wovenhand live

di Luca Doldi

La scelta è stata difficile questa volta. No, non parlo delle elezioni, ma della scelta fra i Touché Amoré e Wovenhand, che erano entrambi live a Milano sabato 24 maggio. È stato un po’ come decidere quale metà del cuore salvare. Alla fine facendo un calcolo delle probabilità la scelta è caduta sul secondo o i secondi, perché ancora non ho capito se il progetto Wovenhand è da considerarsi più una band o un solista e il concerto non mi ha tolto questo dubbio.

Quando arrivo al Bloom è già piuttosto pieno, terminato il set dei Fiub (che purtroppo non ho fatto in tempo a vedere) e dopo una breve attesa per cambio palco e consueta mezz’oretta di musica acida per far salire l’ansia, appaiono sul palco senza cerimonie. David Eugene ha già in testa il suo cappello con la piuma, si porta verso il microfono, strumenti in spalla, parte Hiss e bang! L’impatto è uno shock, il volume di fuoco che producono  è devastante, ma non solo, anche la forza espressiva di tutta la band è schiacciante. È forse troppo per il pubblico, rimaniamo letteralmente ammutoliti alla fine del pezzo e dopo alcuni lunghissimi secondi, siamo talmente storditi che riusciamo a far partire solo un mezzo applauso sbilenco. Neanche il tempo di riprendersi e arriva un’altra mazzata con Closer. A quel punto si capisce già che chi è venuto pensando di vedere un concerto folk ha sbagliato posto, perché quello che esce dagli strumenti dei quattro  in alcuni momenti sarà al limite del metal.

Il pubblico è quanto mai variegato, ci sono gli habitué del Bloom, il classico pubblico medio dei concerti di nicchia, alcuni nerd e una schiera di 40/cinquantenni incamiciati, che a vedere dallo sguardo smarrito e perso nel vuoto sono quelli che più di tutti si aspettavano un concerto folk.

Il suono del basso è marcio, un suono che sembra più adatto a una band come i Deftones, ma che in realtà è perfetto per quello che poi esce dall’impianto. La chitarra di David esce splittata in due amplificatori e il suono riesce ad essere limpido nelle frequenze ma allo stesso tempo sporco e cattivo, così come l’altra chitarra. Non ultimo, il batterista pesta come se stesse suonando negli Slayer.

Non mi sono tolto il dubbio se considerare Wovenhand più un progetto solista o una band, perché a vedere la disposizione sul palco, con David da solo a sinistra (guardando il palco) e i tre musicisti tutti verso il lato destro è chiaro che sia lui la mente e proprietario unico del progetto, ma sentendo la personalità e il cuore ci mettono gli altri tre dal vivo, si possono considerare come una vera e propria band.

Capitolo a parte merita la voce di Mr. Edwards che è come un moai piantato in mezzo al palco. Carica, teatrale, espressiva, riesce a ipnotizzare e commuovere. La grande espressività viene fuori soprattutto  fra un pezzo e l’altro dove spesso si esibisce in brevi sermoni a metà fra lo sciamano indiano e il reverendo yankee in cui viene fuori tutta la sua teatralità. Anche le movenze sono molto particolari e riprendono a volte quelle degli sciamani, tranne quando viaggia per il palco facendo una sorta di moonwalk acido.

Il personaggio che interpreta sul palco è così intenso che mi ritrovo a sperare che non ringrazi il pubblico, che non annunci il brano successivo, che non dica nulla oltre alle parole delle canzoni e dei suoi sermoni, per non infrangere quell’aura che lo circonda. A sorpresa mi accontenta, in parte, perché le uniche due volte che ringrazia il pubblico lo fa lontano dal microfono, come se fosse un fuori scena.

wovenhand

Lo shock iniziale e una sensazione di smarrimento che pervade un po’ tutti durante il concerto sono dati anche dal fatto che prima di Refractory Obdurate, il suo sound non è mai stato così aggressivo. Il suo ultimo album però non è uscito da molto e in Italia, esclusi i vari servizi di streaming/ download e Amazon non è semplice trovarlo. Molti sono quelli che, durante il concerto, tengono in mano il cd comprato al banchetto.

Gli applausi tuttavia si fanno sempre più intensi con lo scorrere del concerto, ad un certo punto qualcuno accenna un timidissimo pogo che si spegne ancora prima di iniziare (non era il caso). Il concerto è un flusso continuo, un’immersione che non permette distrazioni, anche la pausa prima del breve encore è molto rapida, non fa tirare il fiato e sugli ultimi colpi gli applausi diventano vere e proprie ovazioni.

La scaletta alla fine ripropone interamente Refractory Obdurate fatta eccezione per l’inserimento di Horse Head Fiddle dei 16 Horsepower per i nostalgici, Maize e King o King da The Laughing Stalk, e Glistening Back sempre dallo stesso disco, che chiude il concerto.

Finito il concerto la sensazione è quella di essere stato travolto da un tir.

Per tutta la sua durata non è mai calata la carica della band e anche quando David ha preso in mano il suo mandolin-banjo non è cambiato molto. Non riesco a elaborare il livello del concerto che ho visto, pur consapevole di aver assistito a una gran serata, non capisco in realtà quanto mi ha preso.

Mi è capitato con i The National la prima volta che li ho visti, quando non rimasi particolarmente entusiasta appena finito, ma due giorni dopo mi ritrovai a pensare  continuamente “Che concerto pazzesco che hanno fatto i The National, che concerto pazzesco che hanno fatto i The National” e oggi credo siano la migliore live band in circolazione.

La stessa cosa è stata  con Wovenhand. Il forte impatto emotivo e la tensione narrativa che hanno prodotto sul palco si sono sedimentati e sono riemersi nei giorni successivi, tant’è che il giorno dopo non volevo scriverne e poi, quattro giorni dopo, mi son ritrovato a raccontare questo concerto. Come in quel 2010 al pari dei The National, mi ritrovo spesso a pensare “Che concerto pazzesco che hanno fatto…”.