stearica

di Francesco Vignani

“Sarà per i nostri tempi epocali ma, anche se Fertile è uscito da quasi un anno e mezzo, ci sentiamo ancora in piena botta promozionale. Ovvio, non funziona così normalmente: un disco, dopo due o tre mesi, comincia a essere visto come obsoleto”, racconta a un certo punto Francesco Carlucci, chitarrista del trio torinese. Rendendo lampante come la storia degli Stearica sia innanzitutto una faccenda di ritmi. Quelli più prettamente legati alla sfera sonora, intanto: tradotti – a leggerli in maniera magari superficiale, e ne riparleremo – in una matassa strumentale che parte da quanto è post e math per arrivare a declinazioni free e noise a un passo dall’hardcore. Ma anche scandita da ritmi produttivi lentissimi, quasi una storia nata diciannove anni fa all’inizio della crisi del disco se ne fosse fatta inconsapevole riflesso: solo due i lavori in studio (anche se andrebbe conteggiato lo split del con gli Acid Mothers Temple del 2010) a fronte invece di centinaia di date. In larghissima maggioranza all’estero, ma lontano dai circuiti nati attorno a quelle comunità di espatriati a cui Spotify serve da prolunga del cordone ombelicale col Bel paese. Intanto perché a Londra i tre hanno l’etichetta, quella Monotreme che è anche marchio di una band cruciale per i tre come i 65 Days Of Static. E perché a forza di guardare a nord della loro Torino, la lista di collaborazioni dei tre si è fatta cogli anni di assoluta rilevanza. Sui palchi, partendo magari da quella con Damo Suzuki dei Can che fu da spunto a uno dei primi contatti di questo giornale col gruppo. Come e soprattutto su disco: da Dälek ai tempi dell’esordio (Oltre, 2008) a Ryan Patterson dei Coliseum, Scott McCloud (Girls Against Boys) e il fenomenale Colin Stetson per Fertile. Della cui onda lunga, e in attesa del disco solista del batterista Davide Compagnoni con l’alter ego Khompa, parliamo con Francesco alla vigilia di una tutto meno che frequente data torinese, quella di sabato 27 agosto all’interno del festival Todays.

Vista la vostra fama di live band, che ne è di Fertile dopo le prime quaranta date di tour?

È ancora molto fresco, ci emoziona ancora. Fin dalle prime date di presentazione, in Inghilterra, avevamo deciso di suonarlo in modo piuttosto fedele. E d’altro canto Fertile era nato con in testa il live, anche più del disco con gli Acid Mothers Temple che era nato sì come improvvisazione ma che poi avevo prodotto io in studio. Adesso contiamo di arrivare a cinquanta concerti – abbiamo già un tour europeo in cantiere – e fermarci: ora non abitiamo nemmeno più tutti e tre a Torino, io vivo in Romagna, e questo vuol dire che quando ci incontriamo dobbiamo essere stra-focalizzati e concentrati sul gruppo. Abbiamo vite frenetiche e lontane: è cambiato tutto, se vogliamo.

Resta un disco che per quanto arrivi a otto anni di distanza dall’esordio non ha l’ansia di chi deve per forza di cose infilarvi tutte le esperienze maturate nel frattempo. Ha una sua compattezza e un’identità precisa, soprattutto.

Sì, a differenza di Oltre che era una sorta di manifesto stearico: lì sì che avevamo voglia di fare capire quanto avevamo macinato nei nostri primi anni. Era un po’ come se avessimo abortito due o tre dischi prima di quello: una volta capito che eravamo pronti – sempre coi nostri tempi, ovviamente… – volevamo manifestare appieno i nostri range creativi. Con Fertile abbiamo invece finito per realizzare una specie di concept album, anche se l’idea di partenza non era quella. È stato durante che – una volta riascoltato il materiale – ci siamo accorti che quello che animava questo disco era la parte più legata alle primavere arabe, a quel periodo fertile tanto a livello umano quanto per quello che riguarda il Medio Oriente.

Rischiando anche, visto la velocità degli eventi, il ribaltarsi di molte di quelle rivolte di piazza e il continuo spostarsi dell’attenzione da un paese all’altro.

