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Hieremias Propheta: Nicolás Jaar e la parola di Inner Spaces

Nicolás Jaar Nicolás Jaar
Jaar

Alla Chiesa di San Fedele di Milano è andato in scena Hieremias Propheta, lo spettacolo di Nicolás Jaar

di Luca Doldi

Non so quante persone presenti nella chiesa di San Fedele, a Milano, avessero veramente compreso cosa avevano preparato Nicolás Jaar e Don Antonio Pileggi (curatore della rassegna Inner Spaces), insieme all’ensemble La Divina Armonia e al narratore Davide Marranchelli. Perché il concetto di sacra rappresentazione o di sonorizzazione, per di più di un testo sacro come il Libro di Geremia, come era scritto nel programma o nelle varie segnalazioni dell’evento, in una rassegna fuori dagli schemi come Inner Spaces poteva essere davvero qualsiasi cosa.

Partiamo dall’aspetto tecnico. Eccezionalmente la rappresentazione è stata pensata non per l’Auditorium dove si svolgono quasi tutte le serate della rassegna e dove è presente il sistema audio Acusmonium Sator, parte integrante e spesso protagonista dei live, ma per l’adiacente chiesa, la cui facciata caratterizza uno degli angoli più belli del centro di Milano. Nonostante l’assenza degli imponenti diffusori acustici dell’Auditorium, l’impianto audio portato all’interno della chiesa è stato posizionato tutto intorno al pubblico e concepito comunque per avere una grande spazialità. Anche dal punto di vista musicale, le composizioni originali sono pensate appositamente per l’ambiente caratterizzato da un grande riverbero naturale, come è tipico di quasi tutte le chiese. I musicisti sono posizionati in mezzo al pubblico, sotto la cupola principale, in quello che, se la chiesa fosse a pianta a croce, sarebbe l’intersezione fra navata e transetto.

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La rappresentazione, il live, il set, non saprei neanche come chiamarlo, inizia come moltissimi altri della rassegna: una breve descrizione di Don Antonio, luci spente e un tappeto di synth, in questo caso a cura di Ars Discantica (duo nel quale è coinvolto lo stesso Pileggi), che parte per introdurre al viaggio sonoro, sviluppato su leggere dissonanze e sovrapposizioni. Ma come si sonorizza l’Antico Testamento? La risposta arriva dopo pochi istanti, con Davide Marranchelli che legge e recita in maniera impeccabile, senza eccessiva enfasi teatrale ma dando il giusto peso alle parole e i giusti tempi ad alcuni significativi passi del Libro del Profeta Geremia.

Don Antonio Pileggi
(Credit: Riccardo Trudi Diotallevi)

Leggendo di Antico Testamento, di profeti e quindi di religione qualcuno potrebbe andare sulla difensiva, ma bisogna fare un passo al di là della religione, perché i testi scelti, al netto dei riferimenti a Dio sui quali ognuno ha la propria sensibilità, sono di un’attualità disarmante, tant’è che mentre lo si ascolta sembra impossibile che sia stato scritto più di 2500 anni fa. Si parla di assedio, guerra, persecuzioni, distruzione, dei e valori che cadono in favore del culto di beni materiali, ma parla anche dell’assedio interiore dato dal senso di inadeguatezza e dalla solitudine.

L’elemento forse più impattante e inaspettato di questa rappresentazione, per la la forza con cui colpisce il pubblico, è quella che arriva subito dopo e spetta a La divina Armonia, per l’occasione in quartetto (Beatrice Palumbo, soprano, Cristina Fanelli, soprano, Noelia Reverte Reche, viola da gamba, Lorenzo Ghielmi organo e direzione): mettere in comunicazione un artista del 1600 con l’elettronica contemporanea. François Couperin è un musicista e compositore probabilmente sconosciuto ai più, ma è stato uno dei più importanti a suo tempo: considerato uno dei più grandi clavicembalisti della storia (spesso accostato a Bach) e autore di innumerevoli composizioni fra cui le Leçons de Ténèbres, dedicate proprio alle lamentazioni del Profeta Geremia. Ad ogni lettura, ad ogni accompagnamento elettronico viene alternato un momento di musica barocca che riprende e mette in musica i testi in latino delle lamentazioni. Lo stesso racconto restituisce punti di vista musicali e storici molto lontani fra loro ma allo stesso tempo incredibilmente vicini.

L’incontro fra le vibrazioni elettroniche, per la maggior parte senza alcuna connotazione melodica, e l’elaborata tessitura vocale dell’opera di Couperin eseguito magistralmente, creano uno stacco potente, che impone un cambio di atteggiamento anche da parte dell’ascoltatore, sulle prime spesso viene da chiudere gli occhi per godere del carattere immersivo dell’esibizione, sulla seconda invece (senza amplificazione diretta), occorre spalancare tutti i sensi, per cogliere ogni sfumatura e variazione virtuosistica nella linea vocale.

