Live Report: Diaframma @ Magazzini sul Po, Torino

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Diaframma 1

Di Domenico Mungo / Foto di Marco Baratti, Simona Baraldo, Martina Colonna

La mia personale ammirazione per la figura epica di Federico Fiumani, è aliena a qualsiasi visione etica del recensore oggettivo. Ma di ciò non m’importa una sega. Sottoscrivo quanto contestualmente affermerò. Il live che Federico ci ha consegnato, in una fredda notte marzolina sulle rive del Po, è uno scrigno pieno zeppo di diamanti. La formazione dei Diaframma ruota attorno alla figura di Federico, da sempre. Il carismatico Fiumani: un luogo comune giornalistico ormai diventato proverbiale e intorno al quale lo stesso Fiumani sembra essersi rassegnato all’evidenza cialtrona del pressapochista giornalismo italiota. Noi ci si ride sopra, suvvia, siamo fiorentini.

Stasera si presentano sul palco secondo la nuova formazione, che vede alla batteria Lorenzo Moretto, alla chitarra Edoardo Daidone e al basso Luca Cantasano. Un quartetto in grado di esaltare la carica detonante di un live che reputo forse uno dei migliori mandati in onda nelle recenti esibizioni sabaude del Nostro. Il granguignolesco palco dei Magazzini sul Po è il proscenio ideale per la performance diaframmatica e l’antica rimessa fluviale, divenuta nel Secolo Breve club fondamentale nella notoria movida torinese, è pieno zeppo di adepti del fiumanipensiero. Direi che il sold out non è una chimera. Anzi, è una confortante conferma dell’alacre lavoro, coerente e abnegato, che il Nostro ha stoicamente perseverato in tutti questi anni, superando le pastoie del dimenticatoio e della diminutio in cui la cosiddetta scena scena italiana indipendente aveva inteso relegarlo. Salvo poi riscoprire tardivamente, ma non troppo, il talento lirico e musicale dei Diaframma in frotte di citazioni e tributi solenni qua e là per lo Stivale. E, sopratutto, ritornare a gremire i suoi concerti.

“Vorrei rapire il freddo in un giorno di sole che potrebbe tornare in un attimo solo”.

diaframma 2

Federico e i Diaframma suonano come trent’anni fa. Allora furono Diaframma, Litfiba, Denovo, Gaznevada, Neon, CCCP. Allora furono avanguardia della new wave italiana e del punk tricolore. Oggi i Diaframma sono la memoria della musica italiana indipendente. Ma non inerte e revanscista, tutt’altro: attiva e propositiva come non mai. Un fiume catartico e antinostalgico. Rabbia post-adolescenziale, poesia decadente, sessodipendenza ossessiva e compulsiva. Fiumani il genio troppo spesso frainteso perché in anticipo sui tempi di un’Italietta che, mentre gli altri sfornavano il grunge e il post punk, noi avevamo Sabrina Salerno e Sandy Marton in classifica. Un diamante grezzo dedicato ai Diaframma Ultras, un’accolita di adepti pronti a immolarsi sulla barricate del rock per Federico Fiumani e la sua band.

“I figli sopravvivono all’odore delle rose…”.

Nel 1993 la vis pugnandi del boxeur fiorentino che si fa chiamare Federico Fiumani si raccolse in un ambizioso, logorroico, intransigente, splendido album di canzoni intitolato Il Ritorno dei Desideri. La Contempo, storica label fiorentina che aveva pubblicato il disco, scomparve sotto l’incalzare dei debiti che seppellirono nel fallimento di un palazzo che crolla scaffali gravidi di ottimi dischi come questo. Quei Diaframma erano un’accolita di fuoriclasse del pentagramma. L’All Star si schierava in campo con il seguente modulo (4-3-3): Fiumani (di tutto di più), Ricky Onori alla chitarra (oppure Vanni Bartolini), Marco Bachi dei Bandabardò al basso (oppure sua maestà Gianni Maroccolo), Gulli alle pelli e Magnelli ai magnellophoni dal Consorzio ferrettiano e, dulcis in fundo, la Mara Üstmamò Redeghieri ad elegiaci cori e voce solista che ingentiliva qua e là svolazzante l’atonale frontman. Ne girarono poche centinaia di copie e poi, nonostante il giubilo della critica entusiasta, sparì. Oggi la cocciuta integrità di Fiumani rimette in circolo alcuni, assieme ad una playlist che corrisponde ad un vero e proprio greatest hits, dei diamanti grezzi di quel disco in bilico tra rock, abbandono lirico e perseveranza compositiva, restituendoci tanti piccoli capolavori.