Per noi era più un discorso di energie umane, purtroppo la stessa massa che è il motore di questo tipo di situazioni storicamente ha sempre finito per essere manipolata dal potere. Quello che questa volta mi ha fatto particolare impressione è che, a fronte di tutte le speranze, in realtà queste primavere arabe si sono dimostrate una sorta di vaso di Pandora da cui poi è uscito di tutto. Ma le buoni intenzioni delle persone, quelle energie là come in Spagna con gli Indignados, a noi hanno dato un’enorme carica. Quando entravamo in sala, prima di cominciare a suonare e non parlare più per ore, ci confrontavamo con quello che stava capitando parlandone fra noi. Non abbiamo preso una vera posizione nei confronti di quello che è accaduto, eravamo semplicemente impressionati positivamente da queste persone che volevano cambiare il loro stato di cose. Proprio mentre qua ci muoviamo a colpi di click anche se avremmo tutti i motivi per ribellarci, se pensi all’erosione dei nostri diritti civili.

Siete d’altronde in una certa qual misura figli di una scena torinese mai troppo lontana dalla politica. Soprattutto quella immediatamente antecedente alla nascita degli Stearica, legata al giro hardcore e a certi centri sociali.

Io e Luca (bassista, nda) siamo cresciuti, fin dai tempi del liceo, fra ragazzi che bazzicavano realtà come El Paso o la Delta House. Sono loro ci hanno presentato agli occupanti e, anche se non c’entravamo nulla a livello musicale, erano posti in cui ci accoglievano a braccia aperte. Per un po’, ogni volta che i Sabot suonavano a El Paso, noi finivamo piazzati sistematicamente in apertura, ad esempio. Alla Delta, invece, ci dicevano di andare perché gli facevamo fare un trip. In un modo o nell’altro, vivendo e sentendo quel che ci passavano, qualcosa è finito sotto pelle. A livello di attitudine, soprattutto: c’era una fiducia, una forma di incoraggiamento forte in quell’accoglienza. Ora dei ragazzi che escono dalla sala prove a mezzanotte non so dove potrebbero trovare posti simili in cui mangiare e magari parlare di politica: non ce ne sono più, secondo me.”

Spicca un contrasto, semmai: ad andare ora sul sito della Monotreme le prime due notizie in homepage riguardano l’esordio di Davide come Khompa e i Niagara, altri torinesi. Peccato che stiamo parlando di un’etichetta inglese, non piemontese.

Sono un po’ il responsabile di tutto questo, mi sa. Quando avevo vent’anni giravo l’Europa come driver o tour manager e in una serie di festival europei continuavo a incontrare Kim, la fondatrice dell’etichetta. E soprattutto incontravo le sue band dell’epoca: i 65 Days Of Static, ma anche i Picastro o Barzin. Erano tutti artisti che mi piacevano perché a prescindere dal contesto in cui mi trovavo avevano sempre qualcosa che mi affascinava, seppure i loro linguaggi fossero lontanissimi da quello degli Stearica. Così che è stato naturale passarle dei nostri provini e andarla a trovare quando passavamo dall’Inghilterra.

Tanto che lo stesso vostro esordio sarebbe potuto uscire per loro, no?

Esatto, solo che in quel momento la Monotreme aveva un piano di uscite fittissimo e i 65 Days Of Static erano sul punto di esplodere. Lei ci chiese di attendere un anno ma noi avevamo un tour pronto con i Lullabye Arkestra, il gruppo in cui militava Justin dei Do Make Say Think e non volevamo più attendere. Anche perché all’epoca giravamo già da sei o sette anni e va bene il DIY, ma era anche ora di avere una mente manageriale, anche solo in minima parte. Andavamo in tour senza neppure del merchandising, nulla di fisico che potesse rimanere. C’è gente che ci ha visto dieci anni fa e quando ci incontra adesso ci dice che pensava fossimo scomparsi.

Forse il vostro essere conosciuti soprattutto all’estero ha anche a che vedere con il modo in cui certi suoni – diciamo post-rock? – sono vissuti dal pubblico italiano. A me sembra che l’immaginario nostrano sia rimasto ai Novanta: pochi mesi fa, a un concerto dei Tortoise, c’era la coda per acquistare Millions Now..del 1996, non gli altri.

