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Di Daniele Ferriero / Foto di Sara Scandereberch

Tornare sul luogo del delitto equivale a ritrovare l’eccellenza del cadavere. Cambiano i contributi, i partecipanti, le musiche, persino la consapevolezza del passato prossimo, o dell’evento immediatamente precedente. Cambiano e il risultato rimane lo stesso.

Alla stregua del giocoso metodo surrealista, a vincere è difatti l’inconscio. La presenza unificante di S/V/N funziona da innesco nel continuum sonoro meneghino: struttura il contemporaneo, organizza la ricerca sonora, sistematizza gli apporti nell’ambito della musica sperimentata a ogni pie’ sospinto. Fa vincere le musiche, appunto.

Motivo per il quale il secondo appuntamento Inner_Spaces replica, sì, molte facce già presenti alla prima tornata, ma rilancia con nuovi volti, altre presenze, e un entusiasmo esplicito e palpabile tra le file dell’auditorium. Parecchia è la curiosità per la riuscita dell’evento, per la tenuta dell’Acusmonium (di nuovo: quaranta altoparlanti, la spazializzazione del suono, l’orgasmo sonoro e musicofilo), le musiche che andremo a sentire.

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Apre Francesco Zago, muovendosi sul palco con gesti rarefatti e sguardo qualcosa più che concentrato. Chitarrista e compositore, insegnante di chitarra elettrica e improvvisazione, negli anni si è mosso con costanza e continuità, finendo, tra gli altri, a lavorare con gli inossidabili Stormy Six. Questa sera, tuttavia, veste i panni dell’esecutore, inanellando in successione When I’m Laid in Earth di Henry Purcell e Electric Guitar Phase di Steve Reich. Del primo rilancia un’idea di brano che rasenta l’entusiasmo: spogliatolo delle presenze vocali (tranne il momento introduttivo), ne dà una versione ossessiva, che supera  persino le reiterazioni successive di Reich, vincendole in forza d’una tristezza non nuova ma straziante, calibrata a meraviglia tra frequenze moleste e ripetizioni insistenti, ostinate quanto conviene al pezzo. Un regalo, anomalo e dolcissimo. Electric Guitar Phase, invece, benché rimanga splendido, immaginifico e ricco di colori, non si sposta molto dai territori solitamente associati all’impresa, risultando meno sorprendente ma altrettanto divertente. A ogni modo, onore al merito del lavoro svolto da Zago e Giovanni Cospito (nuovamente alla regia audio e all’acusmonium) su questa versione. Performance interessante benché troppo breve.

Dopo la pausa, gli Emptyset prendono le redini della serata. Senza perdere tempo in ciance, il duo composto da James Ginzburg e Paul Purgas, coadiuvato da Sam Williams all’elaborazione visiva, comincia a pestar giù duro. Il set è un piccolo capolavoro d’equilibrio, condotto sull’ormai classica destrutturazione del vissuto e della memoria techno a colpi di sculture sonore e sound art spicciola, interferenze rumoriste che si fanno centrali e smuovono il generale impeto conflittuale del concerto. I due, nell’arco della serata, prendono molto dal Recur uscito su Raster-Noton nel 2013, e rimangono fedeli quasi tutto il tempo a un’idea di musica aggressiva e basata sul rumore in chiave ritmica, ossessiva e alquanto fisica. Non è un suono nuovo in senso assoluto; prende scampoli industrial, riletture particolari quali quelli rintracciabili nelle etichette discografiche à la Ant-Zen, rielabora i momenti più sperimentali e consapevoli di molta techno del passato (ivi comprese le derive meno accomodanti, in salsa, uh, rave e dintorni), eppure funziona a dovere. Si rivela dunque qualcosa più che un peccato dover tenere le terga incollate alle poltrone, nel mentre che un set di questo tipo non fa altro che spingerti all’esatto opposto.

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Le immagini prodotte da Williams, poi, restituiscono in diretta l’interazione tra l’immagine stessa e il suono, dando l’impressione di sviscerare di traverso il concetto di glitch applicandolo a un’estetica analogica e passando per tubi catodici, fantasmi da VHS e amenità assortite. Al netto del torcicollo e delle risibili, caricaturali, evoluzioni danzerecce del sottoscritto, il concerto, in chiusura, restituisce l’impressione di un suono non ancora al livello dell’ispirazione di fondo e dei concetti che la sottendono. Pur trattandosi di musica monolitica e tagliente, l’impressione è che viva qualche contraddizione di fondo, mutuata forse – e paradossalmente – dall’ineccepibile professionalità e controllo dei materiali da parte del duo o, piuttosto, dalla semplice constatazione di una sfida all’immaginario contemporaneo, in definitiva, non ancora radicalizzata.

Ciò nonostante, del fatto che i tentativi suonino e intrattengano in questo modo, non si può che essere euforici. Al secondo dei quattro appuntamenti, si conferma la bellezza necessaria del panorama Inner_Spaces. Tanto di cappello a S/V/N e San Fedele Musica.

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