario del primo giorno di registrazione agli Abbey Road Studios”. Non solo: proprio per celebrare i leggendari show di Knebworth, esce anche il film-documentario Supersonic. Che racconta quell’epoca e lo fa usando le due voci protagoniste. Cioè, antagoniste: quelle dei fratelli Liam e Noel Gallagher.
I fratelli Gallagher: alcuni ancora li aspettano a Rho Fiera, dal 2009, per un concerto. Ma loro avevano deciso di sciogliersi un giorno prima menandosi in un camerino di Parigi. Da quel momento – un po’ come per gli Smiths – le voci di una possibile reunion affiorano su base quotidiana. I due negano, nicchiano, ritrattano, infine smentiscono. Del resto, si odiano. Una cosa però hanno continuato a farla. Provocare. Noel dall’alto della sua maturità ha capito che ha bisogno di stare su giornali musicali e sui siti d’informazione per alimentare la sua carriera; così quando s’appropinqua un suo album diventa un florilegio di dichiarazioni. Tendenzialmente offensive nei confronti di popstar (che poi ritratta, come nel caso di Ed Sheeran). Ma intanto, come si dice, se ne parla.
Liam invece. Liam è l’irascibile. Il punk, il ragazzo delle council house, quello che ne ha sempre avuto per tutti, l’hooligan del Britpop, quello vero. Il provocatore 100%. La storia di Liam alla fine è quella davvero interessante. La racconta come fosse anch’essa una ristampa (ossia in modo strabordante) sull’ultimo numero del mensile inglese “Q”. Dove si apprendono una serie di cose. Alcune note: ossia che Liam è una star di Twitter, dove le dita non riesce proprio a pizzicarsele e ogni tanto gli partono 140 caratteri di fuoco. Altre cose invece le ignoravamo. Del tipo: era quattro anni che non parlava così apertamente. Ha divorziato e ora sta con tale Debbie Gwyther, sua fidanzata e manager. Debbie ha una sorella gemella, Katie, con un figlio piccolo. Liam gli ha insegnato la prima parola da pronunciare. City, nel senso di Manchester, la squadra. Liam ha deciso di chiudere l’esperienza con i Beady Eye, il suo gruppo post-Oasis perché fallimentare. Il secondo disco è andato malissimo, se si fossero presentati a suonare al Coachella ci avrebbero rimesso dei soldi (5 euro a testa). E il bassista Andy Bell (quello dei Ride) voleva nel frattempo tornare a suonare nei Ride: Liam gli ha detto he non voleva stare in un gruppo dove un altro aveva 900 progetti paralleli.
Poi: scopriamo che la fidanzata ha detto a Liam di smettere di comportarsi da dickhead. Gli sta facendo girare Londra in lungo e in largo, dove vive ormai da tempo, avendo preso in affitto un appartamento con lei. Liam fa una vita normale. Compatibilmente col fatto di essere una fottuta leggenda, aggiunge. Parla col macellaio, col fioraio, continua a fare battutacce su suo fratello. Afferma che Noel vive in una bolla dove è protetto h24. E poi dichiara che Noel ha perso il contatto con la realtà: vive in una casa da 17 milioni di sterline, mica come lui, che ne ha una solo da tre milioni. Se vivi in una casa così, dice Liam, è normale che poi tu voglia avere come amici gente come Damon Albarn, Chris Martin e Bono Vox, nonostante tu stesso li abbia ridicolizzati per una vita.

Lo storytelling dei provocatori, nella contemporaneità, funziona così: interessa cosa dicono, non verificarne la maniera in cui gestiscono la loro vita o la qualità di quanto davvero realizzato da loro. Quello è un altro mestiere. Liam strilla dalla copertina di “Q”: Vi stavate annoiando senza di me, vero?” Boh, forse sì. Ma pure no. Tanto tra qualche minuto torna Noel e saremo distratti da altro. Il provocatore nell’aggredire sposta berlusconianamente l’oggetto della discussione. Quanti ne conosciamo di tipi così? Leoni da tastiera, critici, cronisti, musicisti, compagni di calcetto, compagni di una sera al pub, egomaniaci, accumulatori di cazzate non verificabili, organicamente molli. I dischi dei Beady Eye non erano poi questo granché. Come gli ultimi dieci anni di Oasis. Ma sentirselo dire non è bello, anche se Liam sfida l’intervistatore dicendogli: chiedimi tutto quello che vuoi, sennò che intervista è?
La nuova vita di Liam, dice Liam stesso, è fatta di sveglie sistematiche alle cinque del mattino. Fa stretching e poi si spara dieci chilometri di corsa. La stessa cosa la dichiarava già sette anni fa, a dire il vero. La sveglia era alle sei, all’epoca. Stesso iter. Un anno fa, alla “Partita del cuore”, un ragazzino dietro di me ha chiesto al padre chi fosse quello in campo. Il padre ha riposto: ma è Liam Gallagher degli Oasis! Il figlio gli ha risposto: dovrebbero chiamarlo Ciccio degli Oasis. Ecco perché all’epoca i giornali inglesi facevano ironia sul terzo disco degli Oasis, chiamandolo Beer Here Now. D’you know what I mean?


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