Probabile, ma se quei dischi – penso agli Slint di Spiderland, soprattutto – li abbiamo sentiti, abbiamo sempre ascoltato in maniera famelica anche generi completamente diversi. Il nostro carburante è proprio stata questa eterogeneità di ascolti, dal noise al metal passando per il jazz, che io e Luca abbiamo anche studiato: il post per noi è stato il capire che potevamo miscelare tutte queste cose e giocare con la musica. Avevamo già questa cosa di muoverci con stacchi di un certo tipo e di cambiare stanze sonore all’interno dello stesso brano, così che già ai primi tempi era difficile per noi sentirci appartenenti a un genere preciso. Quando ci hanno appioppato l’etichetta di post-rocker siamo rimasti disorientati: sapevamo di fare strumentali e che qualcuno ci avvicinava ai Mogwai, ad esempio, ma la prima volta che ci hanno paragonato a loro li conoscevamo a malapena. Non sono mai stati degli ascolti preponderanti, magari ascoltavamo un po’ di più i Tortoise perché li trovavamo più intelligenti. Gli unici riferimenti veri erano quelli attitudinali, e arrivano dai gruppi più grandi di noi con cui andavamo in tour.

Siamo un paese tradizionalmente esterofilo, spesso fino al paradosso. Invece, se arrivi da un determinato percorso e mandi un provino a uno come Colin Stetson, l’ultima cosa che guarda è la nazionalità, no?

Sì, nel nostro caso è stato tutto molto naturale, girando all’estero italiani non ne incontri. Noi siamo esterofili come italiani, ma il resto degli europei lo è verso il mondo a stelle e strisce. Io negli anni ho girato tantissimo con band americane o canadesi e pochissimo con gruppi europei, ad esempio, a meno che fossero inglesi. E avendo noi suonato con tantissime band, è normale che si crei un network di artisti. È da tempo che abbiamo intenzione di creare un festival o qualcosa di simile in cui portarli a esibirsi insieme, con quelle cosiddette regole che fanno parte del nostro universo: incontri sul palco, improvvisazione, tutto ciò di cui ci siamo nutriti in questi anni. E ci piacerebbe farlo magari l’anno prossimo che compiamo vent’anni: chissà che non possa essere il momento in cui mettere a sistema tutto questo.

Prima però dovrebbe esserci qualcosa ancora legato a Fertile, no?

Esattamente. Dalle stesse sessioni del disco sono nati brani del tutto differenti, un po’ per l’uso degli strumenti e una maggiore presenza della parte elettronica e un po’ per intensità, per decibel. Sono brani molto più dilatati, più vari e meno rumorosi. Lati nostri che magari sono già usciti in parte: penso al disco con gli Acid Mothers Temple o alla nostra sonorizzazione di Der Golem del 1920. Ora la sfida è capire che succede con questa sorta di disco gemello.

Conoscete benissimo le realtà straniere, però al di fuori della band vi confrontate quotidianamente con quelle italiane: tu lavori per un ufficio stampa, Fleisch, mentre Davide suona spesso con realtà diversissime da voi come Roy Paci & Aretuska. Sono esperienze che in qualche maniera confluiscono negli Stearica?

Come ti dicevo, io ho sempre vissuto dentro la musica, in un sacco di posizioni differenti, cercando di sapere fare di tutto proprio per non mettermi dietro una scrivania. Noi tre abbiamo capito subito che il gruppo non sarebbe mai stato una forma di sostentamento, siamo troppo distanti da certe logiche. Tanti amici ci dicono di lavorare di più sulla band, ma io ho fin dall’inizio una visione un po’ romantica di noi tre: ho sempre pensato che se avessimo insistito su questa cosa l’avremmo persa. Non abbiamo i caratteri di tre persone che possono stare tutto il tempo insieme, d’altronde. Il mescolarci con mondi completamente diversi, invece, ci ha insegnato qualcosa sul piano del professionismo. Il girare con gruppi con ben altri cachet ti fa rendere conto di come cambia poi la scala: noi abbiamo sempre cercato di girare leggeri, pronti a soluzioni differenti. E a volte a salire di livello snellisci, anziché appesantire: anche tecnicamente.