“E se un domani, noi potremo volando, toccare i tetti del mondo…”.

diaframma 3

Il Manifesto dell’espressionismo artistico dei Diaframma è condensato nella messe di concerti che attraversano da un lustro ormai il Bel paese, incendiando club e locali con la stessa intensità dei favolosi anni ’80. Poesia scevra di illusioni, uno stream of consciousness della ribellione all’omologazione del musicbusiness, delle mode, dei compromessi, delle ideologie imperanti. Essenza del live è la dialettica ora onirica ora concreta di Fiumani. Il suo afflato neosensibilista nella descrizione delle storie. Troppo vivide per essere sogno, troppo sospese per essere realtà emozionale definitiva. Canzoni surrealiste, ermetiche e decadenti ma di un’omogeneità irradiante energia propria. Dagli epici esordi IRAcondi (Elena, l’algida Siberia A.D. 1984) ai trascorsi BOXEistici (Blu petrolio), dalle vibrazioni new wave fino allo tsunami Contempo, che annegò nell’oblio. Il Ritorno dei Desideri su emaciate Labbra blu. E altre gemme riemerse come frammenti opachi dall’infinito mosaico della memoria. Con il sentito omaggio ai Television (Venus) che fa vibrare le volte del dock padano di fremiti post punk.

“Passando oltre il buio, afferro gli attimi e li ricompongo… affermando la mia esistenza sopra ogni altra cosa”.

Struggente. Intimo. Spietato. Crepuscolare. Nostalgico. Irruente. Lucido. Onirico. Sdegnoso. Sincero. Innamorato. Tradito. Traditore. Un uomo dentro lo specchio. I guantoni da boxeur sul tavolo cosparso di cocci e vino rosso. La chitarra scordata e sgraziata come una voce che fa a pugni con la melodia. Un live che interseca poesia, appunti, ricordi ed epigrammi che vengono dalla strada percorsa da Federico in trent’anni. Una rosa che sgocciola dalla finestra. Donne sullo sfondo che sfuggono fugaci ma aspre e vivaci, che a volte ritornano come un giorno di sole che acceca. Odori. Capelli. Fica. Firenze, Vaiano, Amsterdam, Verona, Venezia, la Grecia. Siberia. I luoghi di Fiumani sono sempre luoghi d’arte. Sinistri e luminosamente incombenti. Il 1977. Il punk. Quello vero. Diaframma d’esordio. Il Punk. Quello di dischi in vinile e copertine che schiacciano sotto il peso di ottomila grammi di polvere. Tom Verlaine e le sue mani da malato, i Television, i Pistols, gli Eater, i Vibrators, The Jam, The Saints, The Replacements. Il punk di chi si chiede “dov’eri tu nel 1977?” Il punk dei malati appunto. Quello di angeli che muoiono giovani. New wave. No wave. Libri sugli scaffali, confusi in mezzo ai dischi che si comprano per possedere il tempo. Pensando che forse non moriremo mai. Piccolo capolavoro di poesia post punk questo concerto slabbrato. Il solito maledetto, carismatico, Federico Fiumani.

Scaletta:

Dammi tempo
Siberia
Gennaio
I giorni dell’IRA
Diamante grezzo
Adoro guardarti
Amsterdam
Elena
Spazi immensi
Io sto con te (ma amo un’altra)
Un giorno balordo
Boxe
Labbra blu
Giovanna dice
L’odore delle rose
Venus (Television cover)
Vaiano
Verde
L’orgia
Mi sento un mostro
Blu Petrolio

Encore:

Madre superiora
Tre volte lacrime
Libra

Redazione Rumore
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