Nicolas Jaar Innerspaces
(Credit: Riccardo Trudi Diotallevi)

La parte però più toccante, almeno (per me) considerando il periodo storico che stiamo vivendo, arriva con l’intervento di Nicolás Jaar, che giunge solo a metà della rappresentazione. Mentre la voce narrante introduce la parte che narra l’inizio dell’invasione che porterà alla distruzione di Gerusalemme da parte del Re di Babilonia con le parole “Un colpo chiama l’altro, il paese è devastato, d’improvviso son distrutte le tende, i padiglioni in un attimo”, l’artista affronta un’elaborazione sonora di rumori di guerra, spari, colpi di cannone, passaggio di aerei, processandoli attraverso vari effetti e con l’aiuto della spazialità offerta dalla chiesa e dall’impianto audio. L’impressione, toccante e disturbante allo stesso tempo pensando a chi sta vivendo davvero quelle situazioni, è quella di trovarsi in un luogo apparentemente sicuro mentre all’esterno infuria la guerra. Jaar inoltre è un cognome di origine palestinese, e non voglio dare per forza una connotazione politica alla sua performance perché non è stata esplicitata in nessun modo (e perché molto probabilmente la chiamata all’artista è stata fatta prima degli eventi dello scorso ottobre), ma è sempre stato attivissimo sull’argomento ed è stato impossibile non mettere in relazione le parole di Geremia e i suoni usati dall’artista con quello che sta succedendo in Palestina, oltre che in Ucraina.

La chiusura della rappresentazione è stata poi affidata alle elaborazioni sonore di Ars Discantica, minimali e precise, in equilibrio perfetto con i suoni utilizzati da Jaar, in un continuo scambio fra resident e guest. Un aspetto molto particolare della rappresentazione è stato anche l’utilizzo di rumori naturali, come l’acqua di un ruscello che scorre o il vento, come a voler portare in vita un aspetto peculiare degli scritti di Geremia, dove i riferimenti alla natura sono sempre presenti. Aria fresca in un mondo sempre più a comunicazione verticale, dove i social e le piattaforme indirizzano solo su quelli che sono gusti consolidati, chiusi nella nostra bolla in cui riceviamo continuamente conferme delle nostre idee, radicalizzandoci senza rendercene conto. In un’offerta culturale fatta spesso di serate monotematiche, in cui suonano tre, quattro, cinque band o artisti dello stesso genere, con lo stesso pubblico a seguirli, una serata che unisce elettronica, drone, sperimentazione, musica sacra, canto lirico, test sacri, all’interno di una chiesa, il cui 80% del pubblico probabilmente non metteva piede da quando era bambino, se non per sacramenti di parenti e amici, è un atto incredibilmente rivoluzionario di questi tempi.

Come dicevo sopra, il testo proposto è vecchio di duemila anni ma parla di oggi e di domani, di quello che sta succedendo sotto i nostri occhi, nella cronaca giornaliera di conflitti senza fine, di una società sempre più individualista, che abbandona la spiritualità, non per forza legata alle religioni ma anche alla capacità di comprendere il proprio io e trovare un’armonia interiore, poggiandosi su basi sempre più fragili e sempre meno democratiche. Si sente parlare sempre in modo retorico da parte delle istituzioni ecclesiastiche di “avvicinare i giovani alla parola di Dio”, con modalità che spesso sconfinano nel trash. Invece la cultura può essere anche un modo per riflettere sulla spiritualità, perché in questa serata molti di coloro che erano presenti, quelle parole le hanno sentite, comprese, fatte proprie. Sono parole che hanno avuto il tempo di depositarsi, grazie a una dilatazione temporale che ha spezzato i ritmi ai quali siamo abituati. Lungi da me fare apologia della religione (faccio parte di quell’80% che dicevo sopra), perché ognuno si sarà portato a casa una sensazione diversa a seconda della propria cultura e istruzione, ma è stupefacente come la cultura possa essere portatrice dei messaggi più disparati e complessi. Se invece di arroccarsi su posizioni precostituite, ci fosse la stessa apertura che questa serata ha portato, il mondo che viviamo sarebbe decisamente un posto migliore.

Quello che fa più riflettere è proprio questo dialogo fra mondi lontanissimi. Un luogo sacro che ha circa 500 anni di storia alle spalle e fin dagli anni 50 è stato un laboratorio che ha sviluppato il rapporto fra arte contemporanea e arte sacra, ospitando al suo interno opere di Fontana, Palladino, Carrà, Parmiggiani. Uno scritto risalente al VI secolo a.C., che fra le pieghe di un inevitabile riferimento religioso, parla di violenza e fragilità, di filosofia e accettazione del proprio ruolo nella storia, oltre che spronare alla presa di una posizione verso quello che accade nel mondo, cosa quanto mai attuale oggi. Un musicista vissuto a cavallo fra il diciassettesimo e il diciottesimo secolo, che riprende quei concetti mettendoli in musica e infine un musicista classe 1990, incarnazione di un mondo senza confini, in cui il luogo di nascita, la nazionalità e la provenienza della famiglia esprimono tre mondi completamente differenti.

Sicuramente non una serata “facile”, in cui ci vuole predisposizione all’ascolto, pazienza e voglia di affrontare qualcosa di nuovo o diverso dal solito. Ma il dialogo non è mai facile, implica mettersi in gioco, aprire la mente, uscire dalla propria comfort zone e affrontare pregiudizi e diversità, scardinando i primi e accettando le seconde. Quello che rende proficuo il dialogo però è la ricchezza che porta sul lungo periodo. Anche in questo caso qualcosa a cui la nostra società non vuole più pensare. Ricchezza che invece ora sta raccogliendo Inner Spaces, dopo anni a lavorare su questo tipo di relazione fra mondi differenti (per la maggior parte totalmente laici), senza sedersi su ciò che è stato fatto, ma portando sempre novità e coraggio.

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