rokia traore

di Stefania Ianne

Londra, inverno non freddo ma cupissimo, il sole si vede con il contagocce. Pioggia deprimente, un autunno eterno. L’idea di trascorrere una serata nel palazzo rotondo londinese in compagnia di una cantante proveniente dal Mali non può che essere allettante. Il suono del Mali è unico e riconoscibile. Il suono dell’Africa. Caldo, intenso, avvolgente. La musica etnica, la world music è molto apprezzata nei quartieri sofisticati di Londra e il Mali in particolare è rappresentato in maniera preponderante grazie all’interesse e alla passione di vari musicisti di fama internazionale tra cui Damon Albarn. Ritorneremo all’eclettico musicista inglese, noto ai più come il cantante dei Blur e Gorillaz.

Rokia Traoré è a Londra per iniziare la sua tournée e per presentare Né So, il suo ultimo album in pubblicazione il 12 Febbraio a cura della Nonesuch (su cui appaiono John Paul Jones e Devendra Banhart). Il Guardian elenca il concerto alla Roundhouse di Londra tra gli eventi culturali da non perdere per il 2016. Viste le premesse, le attese sono incredibilmente elevate. Il rischio di essere delusi è pesante ma, a a parte un inizio stentoreo ed emotivo, il concerto è un trionfo – lo dico subito, niente suspense. Rokia ha una presenza scenica invidiabile. L’inglese non è la sua lingua, parla francese e bambara. È figlia di un diplomatico e ha trascorso gran parte della sua vita in Europa. Il suo ritorno in Mali inizia in maniera ingenua e idillica allo stesso tempo: il ritorno alle origini, alla bellezza e alla forza del continente africano opposto alla vecchia Europa. Ben presto il sogno viene infranto dall’inizio della guerra civile, una delle guerre dimenticate che avviluppano l’Africa.

I toni politici affiorano in continuazione e l’espressione sul viso della Traoré mentre canta è ancora più potente delle parole che non comprendiamo. Musicalmente, è in bilico tra Africa ed Europa. La gioia musicale del continente africano spesso prende il sopravvento sulla malinconia: durante il concerto è indimenticabile il momento in cui Rokia abbandona la fedele chitarra elettrica per intonare Zen. Un inizio soffuso, un’esplosione sonora costruita nota su nota, un sorriso, un’energia, una fonte di felicità che contagia tutta la sala insieme alla danza, alla libertà e la grazia dei movimenti uno spettacolo totale. Non capisco chi ha avuto la geniale idea di trasformare il parterre aperto della Roundhouse in un’arena dove gli spettatori sono costretti a sedere, riducendo il numero di spettatori in maniera drastica e privando la libertà di partecipare fisicamente, lasciarsi andare al ritmo devastante della batteria del burkinabè Moise Ouattara e del bassista della Costa d’Avorio Matthieu N’guessan, entrambi partecipi durante la registrazione di Né So.

La sezione ritmica sfoggia vestiti a grandi stampe tipicamente africani, in particolare la blusa e i pantaloni di N’guessan e il vestito della corista Bintou Soumbounou sono creati nello stesso tessuto a grandi petali. Mi chiedo se il tessuto simboleggia l’appartenenza alla stessa famiglia, come vuole la tradizione. Alla sinistra del palco, ancora proveniente dal Mali, e collaboratore di Rokia sin dagli inizi, Mama Diabaté ci stupisce con il suono dello n’goni, unico strumento tradizionale sul palco. Diabaté ha una collezione di n’goni allineati sul palco, di dimensioni e accordature diverse. Anche lui una presenza visiva solare, coloratissima in contrasto con la semplicità lineare dai colori sobri del vestito indossato da Rokia – un vestito strategico per la danza, fatto di tanti pannelli sovrapposti del colore dominante della sabbia. A paragone, alla destra del palco la presenza visiva del chitarrista Stefano Pilia appare monotona, convenzionale per i paradigmi rock, ma la sua presenza musicale è fondamentale nel creare una tessitura di distorsione e contrasti psichedelici inaspettati.

E Damon Albarn? In qualche modo sono riusciti a tenere la sua presenza sul palco segreta fino all’ultimo momento ma era prevedibile anche se, a mio avviso, totalmente inutile. Albarn è arrivato senza cerimonie e si è piazzato dietro alle tastiere all’estrema sinistra del palco producendo un suono discordante e all’apparenza improvvisato sul momento durante due canzoni alla fine delle quali si è dileguato silenzioso come era arrivato. La sua presenza sul palco è ripetuta nel finale quando Rokia Traoré ormai senza voce ci sussurra una cover funerea e solenne di Strange Fruit, resa tristemente celebre da Billie Holiday e poi da Nina Simone (con il contributo ulteriore di Kanye West) e Jeff Buckley. Questa volta il suono del piano ha un senso, ma è l’esecuzione della voce a fare emozionare.

La serata è un’altalena di emozioni. Tra i momenti più salienti quelli più solenni e intimi durante i quali Rokia celebra la forza della popolazione maliana, e in particolare delle donne di ferro del Mali e la traccia che descrive la nostalgia e il senso d’orgoglio innato verso il proprio paese natio: Kolokani. Infine il pezzo che dà il titolo all’album: Né So, chez soi, casa, a denunciare in francese gli spostamenti massicci delle popolazioni africane a causa dei conflitti. Il contenuto politico è infine accentuato nelle parole di Sé Dan, attribuite all’autrice americana premio Nobel per la letteratura Toni Morrison, nella collaborazione più sorprendente. Sul palco Rokia afferra energicamente i fogli con le parole in stampa per non sbagliare, non cambiare nemmeno una parola, il contenuto recitato con altrettanta forza dei contenuti cantati: il rispetto per sé stessi, il rispetto per gli altri, il rispetto per la diversità, il rispetto per la bellezza. Ed è con questo messaggio che lasciamo la sala, luminosi, sorridenti, solari, diversi.