greg dulli

di Stefania Ianne

Mi chiedo chi sia il direttore artistico della Union Chapel a Londra, una chiesa ancora funzionante e disperatamente alla ricerca di fondi per un restauro che non sembra decollare. Lo spazio è gotico vittoriano, austero, i banchi su cui siamo costretti a sedere scomodi, fatti per punire. Freddo fuori e dentro. All’ingresso ci offrono dei tazzoni di te gratuiti per non congelare. Delle candele sono accese intorno alla cornice ottagonale che delimita la balconata. Dei ceri sono accese sul pulpito mai utilizzato durante i concerti. Le premesse per un concerto intimo ingannano.

La prima linea dei banchi è riservata – riconosco Duke Garwood con seguito – una presenza familiare nel quartiere di Islington. In apertura, un gruppo formato da due persone: gli italiani Manuel Agnelli e Rodrigo D’Erasmo. I nomi non hanno bisogno di introduzioni. Agnelli è una figura storica del rock alternativo italiano, cantante degli Afterhours. Stasera inizia da solo alla chitarra acustica, ma l’apparenza inganna. Sin dalle prime note la performance di Agnelli è devastante. Di italiani in sala ce ne sono tanti, forse proprio data la presenza annunciata di Agnelli per le date europee di Greg Dulli degli Afghan Whigs. Ma sono troppo presa dalla performance per interessarmi a quello che succede in sala.

Agnelli, subito affiancato da D’Erasmo al violino, è magnetico. L’assenza del resto del gruppo non si nota, le canzoni denudate nell’arrangiamento guadagnano in potenza emotiva. La sua voce fa poi il resto insieme ai vari pedali che trasformano la chitarra acustica in una mitragliatrice, ammiccando allo stile di esecuzione reso famoso da J Mascis, dei Dinosaur Jr. Le analogie non si fermano ai pedali: anche Agnelli ha i capelli lunghissimi a coprire il volto teatrale, l’intensità dello sguardo. Ma mentre Mascis è lo zen fatto persona, Agnelli appare in preda ad una scossa elettrica, energizzato all’ennesima potenza. E D’Erasmo è degno complice nella performance, elegante e potente allo stesso tempo.

SI Agnelli-D-Erasmo

I due alternano pezzi in inglese a classici in italiano “if you don’t mind”, se non vi dispiace, ci dice Agnelli mentre introduce Male di miele. Tutto sembra molto naturale, persino la cover di Lilac Wine, una canzone composta negli anni 50 e riportata alla luce da Nina Simone e Jeff Buckley tra tutti. È una canzone molto delicata, la potenza della voce di Agnelli a spingerla verso i limiti estremi compositivi. L’accompagnamento questa volta è al piano. La vedova bianca non poteva mancare, soprattutto visto che Agnelli – ci dice – è stata composta insieme a Dulli. La versione di Dulli in inglese si intitola My Time Has Come. Agnelli aveva preparato almeno venti canzoni, ci dice, ma il tempo a sua disposizione è molto limitato. Il tempo per un’ultima canzone dalle tastiere “prima di un fish and chips”. E poi ride, perché si rende conto che è il modo peggiore per introdurre Many Ways.

È difficile iniziare un concerto quando chi ti precede praticamente ti ruba la scena. Ma ovviamente Dulli è un animale da palco stagionato, con un repertorio invidiabile. C’è solo l’imbarazzo della scelta. E la scelta iniziale è armonica con l’eterea: The Body. Manca Mark Lanegan il suo gemello dei Gutter Twins. Ma sul palco c’è Dave Rosser, compagno di avventure nei Twilight Singers, a suonare l’elettrica e completare le armonie vocali. Dulli abbraccia la sua fedele acustica nera decorata per tutta la durata del concerto. Anche lui è vestito di nero, al centro del palco. La seconda canzone è inaspettata. Non la riconosco subito, ma diventa chiara con il susseguirsi delle note e delle parole: Björk, Hyperballad. Scelta coraggiosa, in quanto le scale musicali di Björk raggiungono vette inaspettate. Mi chiedo la motivazione di questa scelta – che comunque paga. Un bassista madrileno di cui non ricordo il nome si nasconde alle spalle di Dulli, una presenza in sordina. D’Erasmo al violino e Agnelli alle tastiere si uniscono ben presto al gruppo per rendere il suono più completo, cinematografico, in particolare in Black Is The Colour, ballata tradizionale registrata con i Twilight Singers.

Dulli cerca le note sul piano nell’introduzione di It Kills. Le canzoni degli Afghan Whigs che si susseguono sono soprattutto tratte dall’ultima produzione Do to the Beast, uscito nel 2014, e il noir Black Love del 1996 – con l’esplosiva Summer’s Kiss tra tutte. Dulli ci chiede se siamo pronti per una canzone nuova, seduto alla tastiera: Demon in Profile, una canzone che aveva scritto da ragazzino, prima di iniziare l’esperienza con la tossicodipendenza. Dalle tastiere sembra essere in umore più confessionale. La parte principale del concerto si chiude con Number Nine, con la voce di Rosser scesa di due ottave ad imitare ancora una volta lo spirito di Mark Lanegan. Il violino di D’Erasmo, in grande evidenza, ha più assoli della chitarra di Rosser.

Dulli 2

Il concerto purtroppo giunge ad una conclusione prematura e affrettata. Greg ritorna sul palco da solo dopo pochi secondi e ci annuncia che il concerto si conclude lì a causa del coprifuoco imposto dal locale. Riesce a suonarci velocemente la cover di Modern Love, il suo tributo a David Bowie, una canzone che aveva cercato di interpretare da una vita e che finalmente ha reso disponibile sul suo sito – irriconoscibile, lontanissima dalla iper-lavorata versione funky di Bowie. L’interpretazione di Dulli è scheletrica ma energetica, solo voce e chitarra acustica. Una voce piena di fumo e dolore. “Non dimenticate David Bowie, tenetelo vivo nei vostri cuori” ci dice, e svanisce nella notte.

Setlist

The Body (The Gutter Twins)
Hyperballad (Björk)
Underneath the Waves (The Twilight Singers)
Bonnie Brae (The Twilight Singers)
Early Today (And Later That Night)
Papillon (The Twilight Singers)
Martin Eden (The Twilight Singers)
Black is the Colour
Step Into the Light (The Afghan Whigs)
She Was Stolen (The Twilight Singers)
Demon In Profile
Strawberry Letter 23 (Shuggie Otis)
It Kills (The Afghan Whigs)
Forty Dollars (The Twilight Singers)
So Tight
Can Rova (The Afghan Whigs)
Summer’s Kiss (The Afghan Whigs)
Number Nine (The Twilight Singers)

Modern Love (David Bowie)