
La primavera è un’attitudine che lo Spring Attitude continua a portare a Roma anche alle porte dell’autunno
di Maria Stocchi
Il nome del festival romano lo dice chiaramente: la primavera non è soltanto una stagione. È un’attitudine. Pur essendo collocata in un determinato periodo dell’anno, può essere invocata e fatta fiorire ben prima; perché no, anche a metà settembre, in mezzo all’ondata di pioggia e freddo che ha investito anche la caldissima Roma. Bastano buona musica e voglia di fare festa, e il gioco è fatto. Spring Attitude è proprio questo: la volontà di essere primavera sempre, tutto l’anno, indipendentemente dalle condizioni. Vuole essere un saluto all’estate appena conclusa e un antidoto all’inverno, che quest’anno sembra stia provando a saltare del tutto l’autunno e passare direttamente alla neve e al camino acceso. Uno spazio dove fiorire.
Volontà che diventa concretezza attraverso una line-up per tutti i gusti e le età, ricca come un bouquet astratto, pieno dei fiori più disparati. Con grande curiosità, gusto per la ricerca e uno sguardo che si ispira ai migliori festival europei, Spring Attitude ha fatto della trasversalità e dell’esplorazione il suo marchio, identificato in particolare nei due stage – Molinari e Spring Attitude, collocati uno accanto all’altro nei suggestivi Studios di Cinecittà e circondati da giganti pini marittimi che dicono “sì! Sei proprio a Roma!” – tra cui alternarsi, da metà pomeriggio a notte fonda. Giusto il tempo di finire l’ultimo applauso e poi via, verso la prossima esibizione.


Dal cantautorato all’elettronica; dai nomi nuovi a quelli più affermati; dai live più delicati ai dj set più spaccacasse: quest’anno, il festival romano si è superato in fatto di eterogeneità e brillantezza delle proposte, offrendo una line-up fresca e diversificata. Dall’apertura – il primo giorno di festival, il 13 settembre – affidata a Rbsn (Alessandro Rebesani), artista che mescola cantautorato in lingua inglese, jazz made-in-UK e una spolverata di funky ed elettronica; poi i losangelini Film School (in tour con il loro nuovo album, Field) e il loro shoegaze che spunta dritto da fine anni ’90, seguiti dal set raffinato e onirico di Marta Del Grandi, con il suo avant-pop sperimentale ed elegante. La sua splendida Marble Season (dall’album Mata Hari, uscito nel 2023 per la Fire Records) è stata l’incantesimo in grado di mettere a tacere il cielo e a far smettere di piovere per il resto della serata. Aveva funzionato anche nel momento in cui l’ha scritta, in Nepal, durante la stagione delle piogge – come ha raccontato dal palco. Accontentati anche gli amanti del jazz-funk più irriverente con il concerto di Marco Castello, nome di punta di questo 2024 e già ospite del festival nel 2021: il suo ultimo album Pezzi della Sera (fieramente autoprodotto tramite la sua nuova etichetta Megghiu Suli) è stato uno dei più apprezzati quest’anno, ed è ormai nel vocabolario musicale di molti appassionati del genere.


Un’altra stella nascente che non poteva mancare in questo cartellone è stata Daniela Pes: cantautrice sarda affiancata dall* compositor* elettronic* Maru e dalla percussionista Maria Giulia Degli Amori, con il suo album Spira (Targa Tenco per la miglior opera prima nel 2023) e la sua andatura ancestrale, i synth robotici mescolati ad una voce graffiante e atavica, ha trasformato per un’ora Cinecittà nel set di un film sulle streghe.
È stato Cosmo a concludere il capitolo dei concerti, con la sua ultima data del tour Sulle Ali del Cavallo Bianco: come di consueto, ha invitato a togliere i telefoni e a godersi il momento, proponendo brani provenienti da tutte le sue epoche musicali, spesso rivisitati in chiave più cantautorale e raffinata – ma non per questo meno perfetti per ballare.
Finito il suo live si è passati ufficialmente ai dj set, che sono andati avanti fino a tarda notte: Barry Can’t Swim (Joshua Mannie) e il suo set coloratissimo, a celebrare la sua unica data italiana; MACE, il producer milanese più in voga del momento, con un’esibizione psichedelica (nella quale è spuntata, per un attimo che forse è stato un’allucinazione, La Gasolina) e delle visual altrettanto psych, da non fissare troppo intensamente per evitare di essere trasportati in un mondo parallelo; a chiudere la serata, i francesi The Blaze, con la loro elettronica soave ed evocativa, seguiti dai compatrioti Jersey e il loro “modernismo in chiave AI”, che ha posto fine a questa prima, ricchissima giornata, lasciando spazio alla seconda, altrettanto ricca di nomi di spicco (dai Mount Kimbie a Emma Nolde, da Motta ai Gaia Morelli, da Whitemary alla dj e producer palestinese Sama’ Abdulhadiper dirne soltanto alcuni).
L’apertura di questa tredicesima edizione del festival romano è stata in grado di pescare sia dai maggiori successi registrati quest’anno, sia da quelli in procinto di esplodere, fino ai nomi più affermati del settore, confermandolo uno dei più interessanti del panorama italiano.



