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di Alessandro Besselva Averame

Nel 1991, un anno dopo la pubblicazione del terzo album, lo sperimentale A Glided Eternity (l’esordio, Heaven’s End, era uscito 1987, il successore Fade Out nel 1988), si scioglievano i Loop. Il leader, Robert Hampson, entrava successivamente a far parte dei Godflesh e poi dava vita ai Main, progetto dedito a una peculiare forma di ambient isolazionista tuttora in attività, mentre la band originale, inizialmente accostata, non senza forzature, agli Spacemen 3, lasciava dietro di sé una schiera di seguaci affascinati dai drones chitarristici distorti e ipnotici, e da una originale forma di monotonia rock che attingeva tanto al brutale r’n’r degli Stooges quanto al post punk più cupo. Ventidue anni dopo la band londinese si riforma per un tour che nei prossimi giorni toccherà anche l’Italia (il 25 novembre al Circolo degli Artisti di Roma, il 26 allo Spazio Comune Autogestito TNT di Jesi, il 27 allo Spazio 211 di Torino e il 28 al Locomotiv di Bologna). La formazione è quella di A Glided Eternity, e Hampson, che abbiamo raggiunto nel bel mezzo delle prove per il tour, ci conferma che si tratterà di un rientro legato esclusivamente alle esibizioni dal vivo. E ci racconta i retroscena di questo atteso ritorno.

Come mai hai deciso di riformare i Loop dopo tutto questo tempo?

RH: Mi è stato chiesto molte volte di farlo e ho sempre detto che non credevo fosse possibile. Ma dopo molti anni ho pensato che si potessero dimenticare le cose brutte del passato e che potessimo esibirci un’ultima volta per i fan, oltre a trovare il modo di chiudere definitivamente il discorso dopo uno scioglimento piuttosto incasinato. Ho raggiunto il punto in cui sentivo di non voler più dire “mai”, e sentivo di poter dire “forse”.

Il gruppo non suona insieme dai primi anni Novanta. Come ti senti a ritornare alle origini del linguaggio musicale che hai sviluppato in tutti questi anni, e che ovviamente ora è molto diverso?

RH: È qualcosa di estremamente naturale. Ignorando il fatto che sia accaduto così tanto tempo fa, potrebbero essere trascorsi appena pochi mesi. È stato bello estraniarmi dal materiale estremamente sperimentale che sto producendo oggi e tornare ad essere parte di una band. Magari avevo bisogno di prendermi una pausa dalle cose che produco oggi, per poi ritornarci con idee rinnovate.

Hai ripreso in mano la chitarra un anno fa dopo anni, in qualche modo è come imparare nuovamente lo strumento. La tua prospettiva come chitarrista è cambiata, in particolare risuonando i brani dei Loop?

RH: No. In realtà non mi considero un chitarrista in senso tradizionale e quindi da me non ci si può aspettare alcun tipo di perfezione, o che il mio stile sia corretto. Si tratta di un oggetto per creare dei suoni, esattamente come qualsiasi altro elemento che utilizzo nel mio approccio più recente alla musica. Tutto è ritornato in maniera molto facile. Mi ha sorpreso il fatto di ricordare così bene le canzoni.

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Come mai i Loop si sono sciolti? Punti di vista divergenti, la band aveva esaurito la spinta iniziale, oppure avevi bisogno di nuovi spazi per sviluppare nuove idee? Ci dobbiamo attendere un nuovo album dei Loop nel prossimo futuro oppure ci saranno solo dei concerti?

RH: È finita perché stavano saltando fuori alcune difficoltà economiche, ed eravamo tutti stanchi, sfiniti dal troppo lavoro. Magari se avessimo semplicemente preso una pausa, affrontando i problemi che ci affliggevano, avremmo potuto andare ancora avanti. Ma era difficile essere lucidi allora. Non saprei dirti quanto saremmo durati ancora, magari avremmo potuto registrare un altro album, È difficile stabilirlo con chiarezza, ed è qualcosa di troppo lontano nel tempo per preoccuparsene davvero. Non è prevista la registrazione di nuovo materiale. La reunion non è permanente, durerà il tempo necessario per permettere ai fan di vederci in concerto per un’ultima volta. Poi ci separeremo di nuovo e torneremo a quelle che erano le nostre vite prima di questo tour.

C’è l’idea di portare a compimento qualcosa, di chiudere un ciclo?

Sì, ed è questa, in parte, la ragione per cui sentivo che era possibile farlo. Ma ad oggi non abbiamo ancora fatto concerti, nel momento in cui ti parlo abbiamo solo provato, per cui potremo dire di avere portato a compimento il tutto solamente a cose fatte. Ora non posso ancora dirti come andrà. Spero che, nella peggiore delle ipotesi, proverò ancora una volta delle belle sensazioni.

Una volta hai dichiarato, più o meno, che i Main erano quello che avrebbero potuto essere i Loop se non si fossero sciolti, la vedi ancora così? Ho sempre avuto l’impressione che per te i Loop fossero più una sorta di filosofia, una manifesto, un approccio alla musica che una band in senso stretto. Che cosa rappresentano per te i Loop adesso, e come li collochi in una prospettiva storica?

RH: Ho detto che era un possibile percorso da seguire. I primi EP dei Main contenevano residui dello stile che avevo nei Loop, ma quell’aspetto è svanito abbastanza in fretta. Credo si possa dire che sì, ho mantenuto una certa filosofia, un certo approccio, ma qualcuno potrebbe semplicemente sostenere che si tratti di una impronta artistica maturata e cresciuta nel corso degli anni. Adesso per me i Loop sono un piccolo frammento delle mie uscite musicali. Ho passato meno tempo su quello che sui Main o sui miei progetti solisti. Ero io, ma molto più giovane. Non ho idea di come inserire il tutto in un contesto storico, non è necessario che commenti, lascio queste cose ai critici. Mi rifiuto di prendere parte a discussioni di questo genere. Solo le persone arroganti possono avere l’esigenza di dare importanza a se stesse. Quello che faccio può rientrare nelle prospettive di altri ma, per quanto mi riguarda, non mi sono mai sentito parte di qualcosa.